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Ad alta voce

La stilista che ha reinventato l’uso politico delle T-shirt scherza: «Cosa scriverei sulla prossima? “Non ho certezze!”». In realtà Maria Grazia Chiuri ha le idee chiare: sulla moda, e non solo. Come racconta a un critico d’arte, ...

La stilista che ha reinventato l’uso politico delle T-shirt scherza: «Cosa scriverei sulla prossima? “Non ho certezze!”». In realtà Maria Grazia Chiuri ha le idee chiare: sulla moda, e non solo. Come racconta a un critico d’arte, che le ha chiesto anche se in futuro…

 

«Non ho certezze!»: quando le chiedo che cosa scriverebbe sulla sua prossima T-shirt, Maria Grazia Chiuri se ne esce con questo slogan, senza incertezze. Scherza. Di certezze, in realtà, la prima donna alla guida di Dior sembra averne eccome. Me le racconta con uno stile tutto suo, mascherandole da riflessioni, intuizioni, quando non addirittura da dubbi apparentemente amletici e irrisolvibili. A me pare che la Chiuri abbia deciso di usare il brand che guida, e le molte opportunità che offre, non solo come una vetrina per il proprio talento professionale, ma anche come megafono, dal quale mandare messaggi ad alta voce.

Pur rispettando la tradizione e la storia del marchio, lo ha anche sottoposto a un’analisi quasi psicanalitica, o almeno a una bella seduta di autocoscienza. «Voi uomini non andate dagli psicanalisti…», mi dice in modo dolcemente sprezzante. «Sai quando mi sono resa conto che noi donne diamo troppo per scontati dei traguardi che pensavamo di avere raggiunto e che invece sono ancora tutti da conquistare?». Quando? «Quando mi sono ritrovata davanti a uno stupore quasi attonito, e generalizzato, alla notizia che Dior mi aveva chiamata. Lo stupore non era per Maria Grazia Chiuri e le sue magari discutibili capacità di designer, ma per me come donna. Neanche mi avessero fatto Papa! Allora forse sì avrei capito la meraviglia». Non si può mai dire, nella vita. «A parte gli scherzi. Questa cosa mi ha fatto capire che c’è ancora molta strada da fare per affermare la nostra identità, anche al di là del genere».

Immagino sia per questo che hai messo la donna al centro della collezione donna: nel senso che hai affermato con forza nelle tue prime collezioni che la donna, prima di ogni altra cosa, rappresenta se stessa e non i desideri di altri. «Quando sono arrivata qui avevo ben chiaro quanto essenziale fosse che Dior rappresentasse innanzitutto un marchio femminile. Mi sono allora chiesta come si può parlare delle e alle donne oggi. Ho iniziato una riflessione sulla relazione che intratteniamo con il fashion, mettendo in discussione anche il rapporto che io per prima ho avuto con la moda. Mi sono accorta che in passato avevo sicuramente sottovalutato alcuni aspetti importanti alla radice della moda femminile. Avevo vissuto la cosa in modo forse naïf». Perché? «Quando ho iniziato tutto era molto più giocoso, l’impatto dei media non era così forte, e a volte violento, come oggi. Non è più semplicemente una questione di stile. La moda parla del corpo, e il corpo è qualcosa di molto più serio da capire e maneggiare». In particolare oggi che vediamo questa preoccupante tendenza a cercare solo la perfezione estetica e fisica. «Sì, questa aspirazione alla perfezione è pericolosa. Bisogna spiegare ai giovani che il corpo, con il passare degli anni, inevitabilmente si trasforma, ed è questa la sua bellezza. Invece vedo troppa difficoltà ad accettarlo. Bisogna anche ricordare loro, senza fare drammi o diventare troppo cupi, che la morte esiste ancora, ed è bene essere in grado di non dimenticarlo, in ogni ambito della nostra vita, e di sfruttarlo a nostro favore. Rafforzando la nostra identità in base a questa idea di finitezza, di non-immortalità. Aver raggiunto questa consapevolezza mi rende molto felice e provo a trasmetterlo in quello che faccio».

