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Lâarte di essere Peggy Guggenheim

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Come è noto a Venezia, in occasione della Biennale, vengono allestiti padiglioni nazionali e non, per così dire, ad personam. Ma nel 1948, anno in cui l’Olimpiade dell’Arte riprendeva i suoi giochi dopo la pausa imposta dal conflitto bellico, avvenne una cosa singolare. La Grecia non era in grado di allestire il suo padiglione, e questo allora venne offerto a una signora americana affinché vi esponesse la sua collezione personale. La signora era Peggy Guggenheim. Faceva parte di una ricchissima famiglia ebrea e, dopo molte vicissitudini, aveva deciso di vivere a Venezia. La sua straordinaria collezione di arte contemporanea era stata in gran parte costruita a Parigi, mentre la guerra incalzava e si susseguivano rastrellamenti ai danni di non ariani e non allineati. Peggy volle sottrarre alla furia iconoclasta del nazismo le opere di Mondrian, Kandinsky, Ernst e di altri coddetti “artisti degenerati” che il regime aveva messo al bando (per farsi un’idea della questione, vi consigliamo il film-documentario Hitler contro Picasso , con un grande Toni Servillo). Non salvò solo i quadri: rischiando a propria volta di essere deportata, aiutò numerosi artisti a lasciare l’Europa in fiamme. «La mia mostra ebbe una risonanza enorme e il mio padiglione divenne uno dei più popolari della Biennale», scrive Peggy nella sua autobiografia, Una vita per l’arte (Rizzoli). «Tutto ciò mi emozionava terribilmente, ma quel che mi piacque di più fu veder comparire nei prati dei giardini pubblici il nome Guggenheim accanto a quelli della Gran Bretagna, della Francia, dellâOlanda, dellâAustria, della Svizzera, della Polonia. Mi sembrava di essere un nuovo paese europeo».

A distanza di 50 anni Venezia ricorda quella partecipazione eccezionale con la mostra 1948: la Biennale di Peggy Guggenheim (dal 25 maggio al 25 novembre, presso il Museo Guggenheim. E anche Glamour ha voluto omaggiare questa leggendaria figura femminile con un articolo (costruito anche grazie alla preziosa collaborazione della nipote Karole Vail, che oggi dirige il Museo Guggenheim di Venezia), che mette in luce aspetti poco noti della sua storia e della sua personalità. Per esempio, per stare nel faceto, il fatto che fu una delle prime a sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica. Peggy detestava il suo naso e decise di disfarsene, ma il dolore durante l’intervento fu tale da spingerla a fermare il chirurgo e farsi ricucire. Oppure le soddisfazioni che riuscì a togliersi rispetto a chi la dileggiava, nel gotha dell’arte ma anche all’interno del suo entourage famigliare: per quanto miliardaria era pur sempre una donna, autodidatta, che aveva sconfinato in un campo, il collezionismo, dominato da uomini e accademici. Di Peggy si citano in genere il mecenatismo (fu lei, per dirne una, a “scoprire” Jackson Pollock e a sostenerlo nella sua ascesa) e l’impressionante numero di amanti. In realtà lei fu anche molte altre cose: una persona libera, anticonformista e coraggiosa, capace di non farsi ingabbiare dalla ricchezza ma di servirsene per portare avanti i suoi progetti.

Andando a pag. 129 di Glamour in edicola, potrete conoscerla meglio. Se poi vi venisse voglia di approfondire ulteriormente (noi lo speriamo!) vi consigliamo il film documentario Art Addicted (2015), realizzato da Lisa Immordino Vreeland, e/o un volume delizioso e ben documentato che è appena stato ristampato: Peggy Guggenheim. La mia vita a colori, di Sabina Colloredo (Einaudi Ragazzi), scritto pensando ai ragazzi, è indicato anche per gli adulti.

L'articolo L’arte di essere Peggy Guggenheim sembra essere il primo su Glamour.it.


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