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Salone del Mobile 2018: tutto è design

57 anni. Un’età che comincia ad avere una certa importanza, che si fa sentire. Ma per il Salone del Mobile, concepito giusto nel febbraio 1961, l’anagrafe non conta e di vivere sugli allori proprio non se ne parla visto il suo successo ...

57 anni. Un’età che comincia ad avere una certa importanza, che si fa sentire. Ma per il Salone del Mobile, concepito giusto nel febbraio 1961, l’anagrafe non conta e di vivere sugli allori proprio non se ne parla visto il suo successo – economico, di numeri e di pubblico – che anno dopo anno non subisce flessioni, ma continua esponenzialmente a crescere. Siempre adelante, non perché chi si ferma è perduto, ma perché il ruolo del Salone è sempre lo stesso: non  specchio passivo, ma vetrina sempre più ambita ove presentare nuove ipotesi e relative proposte.

I 328 espositori della prima edizione nel settembre dello stesso anno sono diventati oltre 2500. La vecchia Campionaria in città è stata sostituita dagli sterminati padiglioni di Rho Fiera; l’internazionalità che è da subito nei cromosomi del Salone è diventata planetaria. Insomma, tutto un altro mondo, proprio come quello dell’arredo che, dalla semplice prospettiva di arredare con gusto l’abitazione, si è ormai ampliato facendo proprie anche istanze di responsabilità civile, culturale e ambientale.

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Ché casa non è più e da tempo solo il nido privato, ma lo è diventato anche l’ufficio, e in fondo l’ovunque. Un po’ come il Salone che non è solo Fiera, ma la città tutta, mobilitata per sette giorni in una giostra caleiodoscopica di eventi grandi e piccoli sparsi in ogni angolo, ingorghi stradali, fiumane di gente da tutto il mondo. Una faticaccia, viene da dire, dalla quale, anche quando il mantra mugugnato dagli specialisti annoiati è “ormai non c’è niente di nuovo”, si esce comunque con una serie di suggestioni, memorie, rimandi – magari anche delusioni – che costituiscono un importante patrimonio su cui ragionare nel tempo. Il consiglio? Tuffarsi ancora nella città, con la coscienza che tutto non si può vedere, ma che anche gli eventi meno “impegnati” e più esplicitamente festaioli dicono comunque qualcosa del design, anche quando non ne parlano. Perché design, cioè progetto, è termine onnivoro e dunque anche chi il design lo segue di  esso ne fa parte: in certo modo non solo lo rappresenta, ma vivendolo lo costituisce e lo modifica.

(Le imagini sono dell’installazione di Cos in collaborazione con l’artista Phillip K. Smith III , nel cortile cinquecentesco e nel giardino all’inglese di Palazzo Isimbardi, a Milano)

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