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Look optical: i capi più belli li firma Quentin Jones per Marella

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C’è qualcosa nelle ragazze londinesi che le rende immediatamente riconoscibili e, altrettanto subitaneamente, magnetiche: un loro speciale “senso della misura” in tutto ciò che sono e che fanno. Un misto di calore europeo e distacco nordico fa sì che quando ne incontri una, come a noi è capitato con Quentin Jones, hai subito voglia di farci amicizia. Composte ma non impettite, ironiche ma non sarcastiche, selezionano con cura le parole da utilizzare. La loro eleganza non è mai urlata e, al contempo, riescono a rendere elegante la più casual delle mise. Non solo: anche quando hanno una vita scandita da un turbinio di attività diversissime, mettono da parte eventuali isterie e ostentano un controllo serafico su ogni cosa. In questo Quentin Jones è maestra. Ex modella laureata in Filosofia, è pittrice, illustratrice, regista, moglie, madre, artista. E ora, a 34 anni, anche designer: esce a fine maggio la capsule collection per Marella che porta il suo nome, Quentin Jones X Marella ART 365. Una limited edition interamente in bianco e nero, disponibile online e presso gli store Marella. L’artista accarezza mentre passeggia per il negozio milanese dove la incontriamo.

Quentin Jones fotografata da Frederico Martins.

Quentin Jones fotografata da Frederico Martins.

