BEAUTY NEWS

La rivoluzione di cotone

Manifesto che aspetta la vernice del suo attivista, la T-shirt “ politica” non sarà una novità, ma è sempre più un potente mezzo d’espressione, anche nell’era web. Come racconta una mostra in arrivo a Londra.   Karla Welch, ...

Manifesto che aspetta la vernice del suo attivista, la T-shirt “ politica” non sarà una novità, ma è sempre più un potente mezzo d’espressione, anche nell’era web. Come racconta una mostra in arrivo a Londra.

 

Karla Welch, stylist influente a Hollywood, s’è inventata una cosa che esisteva già, ma in un certo senso non esisteva più: la maglietta bianca. Più lunga del normale. Più oversize del dovuto. Ma semplicemente così: bianca. Ne ha realizzata una collezione insieme al marchio di intimo Hanes. Justin Bieber via Instagram l’ha trasformata in un fenomeno globale. E il MoMA l’ha scelta come simbolo per “Items: Is Fashion Modern?”, mostra in programma a New York fino al 28 gennaio. Piccoli segnali di controtendenza, eppure poco significativi: proprio come uno striscione politico aspetta la vernice del suo attivista, allo stesso modo oggi una T-shirt senza scritte è un respiro prima del balzo. Una maglietta muta è quasi impensabile e commercialmente impossibile, non a caso i segnali di vita lanciati su cotone sono ovunque. Ultime segnalazioni, in ordine di tempo: lo stilista del momento, Virgil Abloh, ritratto sulla cover del magazine “System” con la scritta ABUSE OF FLOWER COMES AS NO SURPRISE – la T-shirt è stata fatta da Jenny Holzer con lo stilista, i ricavati vanno a Planned Parenthood –, e il 74enne Yohji Yamamoto, che ritirando un premio a Hong Kong lo scorso dicembre mette in mostra un FEEL LIKE GOING HOME stampato sul petto.

«L’utilizzo politico delle magliette risale agli anni 60», spiega Dennis Nothdruft, curatore della mostra “T-shirt: Cult/Culture/Subversion” (dal 9/2 al 6/5 al Fashion and Textile Museum di Londra), «ma storicamente sono sta-te usate come elemento distintivo di una tribù. Oggi i messaggi sono individuali e atomizzati: il mondo ha problemi gravi e ognuno agisce singolarmente, consapevole che grazie ai social qualsiasi slogan può interconnettersi con altri in una frazione di secondo». Non importa per cosa si combatte: una maglietta impegnata ci caratterizza come “activist”, ed essere impegnati è il nuovo cool. Ci mette in relazione con altri passionari a prescindere dalla comunione di intenti e strategie. E per i brand (alcuni dei quali secondo “Business of Fashion” così realizzano un terzo del fatturato) la maglietta è un modo sexy per tornare sulla terra, mostrarsi crudi, in una sorta di brutalismo fashion. Dalle prime stampe pop anni 50 dell’azienda americana Tropix Togs fino al DESTROY punk di Vivienne West wood, passando per la linea disegnata negli anni 80 da Tommy Hilfiger per Coca-Cola, a tutta la scena rave e R&R, le T-shirt non sono un capo d’abbigliamento, ma un’azione, un prendimi così come sono. «L’accostamento con i tatuaggi non è azzardato», dice Claudio Spuri, graphic designer, docente alla Rome University of Fine Arts e autore del libro “T-shirt, il tatuaggio di stoffa” (Tunué), «magliette e tattoo condividono la forza comunicativa, la partecipazione emotiva di chi li porta, espressione di coraggio, partecipazione, esibizionismo».

Sono Twitter prima di Twitter, e possono far paura. Emblematico quanto accaduto in Kentucky poche settimane fa, dove un giurì federale ha aperto un’istruttoria contro un produttore di magliette di Lexington che si è rifiutato di realizzare le T-shirt per gli attivisti del Gay Pride locale. Servono 150 grammi di cotone, per un valore di circa 15 centesimi di materia prima appena raccolta, per fare una T-shirt. Un atomo che poi viene filato, confezionato e impresso con un’idea, mediamente in due miliardi di esemplari l’anno. E che riesce a dividere, a spaventare, ispirare. Basti pensare al clamore suscitato da Maria Grazia Chiuri, direttrice creativa di Dior, per aver scelto di usarle come dazebao femminista. Oppure alle stampe gender-confusing di Philip Normal, rivolte a scardinare gli stereotipi sulla mascolinità. Alla maglietta che sostiene i diritti della comunità LGBT postata da Barbie (sì, la bambola) sul profilo Instagram ufficiale: LOVE WINS. E a Beyoncé, che per affermare l’indipendenza femminile, ha creato una collezione con la scritta BOY BYE, con tanto di dito medio alzato. Uguaglianza, ecologia, individualismo, poesia. In un processo di rincorsa all’attenzione che coinvolge tutti: Sacai, Paco Rabanne col suo FUTURSEX, House of Holland, Prabal Gurung, Valentino (ANYWHEN), Gucci (GUCCIFICATION). Tutti attenti a stampare messaggi vitalistici su cotone bio, per non essere accusati di voler salvare il mondo e al contempo depredarlo (il 10 per cento dei pesticidi mondiali è utilizzato per la coltivazione del cotone).

«L’anno prossimo lanceremo un nuovo slogan: PRO-TEST AND SURVIVE», anticipa a Vogue Katharine Hamnett, 70 anni e pioniera dell’uso politico ed ecosostenibile delle T-shirt, «perché, se è giusto porre l’accento sulla necessità di ribellarsi, bisogna anche denunciare il fatto che nel mondo moderno, chi combatte, rischia». Un riferimento ai duecento manifestanti che il giorno dell’elezione del presidente Trump hanno causato danni per 100mila dollari a Washington, ora incriminati. Entrata nella storia per una foto che la ritraeva accanto alla nuclearista Margaret Thatcher indossando una maglia con scritto 58% DON’T WANT PERSHING, Hamnett è tornata con le sue pillole di aizzamento. La prima è stata CANCEL BREXIT. Poi CHOOSE LOVE, i cui proventi saranno devoluti alla ong Help Refugees. Ma Hamnett in futuro farà di più: «Stamperò sul retro delle linee guida per cominciare a combattere. Cinque punti netti: perché non basta far sfoggio del proprio impegno. Occorre sollevarsi, e lottare».

 

Vogue Italia, gennaio 2018, n.809, pag. 188

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