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Di come Pitti Uomo sia diventato molto più che una fiera della moda maschile

di Edwin Jiang L’evoluzione della moda maschile dello scorso decennio si è accompagnata a quella di Pitti Uomo, la più grande fiera della moda maschile al mondo in termini di dimensioni che ha luogo due volte all’anno a Firenze. “La ...

di Edwin Jiang

L’evoluzione della moda maschile dello scorso decennio si è accompagnata a quella di Pitti Uomo, la più grande fiera della moda maschile al mondo in termini di dimensioni che ha luogo due volte all’anno a Firenze. “La prima volta che mi sono recato a Pitti Uomo è stato approssimativamente nel 2009, 2010,” ricorda Anson Chen, direttore moda per GQ Cina. “Allora le dimensioni e la struttura dell’evento erano molto più semplici rispetto ad ora. Era possibile vedere tanto e ad un ritmo lento, il che lo rendeva una fiera interessante e piacevole.” Ma col passare del tempo, quell’immagine idilliaca ha iniziato a scomparire.

Con l’ascesa dello street style all’inizio del 2010, Pitti Uomo è rapidamente caduto sotto il dominio dei cosiddetti ‘pavoni’, quegli uomini che fanno bella mostra di sé, pavoneggiando per l’appunto il proprio abito tre pezzi per le strade di Firenze. “Molte persone senza neanche una reale conoscenza dell’evento hanno iniziato a parteciparvi allo scopo di essere immortalati dai fotografi, cosa che non fa buona impressione su stampa e buyer,” spiega Chen. Tuttavia, nell’ultimo stadio della sua evoluzione, la fiera uomo sta iniziando a perdere i suoi tratti più famigerati. Nonostante non si siano estinti, i noti ‘pavoni di Pitti’, che un tempo determinavano le frontiere della moda uomo sia su internet che nella nostra immaginazione, appaiono ora essere una vestigia del passato di Firenze.

Sulla loro scia si trovano i maggiori nomi della moda uomo internazionale – stilisti quali Virgil Abloh e Jonathan Anderson—che lo scorso giugno hanno condiviso la luce dei riflettori partecipando in veste di designer ospiti dell’evento. Nonostante Pitti Uomo sia nato nel 1972 quale mezzo per presentare la sartorialità italiana al mercato straniero e come un luogo in cui promuovere produttori italiani nonché stilisti di moda formale quali Giorgio Armani e Ermenegildo Zegna ai buyer, attualmente la sua portata ha un raggio molto più esteso. Nell’attuale edizione di Pitti Uomo andata in scena a inizio settimana, Jun Takahashi, il genio dietro il tanto elogiato marchio giapponese Undercover, terrà una sfilata assieme al connazionale nonché amico, lo stilista di culto Takahiro Miyashita. Queste occasioni tagliate e pensate su misura per soddisfare i nerd della moda uomo appostati tra gli hashtag di Instagram sono tutt’altra cosa rispetto ai completi ‘imbalsamati’ del passato.

“Pitti è stato intelligente nel chiedersi ‘Che cosa siamo? Siamo una fiera e le fiere sono per loro natura non interessanti, ’” afferma Lawrence Schlossman, brand director del marketplace di moda maschile online Grailed e commentatore di moda maschile dell’autorevole e ironico account Twitter Four Pins. “Si fanno molti affari qui e la cosa è fondamentale. Ma con l’esplosione della moda uomo e di un notevole interesse per questa su internet, c’era la necessità di essere un passo avanti rispetto agli altri, innalzandosi persino a capi guida,” continua Schlossman. A proposito dei competitori di Pitti “le altre fiere che hanno luogo nei vari paesi del mondo mancano di quel fattore in più che le eleva, capace di offrire ad uno stilista quell’approvazione che significa garanzia di qualità validata – appunto – da Pitti. Il marchio Pitti Uomo è stato intelligente da porsi a metà strada tra una settimana della moda e la tradizionale concezione di fiera,” afferma Lawrence.

Nonostante possa sembrare una conquista recente, le menti dietro Pitti sostengono che la passione e l’impegno nel promuovere e ospitare giovani talenti costituiscano da sempre uno dei capisaldi del progetto Pitti Uomo nonostante questo sia stato messo in ombra dai fazzoletti da taschino colorati e dallo street style. “Potreste pensare che è cosa nuova, eppure l’idea di un programma di stilisti ospiti risale a 25 anni fa,” spiega a Vogue Raffaello Napoleone, amministratore delegato di Pitti Immagine SRL, durante un pranzo presso il Chess Club nel quartiere Mayfair di Londra. “Se si prende in esame il calendario, vediamo che in passato abbiamo avuto Gianni Versace ma poi, in seguito, abbiamo iniziato ad ospitare [anche] stilisti in erba ed emergenti.” Hussein Chalayan presentò la sua prima collezione uomo agli inizi della sua carriera durante la 64ma edizione di Pitti Uomo nel 2003 mentre la prima sfilata uomo di Haider Ackermann risale al 2010. In particolare, l’unica altra occasione in cui Takahashi ha fatto sfilare una collezione uomo fu nel 2009, ancora una volta a Pitti.