C’è un capo che ti piace più degli altri? «La giacca kimono che indosso: di giorno la porto con pantaloni e sneakers, di sera con gonna e tacchi. Perfetto per chi, come me, dopo il lavoro magari si ferma fuori a cena». Quindi, nel disegnare la capsule, avevi in mente una donna a tua immagine e somiglianza. «Avevo in mente proprio me stessa. Mi sono chiesta: che cosa mi colpisce quando entro in un negozio?». E ti sei risposta? «Le stampe optical e gli accostamenti arditi». Et voilà. «Et voilà questa capsule dove ho preso due pattern classici come le righe e pois e li ho messi l’uno accanto all’altro. Ecco il tocco di modernità che piacerà alle ragazzine. O a chi, come me, si sente sempre ragazzina dentro, anche se ha già un figlio e ne aspetta un altro». Sarà un maschietto anche lui? «Sono quasi sicura di sì». Il primo l’hai chiamato Grey, “grigio” in italiano. Il secondo? «Aspetto la certezza che sia un bimbo, poi vaglierò un nome altrettanto originale. Pensa che tutti credono che abbia scelto “grigio” perché è la tinta che si ricava miscelando il bianco e il nero, i due colori della mia arte». Non è così? «È meno poetico: alle medie, il ragazzo più simpatico e in gamba della scuola si chiamava Grey. Mi è rimasto impresso da allora». La maternità ha cambiato molto la tua vita? «Ho ridotto le uscite serali, soprattutto ora che sono incinta: meglio stare a casa che essere l’unica sobria della festa. Inoltre, mentre prima leggevo parecchio, adesso ascolto gli audiolibri, così posso tenere lo sguardo fisso sul bambino. Ah, e poi non posso più permettermi di avere il frigo vuoto». Nessun impatto sul lavoro? «Sono diventate più tollerante: i figli ti insegnano che la perfezione non esiste. Ma anche più  efficiente: non avendo tempo da perdere, devo capire rapidamente che cosa funziona e che cosa no. Quando vivevo e lavoravo a New York, invece, potevo permettermi di “sprecare” anche dieci giorni di tentativi ed errori su progetti che non avrebbero mai visto la luce del sole». Ti eri trasferita a New York per lavoro? «Per cambiare». Per quale motivo, poi, sei rientrata a Londra? «Per mio marito. Ma lo sto convincendo a tornare negli States». Lui di che cosa si occupa? «George [Northcott, ndr] sviluppa nuovi business legati alla tecnologia. E nuovi modi di irritarmi». Stai ridendo! Raccontacene uno. «Versa il tè nel modo sbagliato». Deduco che il galateo sia importante per te. «Posso impazzire se, al ristorante, la gente al tavolo accanto al mio mangia in maniera disgustosa». Origini aristocratiche? «Sono figlia di due architetti che hanno a cuore le buone maniere». Le insegni anche a Grey? «Ho sempre pensato che sarei stata severa con lui, invece sta crescendo un po’ viziato. Sai, io sono spesso all’estero per lavoro e le tate sono più morbide». Vita movimentata: scelta consapevole o obbligata? «Consapevole. Come tutta la mia generazione, ho una soglia di attenzione bassissima. Per tener vivo l’interesse ho bisogno di cambiare spesso: città, progetti, tipo di lavoro». Ecco perché una modella si iscrive a Filosofia, si laurea, poi fa inversione di rotta e sceglie Arti Grafiche. «Filosofia mi è servita però: mi ha regalato una buona capacità analitica e l’attitudine a lavorare sodo. Qualità che tanti artisti si sognano». E del tuo passato nella moda, che cosa ti è tornato utile? «I contatti. Il fare la modella, di per sé, non è stata una grandissima risorsa». Però per alcuni dei tuoi progetti posi ancora. «A volte uso me stessa per sperimentare senza inibizioni. Per un video, per esempio, mi sono filmata completamente nuda e ricoperta di vernice nera. Non l’avrei chiesto a nessun’altra e io non mi sarei prestata con nessun altro». Perché? «Mi sarei sentita a disagio». Parli come una che c’è passata. «Ci siamo passate tutte. Ora se ne discute molto ed è un bene ma, almeno nel mondo della moda, era risaputo da tempo che le ragazze spesso si trovavano in situazioni imbarazzanti. Non si tratta solo di avances indesiderate: a 14 anni le agenzie ti permettono di posare mezza nuda in servizi ambigui, dove ti viene chiesto di assumere atteggiamenti da donna. È sbagliato, ma lo capisci dopo: a quell’età sei solo contenta di essere stata scelta». In una recente intervista, Sharon Stone ha dichiarato che, quando è uscito Basic Instinct, si è resa conto che la sua bellezza le dava un grande potere sugli uomini. Tu quando l’hai capito? «Al liceo. Tornando a casa con la divisa della scuola, notavo gli sguardi, le attenzioni di troppo. D’altra parte, proponendo icone adolescenti, la fashion industry inculca nella società l’equazione “più giovane uguale più bella”. Ora, però, grazie all’ondata di scandali, assistiamo ai primi segnali di cambiamento». Sarebbero? «C’è una grande voglia di dar spazio alle donne: nel cinema, nella moda, nell’arte, ovunque. È il momento di farsi avanti per chiunque abbia un sogno». Qual è il tuo? «Un film da regista. Dammi ancora un 5-6 anni…».
Per? «Per farmi conoscere. A fine 2018, per esempio, girerò un corto con Jessica Biel. È un primo passo». Lavori con Jessica Biel, alle sfilate vieni immortalata accanto ad Anna Wintour: i contatti non ti mancano. «Ma non bastano. Occorre instaurare un rapporto di fiducia cieca con la persona con cui collabori e con le celebs non è sempre facile: la maggior parte è troppo preoccupata di perdere il controllo della propria immagine». Una che, invece, con te ha corso il rischio? «Miley Cyrus con cui ho girato un video qualche anno fa. Lei accoglieva con entusiasmo qualsiasi mia richiesta: dalle smorfie provocanti al mostrarsi con il seno coperto solo da una croce di scotch. Non le importava di quello che avrebbero pensato gli altri. Non è da tutti essere così sicuri di sé». Tu lo sei? «Vorrei esserlo di più». Che cosa ti manca? «La certezza che dopo ogni lavoro ce ne sarà un altro. E poi un altro ancora. Ma forse questo è il prezzo da pagare per poter continuare a cambiare».

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