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Questa nuova specie di sorellanza

Una conversazione sull’essere donne e scrivere romanzi in Italia all’epoca di #metoo.   Chiara Barzini: Ilaria, dove eri nascosta fino adesso? Ci conosciamo da un anno, ma sembra una vita… Ilaria Bernardini: Ci conosciamo da ...

Una conversazione sull’essere donne e scrivere romanzi in Italia all’epoca di #metoo.

 

Chiara Barzini: Ilaria, dove eri nascosta fino adesso? Ci conosciamo da un anno, ma sembra una vita…

Ilaria Bernardini: Ci conosciamo da molto meno di un anno! Però io ti avevo letto, un racconto breve, che mi era sembrato pensato e scritto benissimo. Bello conoscersi tramite le proprie storie, prima.

CB: Anche io avevo letto un tuo racconto su una rivista letteraria americana. E, tornata in Italia dopo anni vissuti negli Usa, ho cercato tutti i tuoi libri! Siamo fortunate che i nostri ultimi romanzi, due storie di resilienza come “Terremoto” e “Faremo Foresta”, abbiano visto il mondo cambiare sotto ai loro occhi in concomitanza con la crescita del movimento #metoo. In effetti entrambe ultimamente ci siamo trovate a lavorare con gruppi di donne sempre più autorevoli e affiatate – editor, produttrici, uffici stampa. E ora vedo i germogli di una sorellanza, una creatività più libera per chi lavora nel nostro settore. Tu come vivi questo momento?

IB: Lo vivo pensando che anche per questo adesso ci siamo conosciute davvero. Ci siamo avvicinate. E di certo il mondo non è solo cambiato sotto i nostri occhi ma anche grazie ai nostri occhi. In particolare, per me il cambio di editore ha significato lavorare con una squadra composta da tante donne. E anche il film che trarremo da “Faremo Foresta” avrà una produzione completamente femminile (Asmara), con cui lavori appunto anche tu. Ora siamo alla ricerca di una regista donna, così come sono donne le nostre protagoniste. Siamo tante in questo momento a lavorare insieme e una per l’altra. Come ha detto Frances McDormand, che ha concluso il suo speech agli Oscar con due parole: “inclusion rider”. Ovvero la clausola per avere più diversità ed equità nelle produzioni cinematografiche.

CB: Abbiamo entrambe aderito a “Dissenso Comune”, il manifesto contro il sistema di potere maschile che è stato criticato da molti. E a due mesi da quella dichiarazione, i David di Donatello hanno garantito a tutte noi firmatarie uno spazio all’interno della cerimonia. Al Quirinale, con il presidente della Repubblica, abbiamo parlato di codici etici, parità di salario ed equa rappresentanza ottenendo risposte puntuali e inclusive. Si è aperta una conversazione anche con l’Anica per tutelare chi segnala reati di molestia nei rapporti di lavoro. Al bar la mattina si parla di femminismo come se si stesse discutendo il risultato di una partita della Roma. Ok, non proprio, ma ci siamo capite.

IB: Per me aderire a “Dissenso Comune” voleva dire anche sostenere chi voleva aprire un dibattito reale, di tutti i giorni. Nel dibattito ci sta anche l’approssimazione, l’imperfezione di chi ha deciso di chiedersi certe cose, parlarne, usare il proprio ruolo per farlo nel silenzio generale. Il punto non sono le critiche, il fastidio o il non essere – aggiungerei per fortuna – sempre d’accordo. Tutto questo, qualche mese fa, non era in Italia argomento né da bar né da palco dei David. Oggi sì. Incontrare i politici, i rappresentanti delle categorie, i legislatori, è quello che sta succedendo in Italia anche grazie a “Dissenso Comune”. Il resto non importa.

CB: Leslie Jamison, una scrittrice che amo molto, sul “New York Times” si è posta una domanda importante: “Does recovery kill great writing?” Lei riflette sul suo passato di alcolista, sulla grande ispirazione che ha tratto dai romanzi “ubriachi” di Berryman, Carver e Johnson. Dopo essersi curata con gli Alcolisti Anonimi è stata afflitta dall’idea che la scrittura può diventare più noiosa quando si smette di lottare contro i nostri demoni. Questo momento storico per certi aspetti ha una componente di “guarigione collettiva” e io confesso di star lottando con le sue contraddizioni creative.

IB: Io ho paura di perdere la creatività praticamente a ogni cambiamento della vita. Diventare madre. Lasciarmi. Sposarmi. Essere troppo triste. O troppo felice. Ma intendi dire che nella liberazione della donna senti il cambiamento di una parte più antagonista di te, che funzionava per le tue storie e che ora, non sentendoti più così sola, sta troppo in pace per urlare?

CB: Diciamo che il contrasto mi ha sempre aiutata a scoprire il mondo e a raccontarlo nella scrittura. I passaggi sereni mi inquietano. Come dici tu forse sono disturbanti tutti i cambi di vita. Penso in particolare alla maternità. Questo discorso si allaccia anche alla divisione tra vita creativa e vita vera. “Faremo Foresta” può essere considerato un memoir, così come in qualche modo anche “Terremoto” vive di elementi autobiografici.

IB: Il memoir però dovrebbe sottostare a delle regole che “Faremo Foresta” abbandona alla prima riga: comincia con una cartomante! Io non sono brava con le categorie, ma a me, e lo dico sorridendo, più che un memoir sembra una canzone d’amore da cantare a squarciagola. Ho cercato di trovare parole per tutti e non per me. Di me non mi interessa per niente. Oppure, semmai, è un manualetto di filosofia semplice, in chiave dolce. A te cosa sembra “Terremoto” invece?

CB: Forse è un romanzo autobiografico. Anche se temo l’avvicinamento tra quello che scriviamo e quello che rappresentiamo, il modo in cui si viene percepite. Il fatto che “Cat Person”, il racconto di Kristen Roupenian pubblicato sul “New Yorker” diventato virale, sia stato trattato come una sorta di confessione invece che come un’opera d’arte non può non inquietarmi. IB: Tanto è sempre stato così. Pensa che hanno creduto che la Bibbia fosse una biografia e non un’opera d’arte!

CB: Sì, è il fatto di credere che tutto ciò che uno scrive rappresenti il proprio pensiero morale, etico, filosofico che mi spaventa.

IB: A volte le persone attorno a me soffrono del mio usare dettagli autobiografici, e di essere presenti nei miei libri. A me invece, anche da lettrice, in questo momento interessa quasi solo questo tipo di narrazione, molto vicina alla vita, costruita su dettagli autobiografici che diventano spunto per teorie e sentimenti universali. Alighiero Boetti chiamava gli artisti “i vedenti”. Per me i vedenti sono quelli che sanno vedere e poi raccontare il codice identico di tutti, ributtandolo fuori in forma d’arte, quindi in maniera gestibile, assimilabile. E poi, comunque la si voglia mettere, plot o non plot, vita vicinissima o lontanissima da sé, confini sfocati o meno, in tutti i libri stiamo tutti parlando della stessa cosa, cioè della vita, di questo fatto di essere vivi.

Chiara Barzini, Ilaria Bernardini, Vogue Italia, aprile 2018, n.812, pag. 64

 

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