Nelle passate edizioni, oltre al prestigio, la scelta di Pitti di chi invitare sembra essere accuratamente studiata, guidata dalla manifesta intenzione di ammaliare diverse tipologie di spettatori che rientrano nel pubblico della moda maschile, dagli amanti dello streetwear a quelli dell’estetica americana giapponese, il tutto con un tempismo stranamente provvidenziale. Per esempio, la sfilata di J.W. Anderson della scorsa edizione di Pitti potrebbe essere l’ultima collezione uomo dello stilista visto che, la stagione successiva, questi annunciò che in futuro avrebbe incorporato le proposte maschili all’interno delle sfilate di moda femminile. Allo stesso tempo, alla sfilata di Gosha Rubchinskiy del giugno 2016 ha fatto seguito la sua grandiosa partnership con Adidas in vista della Coppa del Mondo Russia 2018. Allo stesso modo, la sfilata di Raf Simons presentato a Pitti Uomo a giugno 2016 è risultata essere l’ultima presentazione europea dello stilista belga prima del suo trasferimento a New York.

Non è solo una questione di fortuna. Il team di Raffaello Napoleone è molto orgoglioso del modo in cui riescono ad intercettare e captare l’energia più vitale e pulsante del menswear globale forti di un tour mediatico in giro per il mondo ogni singola stagione. “Quando si ha una presenza così profonda e radicata sia nel mercato tradizionale dominante che in quello emergente con legami sia con le organizzazioni ufficiali che con la stampa e i migliori distributori, si è davvero al cuore del sistema”.

Infatti, diversamente da molte settimane della moda penalizzate di frequente dalle limitazioni del regionalismo, quello di Pitti sembra essere un atteggiamento di ampie vedute e cosmopolita. Durante ogni edizione, la Fondazione Pitti Immagine Discovery accende i suoi riflettori su un paese diverso presentando i talenti emergenti di quella nazione attraverso la sponsorizzazione e il supporto di organizzazione in quelle rispettive regioni. Questa settimana otto marchi e stilisti finlandesi sono stati selezionati per rappresentare il paese con il supporto di Marimekko e varie organizzazioni non profit. Lo scorso giugno, quando l’Australia fu selezionata come nazione ospite, il programma fu realizzato in partnership con Woolmark Company. “Oggi Pitti Uomo è un punto di riferimento per l’intero settore della moda uomo,” afferma Napoleone.

Le sfilate di nomi di punta sono l’attrazione principale di ogni edizione di Pitti ma la presenza di stilisti in voga è solo un aspetto dell’attrattiva di Pitti. Oggi, nonostante le sfilate che sanno presentarsi bene sui social media e la loro presenza biannuale a Firenze, Napoleone è irremovibile nell’affermare che l’evento non ha nulla in comune con una settimana della moda. Effettivamente, il termine “fiera” manca di un certo glamour ma, di fronte a settimane della moda uomo che stanno man mano diminuendo, il format di Pitti ha i suoi vantaggi.

Innanzitutto, quale iniziativa commerciale, Pitti occupa uno spazio unico all’interno della moda separato dai consumatori. Il nostro scopo, che è molto preciso, consiste nel posizionarsi come evento B2B proprio per evitare il contatto con i consumatori,” spiega Napoleone citando il modello see-now-buy-now come monito esemplificativo che illustra i pericoli del mettere il controllo di una filiera nelle imprevedibili mani degli acquirenti. Inoltre, nel suo formato attuale, Pitti Uomo comprende solo una manciata di eventi in programma sotto forma della tradizionale sfilata o presentazione. La stragrande maggioranza dei marchi opta invece per presentare le proprie proposte presso spazi dedicati raggruppati per tematiche mentre gli incontri con buyer e redattori sono fissati singolarmente secondo il proprio ritmo onde evitare la competizione spietata che emerge invece quando questi sono programmati e in calendario. A Pitti nessuno si trova ad essere penalizzato dalla sfortuna di essere stato relegato ad una fascia oraria infelice, che può di frequente rivelarsi una condanna durante le tradizionali settimane della moda se buyer e stampa non si presentano.

Nelle settimane della moda “c’è un calendario, si lotta per ottenere la fascia oraria migliore, si ha solo un’ora a disposizione e poi è tutto finito. Nel nostro caso, invece, si tratta di un appuntamento di quattro giorni,” spiega Napoleone. “Oggi, le settimane della moda maschile sono oggetto di riesame e considerazioni significative: alcuni stilisti optano per non occuparsi di moda uomo mentre altri decidono di non sfilare più.” Gucci, Burberry, e più di recente Balenciaga, hanno annunciato la decisione di armonizzare le sfilate uomo e donna, “dal momento che il concetto di show co-ed – unificati – ha inevitabilmente influito sul calendario delle settimane della moda uomo,” commenta Chen.

Come si colloca quindi Pitti all’interno di questa vorticosa serie di eventi? “Paragonato alla programmazione compatta di Londra, Milano e Parigi, Pitti offre una più ampia diversità,” aggiunge Chen. “Nonostante non siano tutti nomi noti a livello internazionale, alcuni sono comunque molto particolari: in certi casi pongono l’accento sull’aspetto del fatto a mano, in alcuni altri l’eccellenza è in riferimento ai materiali oppure si tratta di marchi emergenti desiderosi di ricevere un feedback e di costruirsi esperienze. Da rappresentante della categoria stampa o buyer con un interesse autentico per il design e le lavorazioni, a Pitti non si può che apprezzare lo scambio che avviene e che, personalmente ritengo essere molto più interessante rispetto alle settimane della moda.”

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