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Gucci, GQ e il ballerino Michael Clark

Tokyo è una città lontana, con uno stile di vita e una cultura molto diverse dal villaggio scozzese nell’Aberdeenshire in cui il ballerino e coreografo Michael Clark è cresciuto: 5643 miglia separano le due realtà, per essere precisi. ...

Tokyo è una città lontana, con uno stile di vita e una cultura molto diverse dal villaggio scozzese nell’Aberdeenshire in cui il ballerino e coreografo Michael Clark è cresciuto: 5643 miglia separano le due realtà, per essere precisi. Nonostante la distanza – Clark ha viaggiato moltissimo durante i suoi 55 anni, sia per motivi personali e soprattutto professionali – esiste un filo conduttore che collega la storia e le origini di Clark a quello che, un giorno, senza alcun dubbio diventerà un’immensa eredità creativa. Questa connessione è la parte più incredibile del suo talento, un dono prezioso alle arti visive – la danza.

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“La danza non è fatta solamente di principesse e cigni” dice Clark. La scena dei love hotel di Tokyo per The Performers (la seconda fase della collaborazione tra GQ e Gucci, un progetto in evoluzione che esplora ciò che ha ispirato e influenzato i creativi più originali del mondo), diventa per Clark il modo per esprimere il suo spirito creativo ribelle. ” Ho iniziato a ballare all’età di quattro anni, partecipando alle lezioni di danza scozzese di mia sorella; una cosa sorprendente, visto che ero molto timido e per niente sicuro”. Tuttavia, ciò che Clark considerava limitazioni vennero interpretate da altri come grande potenziale creativo. Clark ha ottenuto un posto al Royal Ballet di Londra. “A quel tempo, prendevano le cose molto seriamente. Facevano addirittura le lastre ai nostri polsi per vedere quanto saremmo cresciuti. Non sono mai riuscito ad adeguarmi a quel mondo”, ammette. “Non tanto per l’etica del lavoro, ma perché verso la fine degli anni settanta fui attratto dal movimento punk, dalla sua energia, ma soprattutto dal caos che lo circondava”.

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All’inizio degli anni ottanta Clark desiderava entrare a far parte di una compagnia di danza che incarnasse i suoi gusti creativi. Ballet Rambert, un collettivo di danza sperimentale di Londra, gli diede la libertà di esprimere completamente se stesso. Poco dopo, Clark fondò la sua compagnia di danza, la Michael Clark Company, e iniziò a collaborare con alcune delle figure post punk più bizzarre della Gran Bretagna, a partire da Leigh Bowery e Mark E Smith dei The Fall. La sua estetica è sempre stata non convenzionale, spregiudicata e ribelle. “I mie primi contatti con il Giappone Si concretizzano con David Bowie e i riferimenti a quel paese del suo guardaroba”, ricorda Clark, che più tardi, nel 1980, avrebbe sviluppato un forte legame con il Giappone mentre era in tour con sua madre e Leigh Bowery. “La diversità di Bowie mi ispirava moltissimo. I giapponesi scoprono la bellezza nelle cose più strane, soprattutto nella natura. È proprio questa ammirazione che mi riempie di meraviglia”.

L’ energia ipnotizzante di Clark – sia sul palco che nella vita – esiste in quel punto di equilibrio tra forza e fragilità, potenza e vulnerabilità. “Ricordo di aver letto da qualche parte che dovevo ballare altrimenti mi avrebbero ucciso”, dice Clark. “Questa è l’emozione che provavo da bambino. Era il mio modo di sopravvivere, sedurre le persone o confonderle con la mia danza, per poter sopravvivere”. Clark è sia un perfezionista diligente, colui che farebbe esercizi alla sbarra per tutta la giornata senza fermarsi, ma anche una persona con una personalità anarchica e contorta.

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“Sono sempre stato affascinato da ciò che è accettabile e ciò che non lo è”, spiega. “Stabilisco le mie regole così posso infrangerle.” La sua carriera è stata caratterizzata da momenti di grande successo, ma anche dalla tossicodipendenza e dalle difficoltà finanziarie; tuttavia, è facile percepire oggi come sia stato non solo una grande ispirazione per molti, ma anche in grado di esprimere nuovi modi per comunicare, attraverso la danza, con persone diverse a livello globale. Tokyo, per molti visitatori, è un ambiente intimidatorio, distaccato. Una città dove i codici visivi normali quasi non esistono. “Il Giappone è il luogo più starno che abbia visitato. È molto difficile comunicare; eppure la bellezza della danza sta nel fatto che sia un linguaggio universale che tutti riescono a capire.” Un ulteriore elemento positivo in una vita piena di contrasti e espressioni. Il prossimo obbiettivo? “Sto ancora tentando di raggiungere l’immobilità. Sono sempre in viaggio e non riesco mai a fermarmi”.

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