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E se gli uomini guadagnassero meno delle donne?

Il divario retributivo tra uomo e donna è finalmente entrato nel dibattito pubblico, ma si parla ancora poco delle sue implicazioni sull’economia e sulla mobilità sociale. Anche per questo, dal 2006, il World Economic Forum analizza i d ...

Senza-titolo-1Il divario retributivo tra uomo e donna è finalmente entrato nel dibattito pubblico, ma si parla ancora poco delle sue implicazioni sull’economia e sulla mobilità sociale. Anche per questo, dal 2006, il World Economic Forum analizza i dati ottenuti intervistando i Ceo di molte aziende in 144 Stati. E li mette a disposizione con il Global Gender Gap Report, un resoconto che analizza lo scarto in diversi campi, dalla salute all’educazione, dalla politica al posto di lavoro. I dati sono preoccupanti: per la prima volta in dieci anni la situazione generale è peggiorata. Nel dettaglio, le donne guadagnano in media il 63 per cento di quello che percepiscono i colleghi maschi a parità di occupazione. E il divario nel reddito è ancora maggiore se si considera la retribuzione femminile media, che è il 51 per cento di quella maschile. L’Italia, che nel Report generale è all’82° posto, si posiziona al 126° per quanto riguarda gli stipendi femminili che, a parità di posizione lavorativa, valgono il 49 per cento di quelli maschili. Quali sono le ragioni che influiscono su questo pay gap? Innanzitutto, le donne sono di più nelle professioni meno retribuite, per esempio quella infermieristica o nell’insegnamento.

In secondo luogo, sono più propense a svolgere impieghi part-time. La terza ragione è che, in molte economie, hanno minori possibilità di crescita verso posizioni apicali. C’è chi pensa che l’istruzione o i figli siano determinanti. E anche se i Ceo di molte società importanti sostengono che un anno o due di maternità, nel corso di una carriera di 40 o 45 anni, non siano niente, numerosi studi dimostrano che, nel periodo successivo al parto, le donne vengono penalizzate in termini di avanzamento di carriera e di stipendio. Va poi considerato il lavoro domestico non retribuito: in media gli uomini tendono a dedicargli 23 minuti al giorno, le donne 61,5 minuti, con lo stress e le responsabilità che ne derivano. Una volta la donna si occupava dei famigliari e l’uomo portava a casa lo stipendio, ma oggi questa divisione è meno rigida, lo stile di vita è più flessibile e di conseguenza anche questa sproporzione deve cambiare. In tal senso, gli uomini possono fare molto. Due esempi: ogni volta che si apre una posizione lavorativa in azienda, sarebbe opportuno creare elenchi che contengano un numero uguale di candidati maschili e femminili; e i manager dovrebbero essere valutati anche per come hanno ridotto il divario di genere. Osservando i dati del Global Gender Gap Report, è inoltre evidente che in 100 paesi le donne sono già la maggioranza dei laureati. Quindi il talento è prevalentemente femminile. Ma in termini di forza lavoro, ne usiamo in media non più del 60 per cento, e questo si traduce in perdite e inefficienze che McKinsey ha valutato economicamente: se il pay gap fosse azzerato, l’economia globale guadagnerebbe ben 12 trilioni di dollari. Nel solo Medio Oriente, dove il divario retributivo è maggiore, il Pil salirebbe del 47 per cento. Certamente le nuove generazioni hanno una consapevolezza maggiore del problema. Ma sarà impossibile risolverlo senza l’aiuto strategico della politica, il cui compito è attuare criteri di misurazione per migliorare la trasparenza retributiva. È solo con un approccio collettivo che cambieranno le cose.

 

 

Saadia Zahidi, Vogue Italia, aprile 2018, n.812, pag. 50

 

Intervista raccolta da Federico Chiara. Nella foto Double act 1 (2011), un’opera della trentaseienne fotografa tedesca Isabelle Wenzel, che nella sua ricerca artistica si concentra sul corpo inteso come scultura surrealista in equilibrio dinamico.

*Nazionalità pakistano-svizzera, 37 anni, è Head of Social and Economic Agenda e membro dell’Executive Committee del World Economic Forum.

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