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La bellezza torna in strada

Dazi, barriere, nazionalismi: il mondo va indietro anziché avanti, e allora bisogna PROTESTARE. Che si parta con i vestiti, come negli show di Dior, Gucci, Miu Miu, va benissimo: perché l’estetico è politico. La bellezza è per strada: ...

Dazi, barriere, nazionalismi: il mondo va indietro anziché avanti, e allora bisogna PROTESTARE. Che si parta con i vestiti, come negli show di Dior, Gucci, Miu Miu, va benissimo: perché l’estetico è politico.

La bellezza è per strada: sembra uno slogan fresco di conio, uscito dalla mente brillante di un direttore creativo perfettamente sintonizzato con il contemporaneo, sceso giù dalla torre d’avorio per guardare alla vita vera, nutrirsene e rielaborare, proponendo visioni di bellezza alternative e sperticate, ma possibili. Invece è un proclama vecchio di cinquant’anni, perla di contro-saggezza tra le più fulgide del Maggio 1968. Campeggiava su uno dei numerosi manifesti prodotti da Atelier Populaire (collettivo artistico dell’École des Beaux-Arts, ndr) a sostegno delle proteste studentesche: un disegno a china nera dal tratto grossolano e immediato, raffigurante una donna intenta a scagliare un pezzo di lastricato divelto, versione moderna della “Libertà che guida il popolo” di Delacroix. La moda oggi torna lì, e non solo perché il ciclo dei revival si perpetua imperituro e il cinquantennale dell’anno più sovversivo, progressivo e mitizzato del secondo dopoguerra offre il destro a facili ispirazioni. Il fatto è che la cultura e la società tout court puntano in quella direzione. L’idea che il progresso sia una freccia scagliata a gran velocità in avanti per illuminare in crescendo inarrestabile le coscienze delle masse si è infranta contro il muro impenetrabile di nazionalismi, diritti negati, involuzioni che avanzano, plumbei e inarrestabili invece che avanti, le barriere sostituiscono la fratellanza, i dazi la libera circolazione di uomini e merci. Allora bisogna protestare, di nuovo e con forza. Che si parta con i vestiti va benissimo: l’estetico è politico perché definisce il rapporto tra individuo e collettività. Certo, dove arriva la moda entra subito in gioco un elemento preponderante di astrazione e stilizzazione che superficializza tutto trasformando la sostanza in posa, ma è sempre un inizio. Meglio una messa in scena che nulla: da qualche parte i semi germoglieranno. Il futuro prossimo, allora, sarà sessantottino. Ce ne sono tracce ovunque, con particolare concentrazione nell’ultima tornata di sfilate. Si scende per strada, incazzati neri e vestiti benissimo. Mentre la gente sceglie populismi reazionari, la classe dirigente modaiola esprime urgenze progressivo-sovversive. All’uopo bastano anche solo gli abiti all’uncinetto e gli zoccoli di Dior, o i multiculturalismi hippie di Etro. Miuccia Prada celebra le sfrontatezze metallurgiche e proletarie di Karlheinz Weinberger, addirittura introducendo lo show di Miu Miu con affissioni selvagge in giro per Parigi: un alfabeto di azioni e comportamenti femminili, disegnato a china nera, con linee spesse e spontanee, come manifesti d’antan. L’associazione con il Maggio francese è evidente, perché sessantottina è la spinta a uscire dall’atelier e andare in mezzo alla gente per catalogare persone, atteggiamenti, corpi, glorificandoli nella loro diversità.

Gucci non è da meno. Qui c’è un’intera campagna pubblicitaria che si intitola “Gucci dans les rues” e che inneggia a “liberté, egalité, sexualité”, in un cortocircuito tra edonismo disco, liberazione sessuale e rivoluzione francese che si nutre di iconografie sedimentate nell’immaginario collettivo, avvolgendole di frivolezza. Ma è il cyborg sconcertante di Alessandro Michele a imporsi come visione dirompente, e non solo per le teste mozze come accessorio cult. Le indubbie capacità politiche, le volontà sottilmente e spontaneamente sediziose Michele le scatena proprio attraverso il lavoro stilistico: nell’assemblaggio di elementi eterogenei che paiono googlate frenetiche attraverso la storia, fatti cozzare per liberarne le energie recondite. Con non poca sventatezza, certo: la moda coglie ovunque e rielabora in maniera dannata-mente superficiale, sciocca che di più non si potrebbe, irritando censori, ortodossi e benpensanti. Però funziona perché mette al centro un valore autenticamente destabilizzante: la fantasia. Maria Grazia Chiuri è dello stesso parere: la fantasia deve stare al potere, perché consente a tutti la possibilità di essere quel che si vuole, come si vuole, quando lo si vuole. Invita soprattutto a folleggia-re, ed è lì che il movimento esplode. Dar di matto è attività salvifica e produttiva – anche la sempre cupa Rei Kawakubo devia sul camp felliniano. Impazzire è un m-do per fuggire la realtà, naturalmente, con la consapevolezza che proprio laddove il mondo terreno con le sue urgenze concrete e meschine appar più lontano, è lì che si annidano e fermentano le soluzioni di lunga durata e comprovata efficacia. Che l’arte anticipi la vita non è un cliché, ma un dato di fatto. Lo era nel 1968 e lo è oggi. E adesso tutti sulle barricate, a sparare glitter.

Vogue Italia, aprile 2018, n.812, pag. 68

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