Una certa pace con se stessa Maria Grazia Chiuri la comunica. Una tranquillità che sembra derivare dal fare seriamente le cose che fa, sfuggendo tuttavia il più possibile al rischio di prendersi troppo sul serio, forse grazie anche alla sua natura romana, questa sì davvero bizzarra all’interno dell’atmosfera molto seriosa del mondo della moda parigino, dove lei dice: «Ammàzzate che figo!», mentre gli altri ti dicono: «Génial». «Credo che si debba prima seguire l’istinto e poi il ruolo che la società e la natura ci hanno dato». Per questo hai usato la T-shirt, un capo istintivo, un po’ maleducato, un billboard della propria identità? «È sempre stata un elemento di comunicazione forte, uno strumento democratico e trasversale, potente a prescindere di chi l’ha pensato. È stato l’istinto che mi ha portato alla scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, dalla quale ho preso in prestito lo slogan “We Should All Be Feminists”». Eppure mi hai detto che era molto sospettosa del mondo della moda. «Sì, molto. Quando però sono andata a incontrarla a New York, al museo di Brooklyn, con mia figlia Rachele, ha capito che quello che mi interessava era il contenuto del suo messaggio, e non soltanto usarlo come decorazione. Per un messaggio forte la T-shirt è come un manifesto, la pagina di un libro, un muro di una strada, la prima pagina di un giornale». Nonostante il suo impegno neo-femminista, in realtà Maria Grazia Chiuri non è convinta che, come scriveva recentemente la giornalista Alex Holder sul “Guardian”, l’attivismo abbia rimpiazzato il sesso come strumento di vendita del prodotto-moda. «Mi pare un’affermazione eccessiva. Ma è importante essere chiari su quali sono i va-lori in cui si crede. Non è questione di attivismo o di impegno, ma di necessità. Il mondo in cui viviamo ci obbliga a dare più risposte, le informazioni sono così veloci che siamo responsabilizzati per forza. Quindi siamo obbligati sia a sapere che a informare. È come andare al mercato: la gente vuole sapere come è trattata una verdura, da dove viene la frutta. Conoscere per scegliere. Tuttavia mi pare che il sesso rimanga molto centrale nella comunicazione dei prodotti».

Parlando di sesso non si può non affrontare il tema che ha infuocato le cronache della fine del 2017. Chiuri, pur non facendo parte dell’uragano #MeToo in risposta al terremoto Weinstein, una sua idea al riguardo ce l’ha. «L’abuso di potere e il mancato rispetto degli individui possono verificarsi a tutti i livelli, in tutti gli ambienti: moda, cinema, affari, arte. Come ho detto, c’è più consapevolezza e quindi chi abusa del proprio ruolo è meno protetto. Ma nonostante questo, se si parla tanto, e giustamente, di molestie non si parla mai abbastanza di quante donne vengano uccise ogni anno dagli uomini. Io rimango scioccata, avviene in tutti gli ambienti ma purtroppo ci si abitua. Quando leggo che in Messico sette donne al giorno scompaiono, e pochi se ne rendono conto, penso che sia tremendo». La cronaca e il presente ci pressano, eppure la moda sembra sempre guardare indietro, al passato, con una sorta di nostalgia incurabile. È possibile immaginare una moda che si rivolga invece al futuro? «La moda è circolare ma non guarda al passato con nostalgia, lo guarda perché fa parte del suo heritage. Con Dior, per esempio, io ho 70 anni di storia da esplorare e sarebbe sciocco non farlo in nome del futuro. Detto questo, penso invece che ci sia molto interesse riguardo al futuro da parte dei marchi di moda. Non solo nel prodotto, ma anche nel modo in cui questo influisce sugli equilibri del nostro mondo. Nei confronti dell’ecologia e di chi lavora nella catena di produzione della moda. Credo che il mondo della moda si interroghi sul futuro più di quanto la gente possa immaginare». Ma sulle strade future che prenderanno le sue prossime collezioni Chiuri solleva una nebbia molto fitta di seducente incertezza: «Non ho la più pallida idea di cosa farò, non pianifico mai, mi affido a ciò che reputo più istintivo».

Eppure, leggendo fra le righe, si può trovare qualche indizio in tutta questa incertezza, in particolare nel territorio dell’arte, che Maria Grazia Chiuri considera un campo sempre più avanti rispetto alla moda. «L’arte anticipa anche di moltissimo tempo problematiche che nella moda arrivano più tardi». Allora che arte stai studiando di questi tempi, a parte leggerti e rileggerti il saggio del 1971 della storica dell’arte Linda Nochlin “Perché non ci sono state grandi artiste?”(Castelvecchi)? «Sto guardando e leggendo il lavoro della scrittrice, fotografa e artista francese Claude Cahun, una che già a 18 anni, nel 1912, aveva messo in questione i confini fra i vari generi sessuali».

Francesco Bonami, Vogue Italia, gennaio 2018, n.809, pag. 192

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