BEAUTY NEWS

La vita è una finestra

L’autore di un libro di culto, il regista che l’ha trasformato nel film dell’anno: una conversazione esclusiva su “Chiamami col tuo nome”, in arrivo nelle sale italiane. Scritto da André Aciman nel 2007, “Chiamami col tuo n ...

L’autore di un libro di culto, il regista che l’ha trasformato nel film dell’anno: una conversazione esclusiva su “Chiamami col tuo nome”, in arrivo nelle sale italiane.

Scritto da André Aciman nel 2007, “Chiamami col tuo nome” ha conquistato i lettori con la delicata storia d’amore tra Elio e Oliver, ambientata nell’Italia degli anni 80. Il romanzo è poi divenuto un film (in Italia arriva il 25 di questo mese). Sceneggiato e prodotto da James Ivory, lo ha girato Luca Guadagnino nella provincia di Cremona, scegliendo come interpreti Timothée Chalamet e Armie Hammer. Dopo la presentazione al Sundance Film Festival 2017 e il grande successo di sala negli Stati Uniti, ora è candidato a tre Golden Globes (miglior film drammatico, miglior attore in un film drammatico, miglior attore non protagonista) e punta agli Oscar. Ne hanno parlato lo scorso 11 dicembre, in una conversazione esclusiva per Vogue Italia, lo scrittore e il regista.

Aciman. Ciao Luca, so che oggi è stata una giornata un po’ complicata… Dovevano annunciare le candidature ai Golden Globes. Come ti senti?

Guadagnino. Mi sento bene, sono contento. Ma furibondo perché all’ultimo hanno tolto la mia nomination a miglior regista e l’hanno data a Ridley Scott.

Aciman. Stamattina guardavo le candidature e ho ripensato al nostro percorso. Lo sai che ci siamo incontrati per la prima volta il 13 dicembre del 2013?

Guadagnino. Ma dai!

Aciman. Sì, tu e Ivory eravate in quel caffè vicino a casa sua, a New York. Eri negli Stati Uniti per discutere del copione, ricordi?

Guadagnino. Rammento perfettamente quell’appuntamento. Incredibile… Già quattro anni fa!

Aciman. Eri esitante, il capitolo del libro che avevo ambientato a Roma forse sarebbe stato meglio escluderlo dal film. Non ero sorpreso, comunque: volendo spostare il set dall’originale Liguria alla Lombardia, ho pensato che quella parte non c’entrava più con l’amore “balneare” di Elio e Oliver. Mi piaceva già molto quello che stavi facendo con Ivory.

Guadagnino. E a quello stadio il lavoro era ancora in corso d’opera…

Aciman. Già, lavoravate nel suo appartamento, se non sbaglio. Ci sono stati parecchi sviluppi, il percorso ha preso un sacco di tempo, è stato complicato.

Guadagnino. Una lunga corsa, direi, dove ho giocato su più fronti. All’inizio ero consulente e dovevo aiutare Ivory a trovare le location. Poi sono diventato produttore esecutivo e produttore. Infine regista. Oggi mi sento nel cuore del film, ed è paradossale perché per molti anni sono stato nella sua periferia.

Aciman. Devo dire che quando ho saputo che avresti fatto parte del gruppo, sono stato contento. Avevo visto il tuo film “Io sono l’amore” e mi era piaciuto molto.

Guadagnino. Cosa in particolare?

Aciman. Tutto. Tutto. Dalla musica di John Adams a Tilda Swinton, fantastica! Mi ha ricordato “La caduta degli dei” di Visconti. Forse la casa, l’atmosfera, non so… Considerando che ho sempre amato Visconti, il passo non è stato difficile. Ero felice che fossi tu a girare il film, ma ero anche preoccupato. Già altre volte non era andato in porto e la paura che qualcosa ancora non filasse per il verso giusto c’era.

Guadagnino. È sempre così nel mondo del cinema. Diciamo che il film non si farà, oppure abbiamo paura che non si faccia.

Aciman. Ma io non ero abituato. Gli scrittori propongono un testo e 18 mesi dopo il libro è pubblicato, niente di straordinario. Per i film invece bisogna avere nervi di acciaio, “nerves of steel”, dicono qui. Ho appena letto un bell’articolo (sul sito vulture.com, ndr) sulla scena della pesca: molto erotica e di grande complicità, tra Elio e Oliver. Possiamo parlarne?

Guadagnino. Assolutamente.

Aciman. Sai che quando l’ho scritta, all’ultimo momento ho pensato che forse era meglio non includerla nel romanzo? Poi l’editore mi ha detto di tenerla e così è stato, l’ho lasciata. Però il giorno in cui si è discusso su come farla nel film ero molto nervoso.

Guadagnino. Anch’io, temevo potesse risultare involontariamente ridicola una volta trasposta nell’oggettività del cinema. È stata forse la scena più rischiosa che ho girato nella mia vita come regista.

Aciman. Però è riuscita così bene! Devo dire anche grazie a Timothée Chalamet, che ha fatto un bellissimo lavoro. L’articolo di Vulture, che ho postato anche sulla mia pagina Facebook, fa notare che nel romanzo Oliver mangia la pesca, mentre nel film l’assaggia soltanto. L’ho trovata una scelta molto delicata.

