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L’occhio magico di Carlo Mollino

Carlo Mollino è stato un grande fotografo. Carlo Mollino non è stato un grande fotografo. Tra i poli opposti di una medesima realtà si situa la mostra allestita da Camera, il Centro Italiano per la Fotografia in Torino: “L’occhio mag ...

Carlo Mollino è stato un grande fotografo. Carlo Mollino non è stato un grande fotografo.

Tra i poli opposti di una medesima realtà si situa la mostra allestita da Camera, il Centro Italiano per la Fotografia in Torino: “L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973”.

Il titolo è ripreso da una pubblicazione di Ermanno Scopinich che nella collana “Occhio Magico” (editore Scheiwiller) pubblica nel 1945 diciotto “Ritratti Ambientati” di Carlo Mollino.

Nel resto della sua vita Mollino firmerà altre ventitrè fotografie, tutte scattate nell’interno dello studio Casa Miller, tra il 1936 – 1943. A rigore solo queste immagini sono le espressioni a cui dà dignità di opera d’arte firmandole. Ne annota minuziosamente i titoli su di un foglio intitolato “Elenco delle 41 fotografie”.

In mostra ne sono presentate quattro.

Dall’“Elenco delle 41 fotografie” ricaviamo un’interessante informazione: i titoli indicano “Genesi”, “Sospensione”, “Labirinto Armonico”, “La casa dell’Oblio”, “Passaggio”, “Sibilla”, insomma un mondo onirico in cui con la massima intensità il demiurgo crea il suo mondo affollato di simboli, di un sostrato di culture e miti antichi, infine di “Silenzio”.

È infatti nel massimo silenzio esistenziale che si svolge la vita dell’enigmatico architetto che mai spiegherà una sua opera e che mai svelerà il suo progetto esistenziale.

La fotografia è parte fondamentale di questo progetto, ma non nel senso che comunemente si dà ai lavori fotografici di Mollino. Infatti, con il primo nucleo di immagini stampate in bianco e nero (e spesso ritoccate per avvicinarle a quella perfezione a cui tendono tutti i suoi lavori) ci lascia il suo personale “Messaggio dalla Camera Oscura”, titolo di una delle più importanti pubblicazioni sulla fotografia edite nel ‘900 il cui testo è concluso e firmato da Mollino nel 1943. Un trattato di ben 444 pagine con oltre 300 fotografie di autori di tutto il mondo. Il frontespizio del volume è illustrato con un ritratto fotografico della regina egizia Taja, moglie di Amenofi III. Che relazione leghi Taja, quindi gli egizi, alla fotografia costituisce uno dei tanti misteri del Nostro.

Ma la soluzione dell’enigma apre le porte di un successivo quesito senza risposta che riguarda proprio il prosieguo della sua storia fotografica.

Infatti, chiuso il primo capitolo dello studio Casa Miller se ne apriranno due successivi che non trovano spiegazione. Il primo va dal 1954 al 1959, periodo in cui, ricostruito un altro interno in una porzione della Villa Scalero il percorso fotografico di Mollino subisce una nettissima cesura rispetto al passato.

Contraddicendo quanto postulato nel suo trattato usa ora esclusivamente la Leica (Leica III b) rinunciando a possibilità di usare formati diversi di negativo e, soprattutto, le stampe finali saranno tutte di medesima dimensione standard (10 x 15), ancora contraddicendo quanto poco prima teorizzato. Ma la più profonda rivoluzione accade con l’abolizione totale della firma e dell’immagine stessa, in quanto le fotografie verranno tenute segrete e non ci sarà né pubblicazione, né esposizione né teorizzazione alcuna di questo materiale.

Eppure la maggior parte delle immagini sono accuratamente ritoccate con minuscoli pennelli e lenti da tipografo, quindi è sicuramente grande la dedizione con cui vengono preparate le copie finali.

Questo secondo capitolo della storia della fotografia di Mollino lo si può ricostruire passeggiando in mostra, essendo le immagini esposte in capitoli diversi.

Nel 1959, per un motivo pratico, lo studio nella Villa Scalero viene chiuso e poco dopo inizierà il capitolo finale e più noto dei ritratti scattati in Polaroid.

Dal 1962 e per undici anni, fino alla sua scomparsa nell’agosto del 1973, Mollino esegue esclusivamente scatti con la Polaroid continuando, di fatto, l’incomprensibile lavoro degli anni ’50.

Nessuna firma, nessun uso, pubblicazione, esposizione delle Polaroid. Eppure, come già avvenne negli anni ’50, sappiamo con certezza che ogni vestito, calzatura, indumento intimo, rossetto, era di proprietà di Mollino, quindi ogni scatto era composizione e progetto accurato.

Alla sua scomparsa si scopre che Carlo Mollino non ha eredi. Di conseguenza tutto il suo patrimonio diventa di proprietà dello Stato Italiano, quindi pubblico. E viene così alla luce, senza censure parentali, la sua immensa collezione fotografica.

Quante immagini vi fossero contenute è impossibile saperlo. Testimoni ben informati raccontano quanto successo dopo la dipartita del padrone di casa: i meravigliosi indumenti acquistati persino a Parigi o a Londra, le scarpe realizzate a mano da Sacchetti e chissà quante stampe e Polaroid “pornografiche” subiscono il destino del cassonetto dell’immondizia.

Naturalmente l’unica plausibile spiegazione delle migliaia di ritratti femminili viene identificata con un intenso interesse erotico del funambolico architetto, ma, maledizione, inequivocabili testimonianze femminili attestano che il suo erotismo era “un po’ al di sotto della norma”.

Falsa pista quindi. E il quesito resta senza soluzione, nel mistero che così tanto ha accompagnato la vita del nostro protagonista.

Inutile cercare a Camera la risposta. La mostra espone molto (persino cartoline e foto non di Mollino) ma non spiega.

La spiegazione c’è e si annida tra le pieghe occulte della città magica per eccellenza. Non spetta certo a me svelare e rompere il rito di segretezza dell’amico Mollino, quindi… buon lavoro!

Fulvio Ferrari

 

 

“L’occhio magico di Carlo Mollino. Fotografie 1934-1973”

Fino al 13 maggio 2018

Mostra a cura di Francesco Zanot

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia

Via delle Rosine 18, 10123 – Torino

www.camera.to

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