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Palermo 2018. Appunti di una rinascita

Casa Vogue, allegato a Vogue Italia, aprile 2018, n.812 Palermo alza la testa, rinasce. Palermo è un cantiere. La città dalle mille potenzialità e contraddizioni mai come ora sembra al centro del mondo. Si prepara a ospitare “Manifesta ...

Casa Vogue, allegato a Vogue Italia, aprile 2018, n.812

Palermo alza la testa, rinasce. Palermo è un cantiere. La città dalle mille potenzialità e contraddizioni mai come ora sembra al centro del mondo. Si prepara a ospitare “Manifesta 12”, la Biennale nomade europea di arte contemporanea, rispolvera antichi palazzi, rilancia. Capitale italiana della cultura 2018, progetta il suo futuro. Ovunque lavori in corso, c’è aria di cambiamento. Stranieri che arrivano con la valigia e rimangono per inventarsi una nuova vita, emigranti di ritorno, giovani che non scappano più su al Nord. O forse, come dice Letizia Battaglia, la fotografa che con i suoi scatti ne ha raccontato le tenebre, «abbiamo avuto la guerra civile dentro casa, ma Palermo non l’ho mai abbandonata. Noi andiamo avanti, perché veniamo da lontano. Non ci fermiamo perché c’è “Manifesta” o Palermo è capitale della cultura, ringraziamo, ma noi siamo una città internazionale, con un passato internazionale. Gli stranieri li abbiamo sempre accolti con il cuore. 83 anni, premi, mostre e riconoscimenti – per il “New York Times”, tra le undici donne che nel 2017 si sono distinte per impegno ed energia –, Letizia è travolgente. Da pochi mesi, dopo sette anni di lotte, ha inaugurato il suo Centro internazionale per la fotografia ai Cantieri culturali della Zisa. Uno dei 23 capannoni che una volta ospitavano le Officine Ducrot, dove si costruivano gli arredi liberty dell’architetto Ernesto Basile, poi gli aerei dell’Aeronautica sicula e infine i treni. Un altro pezzo della Palermo che cambia. Il suo centro ospita mostre internazionali, seminari, workshop, un luogo aperto, di confronto, per tenere gli occhi vigili sul mondo. «Non era facile essere donna e fare la fotografa. Non era facile per una donna esistere, una volta. Il cambiamento non arriva oggi, parte dalla volontà di alcune persone. Dopo i terribili anni 80 e 90, la persona più importante è stato Leoluca Orlando, che ha lottato, è andato avanti da solo».

La volontà, ancora, ha portato qui “Manifesta 12”, che dal 16 giugno al 4 novembre 2018 invade la città. A crearla, per affrontare la crisi e il cambiamento in Europa, poco dopo la caduta del Muro di Berlino, è stata Hedwig Fijen, storica dell’arte nata in Olanda, che la dirige dal ’93. Una Biennale d’arte per una nuova visione sul futuro, per colmare la frattura tra Est e Ovest. «La parola Manifesta viene da manifestare, che significa muoversi da un posto all’altro, ma anche essere presenti. L’idea era la mobilità. Saremo nomadi nel futuro? Abbiamo anticipato la globalizzazione, la voglia di essere cittadini del mondo, soprattutto nella comunità dell’arte, non solo geograficamente, ma anche dal punto di vista geopolitico», dice Hedwig. «Sono tedesca, francese, olandese ed ebrea. Il background multiculturale è la mia storia. Ecco perché ho fondato “Manifesta”, perché l’arte e gli artisti possono cambiare il mondo». Per la dodicesima edizione, “Manifesta” ha scelto Palermo per la sua complessità e per la sua storia. «La Sicilia è prima di tutto uno degli angoli più multietnici d’Europa, il centro del commercio nel Mediterraneo, è cosmopolita, un melting pot greco, arabo, ebreo e cristiano, era una network society prima ancora che esistesse il termine. Ecco perché Palermo non conosce la paura dello straniero, era una città senza confini, e oggi è il luogo dove confrontarsi sulle grandi questioni della nostra società, l’immigrazione, il cambiamento climatico, la mancanza d’acqua, ma anche le connessioni da costruire in un mondo globale».