Guadagnino. Grazie, André. Di quella scena abbiamo girato tre o quattro ciak, e in quella che alla fine abbiamo montato, lui infila il dito nella pesca e poi se lo mette in bocca. Abbiamo deciso di andare in quella direzione non tanto per la questione del mangiare o meno la pesca, quanto perché la dinamica complessiva dell’inquadratura era più forte per il completamento della scena.

Aciman. In quell’articolo c’è una cosa che mi ha stupito, l’idea che la pesca sia il legame, il ponte tra i due ragazzi. Una volta inghiottita la pesca, Oliver dice ed Elio: «Ora lo sai, non potrai mai dire che non lo sapevi». Lo dice anche nel film?

Guadagnino. No, non lo dice nel film.

Aciman. Quell’articolo paragonava la scena al discorso di Aristofane nel “Simposio” di Platone: ognuno di noi è la metà di un frutto, quando le due metà si trovano, si uniscono e diventano una cosa unica. Penso che sia così. E trovo che il dito che tocca, che entra nella pesca, dica tutto quello che c’è da dire.

Guadagnino. (Ride)

Aciman. Altra cosa che trovo bella è che il pubblico si commuove molto alla fine del film. Me lo dice anche mio figlio, che è andato a vederlo per la terza volta. Mi stavo chiedendo perché… Tu lo sai?

Guadagnino. Forse perché non è un film cinico ed è completamente laico nel lasciar fluire le emozioni dei personaggi. Siamo del tutto atterriti, e violentati, da questa idea ormai balorda di postmoderno che non ha niente a che vedere con il postmoderno di Pynchon, ma che è il postmoderno dell’ultracapitalismo che prende tutto, lo frulla, lo mescola in modo tale che poi c’è un vestito nuovo per ogni cosa vecchia. Invece, con questo film, uno semplicemente si siede nella sala e vede delle persone che agiscono motivate dalla passione che provano l’una per l’altra. Questa semplicità quasi didattica, nel senso cristiano del termine, secondo me scollega le difese emotive dello spettatore. Così crea una connessione, e produce un meccanismo di identificazione universale che naturalmente io non avevo previsto, ma che letteralmente mi commuove.

Aciman. Anch’io non l’avevo previsto. La gente piange anche quando legge il romanzo: un effetto che non avevo immaginato e non sarei riuscito a provocare se avessi cercato. L’altro giorno un lettore mi ha mandato un’email in cui scriveva di aver provato una certa nostalgia. Indagando ho capito che non provava nostalgia per un fatto avvenuto nella sua vita – era un uomo un po’ anziano – ma perché quell’evento non era mai accaduto. Penso che la nostalgia sia molto interessante: è un sentimento che ci fa identificare con certe emozioni che avremmo voluto provare e non abbiamo mai esplorato. L’amore giovanile, per esempio. Io da teenager non avevo neanche provato a baciare una ragazza, figurati un po’. Che ne pensi?

Guadagnino. Be’, a me interessa molto il limite: quello che ci viene posto dall’ambiente e anche quello che poniamo a noi stessi. Penso che a volte ci si debba fare questo tipo di domande.

Aciman. Tu leggevi molto da giovane?

Guadagnino. Sì, ho letto molto, e ho nostalgia di quei momenti, in cui le distrazioni tecnologiche erano poche e mi permettevano di disporre di lunghe ore di noia e di lettura. Purtroppo bisognerà prendere una decisione radicale e smettere di usare questi cellulari!

Aciman. Non lo sappiamo più fare. Anch’io devo dire che leggevo, non avevo nient’altro, avevo solo i libri, ne compravo uno alla settimana perché non avevamo i mezzi, ma leggevo sempre, anche mentre gli altri ragazzi della mia età andavano a ballare e facevano un sacco di cose, io stavo chiuso a casa e leggevo. Non volevo che il personaggio di Elio fosse completamente così. Mi piace Elio perché sa quello che vuole e va a cercarlo, atteggiamento che io non avrei mai avuto alla sua età. Allora, che cosa prevedi per il film?

Guadagnino. Che crescerà nell’interesse del pubblico, lo vediamo ogni settimana dai buoni risultati al box office. Per il resto, io sono come Elio, che sta alla finestra della villa aspettando che le cose accadano. Quando arriva Chiara (interpretata da Victoire Du Bois, ndr), lui la incoraggia ad andare da Oliver. Mi identifico molto in quella scena. Io sono fatto un po’ così, sto alla finestra.

Aciman. Non era Mastroianni che diceva: «La vita è come una finestra: a un certo punto si apre, si guarda fuori, ma c’è un momento in cui bisogna chiuderla o gli altri la chiudono per te»? Io prevedo bellissime cose, ma sono troppo superstizioso per dirle. Sono un po’ come te.

André Aciman e Luca Guadagnino, Vogue Italia, gennaio 2018, n.809, pag. 42

L'articolo La vita è una finestra sembra essere il primo su Vogue.it.


+