Temi complessi affidati, per la prima volta nella storia della Biennale, a curatori con competenze diverse che vengono, per esempio, dal mondo dell’architettura, come Ippolito Pestellini Laparelli di Studio OMA, che si è occupato della ricerca urbanistica “Palermo Atlas”. Ai curatori, il compito di selezionare gli artisti, autori, architetti, invitati a produrre nuove esperienze creative site-specific, in accordo con il tema scelto, il Giardino planetario. L’ispirazione viene dall’Orto Botanico, inaugurato nel 1795 come parte della Regia Università di Palermo e laboratorio ove coltivare, studiare, sperimentare, mescolare le diverse specie, che da qui si sono diffuse in tutto il Mediterraneo. Un enorme museo all’aria aperta, dieci ettari circa di giardino, che custodiscono le collezioni vive. E poi l’Erbario, e la Banca del germoplasma, per salvare il patrimonio genetico di specie rare o minacciate. L’Orto ospiterà una delle quattro sezioni di “Manifesta 12”, Garden of Flows. «L’Orto Botanico dell’Università di Palermo, mi raccomando, lo citi bene», dice il direttore, il professor Paolo Inglese, «è il giardino dell’accoglienza, la metafora della Sicilia». Lui è un altro palermitano che ha deciso di restare per cambiare le cose, e con orgoglio svela le statue delle quattro stagioni, opera dello scultore Gaspare Firriolo, in restauro sul tetto del Gymnasium. «Sono innamorato del patrimonio culturale della mia università, qui si legge l’enorme cultura scientifica di questa terra», prosegue Inglese, che è direttore del Sistema museale di ateneo, sei musei tematici e tredici collezioni aperti al pubblico. Una rete per disegnare l’identità del futuro. «Abbiamo più studenti stranieri che italiani, se escludiamo i palermitani. Un paradosso. D’altra parte, siamo pur sempre un’isola, dobbiamo offrire più qualità, se vogliamo competere con gli altri. Cosa sarebbe l’Inghilterra senza Oxford e Cambridge?».

L’università, un tassello importante della trasformazione. Il Rettorato ha sede in uno dei luoghi simbolo della città, Palazzo Chiaramonte, lo “Steri”, restaurato negli anni 70 da Carlo Scarpa e Roberto Calandra. E lì, a pochi passi, il progetto di cui tutti parlano, e non solo in Sicilia. Il restauro del monumentale Palazzo Butera, finanziato da una coppia di collezionisti milanesi, Massimo e Francesca Valsecchi, che decidono di portare qui la loro collezione di arte contemporanea e di trasformarlo in laboratorio aperto alla città, sede di mostre, spazi per la didattica, residenze per artisti. Un catalizzatore, per rivitalizzare il quartiere della Kalsa, a pochi passi dal mare. L’inaugurazione è prevista in occasione di “Manifesta”, in coincidenza con lo spirito della Biennale. «“Manifesta” vuole porre delle domande, si chiede chi governa la città, cosa significa appartenerle o venire da fuori, e traduce questi interrogativi in progetti artistici», ribadisce Hedwig Fijen.

Gli altri luoghi pronti a ospitare la Biennale sono palazzi, chiese, fabbriche, in cui gli artisti sono chiamati a collaborare con la comunità locale. Tra questi, il Teatro Garibaldi, sede della manifestazione, che ha inaugurato a luglio 2017 il programma “Aspettando Manifesta 12”. Un teatro dalla storia travagliata, aperto nel 1861 come edificio effimero. Qui, dal palco n. 10, Garibaldi ha pronunciato il discorso: «O Roma, o morte». Acquistato poi dal Comune, ha ospitato produzioni di Carlo Cecchi, Emma Dante, Peter Brook e Wim Wenders. Un’altra Palermo, che convive e dialoga con le dimore dell’aristocrazia, come Palazzo Valguarnera Gangi, dove Luchino Visconti ha girato la celebre sequenza del ballo de “Il Gattopardo”, o Villa Igiea, l’hotel della Belle Époque. «Peccato che a Palermo manchi un affaccio sul mare», dice Aloisa Moncada, di antica famiglia siciliana, sulle impalcature dello Stand Florio in restauro, edificio liberty progettato sempre da Basile, Kursaal per la villeggiatura della nobiltà che qui si esercitava nel tiro al piccione. Tutto si mescola, le farfalle di Damien Hirst e il volo delle colombe. Anche Aloisa è tornata dopo una vita a Milano, «perché credo in Palermo, centro del Mediterraneo. Bisogna però mettere insieme le parti, i pezzi della comunità». È un punto di osservazione privilegiato sul mondo, questa città, orgogliosa della sua accoglienza. «Ciò che veramente ami rimane, il resto sono scorie», conclude Letizia Battaglia, citando Ezra Pound. Il mondo a chi appartiene, a me, a loro o a nessuno?

Foto di Nicola Lo Calzo

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