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Viaggio in Australia alla scoperta di Byron Bay

di Federico Geremei Partiamo in viaggio per il Galles. Non quello di Cardiff, però. Ma di down under, new e del South. Di quel sud scegliamo la parte più a nord e poi puntiamo all’est estremo: Cape Byron, il lembo di terraferma aust ...

di Federico Geremei

Partiamo in viaggio per il Galles. Non quello di Cardiff, però. Ma di down under, new e del South. Di quel sud scegliamo la parte più a nord e poi puntiamo all’est estremo: Cape Byron, il lembo di terraferma australiana più ad oriente di tutti. Confusi dal volteggio geografico col suo triplo carpiato cardinale? È normale. Del resto lì è appena iniziato l’inverno, la stagione perfetta per godersi quel Pacifico ed esplorare una regione speciale. Confusi-bis? Perfetto. Le sorprese arrivano ora ma la scoperta va bene ogni giorno. Il promontorio omaggia sir (non Lord) Byron, navigatore di Cook. Ed il faro che lo presidia, totem bianco che più bianco non si può, sta lì da oltre un secolo. L’ultimo guardiano se n’è andato trent’anni fa, l’allure comunque resta e va scandita passeggiando da lì alla spiaggia di Wategos, uno dei tre litorali della baia. Prima però uno sguardo all’orizzonte, sono questi i mesi in cui è più facile avvistare le balene in viaggio verso le acque del Queensland. I delfini invece sguazzano davanti alla costa tutto l’anno.

Byron Bay è una località che si adatta a molte etichette, con precise varianti locali: surf town può andare ma niente basso profilo dimesso, shopping outlet vista-mare è corretto ma parziale, idem per San Diego d’Australia – l’Oceano è comunque lo stesso, dodicimila chilometri più in là. È una città che catalizza ogni singolo flusso turistico, moltiplica gli spunti di vis(i)ta e fa da valida introduzione – o, meglio, sigillo finale – a un soggiorno da quelle parti. Meglio allora indicare qualche nome, una personalissima top ten da integrare di persona ed aggiornare al cambio di stagione. Quattro boutique indipendenti, altrettanti stilisti locali da tenere d’occhio: Thrills, Afends, Arnhem, Auguste. Tre posti in cui bere ed ascoltare musica: il Bolt Hole, il Mez Club ed il The Beach. Due hotel speciali in cui pernottare: Elements of Byron e Rae’s. E la decima segnalazione? Ha la forma di un treno di due carrozze, compie un tragitto di tre chilometri e va ad energia solare: la sintesi migliore del gusto retrò di Byron Bay e dintorni con lo slancio ad impatto zero (o quasi) cui tutta l’area ambisce.

Il Tweed Shire è un distretto grande, si fa per dire, come la provincia di Novara. È però densissimo, srotola quaranta chilometri di coste e squaderna un entroterra d’eccezione: cinque parchi col bollino Unesco, la conca di un antico vulcano, campi di canna da zucchero tra fiumi e colline. E tutte le possibili combinazioni di indie chic, country hip e hippie glam. Un tag laconico però vale più di qualsiasi definizione: laidback, come altrove ma con più stile. Murwillumbah è l’hub della regione, ci si passa e ci si ripassa. Vale tuttavia la pena fermarsi per uno sguardo non distratto ché le sue architetture “quasi-art-déco” vanno apprezzate con calma, lasciando che l’oleografia emerga piano piano. Tumbungulm condensa e compendia quell’aura, è uno degli insediamenti più antichi e la dozzina di chilometri che la separa dal capoluogo è un ottimo assaggio della valle che il Tweed River disegna. Se si punta dall’altra parte – spalle al Pacifico, solo per un po’ – ci si avvicina al centro del centro del Tweed, il massiccio dal doppio nome Wollumbin-Warning: il primo sancisce l’ossequio – lodevole ma d’ordinanza ed “automatico”– alla denominazione aborigena (è terra Bundjalung) mentre il secondo sta proprio, pare, per “avvertimento”. Ora svetta ad un chilometro sul livello del mare ma quand’era parte del vulcano vantava un’altezza doppia. Alcuni record comunque resistono: coi suoi quaranta chilometri di perimetro è la caldera più grande sotto all’equatore e dalla sua cima – così in alto, così ad est – si vede sorgere il sole prima di tutti, pare.

La Buck’s Farm di Chillingham è una tappa per foodie australiani e non, soprattutto da quando René Redzepi & co hanno scoperto il tocco magico di mr Gerard, il guru-agronomo. Finger lime, myrtle, yuzu e molto altro: la nuova frontiera del bush tucker, l’esotico-gastronomico ad alti livelli, ha qui una mecca frondosa ed informale. La vicina Tyalgum è la quintessenza del coté più vintage e patinato della valle, una glassa post-fricchettona spalmata su un composto new-age che strizza l’occhio alla Toscana da cartolina – ops, da Instagram – in una messinscena bohemienne. Che però funziona, la torta di Flutterbies vale comunque lo stop. Al Crystal Castle si replica a soggetto col kitsch che tocca la punta sublime, dialoga con l’arte alta (ed altra) in forme, letteralmente, inedite. Prima però un passaggio ad Uki ed alle aree protette di Mebbin e Nightcap.

Il mare del Tweed non è lontano, conviene farlo scorrere ad entrambi i lati della strada alternando qualche tratto sulla M1 (la Pacific Motorway) alla litoranea vicino alle onde. Brunswick Heads è l’ennesima variante, forse la più riuscita ed organica, della miscela di atout che questa porzione d’Australia esalta. Ci si va per i panorami da brochure – dall’alba (meglio) al tramonto, coi cieli saturi di gabbiani, cormorani & co – e per l’offerta gastronomica, un nome su tutti: il ristorante Fleet. Pottsville e Hastings Point fanno da bell’intermezzo, la tappa cui dedicare tempo è Cabarita (Caba). Sessant’anni fa si chiamava Bogangar ed era un sonnacchioso insediamento come tanti, poche famiglie impegnate a cercare minerali di qualche valore tra i sedimenti sabbiosi. Poi la scommessa di un investitore-speculatore, John Booker (nomen omen), la scelta di un nome che suonasse spagnolo (funziona sempre) e contribuisse ad attirare gente al beach motel in costruzione. Gli anni Sessanta hanno ruggito anche lì, il boom è durato parecchio e poi s’è sopito. Non quella surf culture, né la magia del posto: la prima è viva e vegeta lungo tutta la costa, la seconda è rinata ed oggi si chiama Halcyon House, l’epitome migliore dello charme di quell’Australia che si sa godere la vita. C’è ancora un tratto da fare, segue la riserva di Cudgen, tocca la bella Kingscliff e raggiunge Fingal Head con le sue formazioni rocciose a farne una versione australe della Giant’s Causeway d’Irlanda.

Torniamo a Byron Bay e superiamola, destinazione Ballina. Un tour in quest’ultima zona ribadisce una realtà ormai consolidata: in ogni ora di guida si attraversa un paesaggio con cinquanta sfumature di verde gallese – nuovo e del sud (ovviamente) tra piantagioni e foreste, giardini e prati – e ci si ferma in qualche cittadina lungo il percorso. Bangalow è una di queste, un bignami di “federation buildings”, atelier e bistrot. Newrybar è un’altra, atmosfera simile ed un posto specifico da tenere a mente, l’Harvest Cafè. Col tratto di mare fino a Lennox Head si fa il pieno finale di scorci marinari, sono tra i migliori – mica facile, no? – della costa. E poi Ballina: molti ci vanno solo a prendere l’aereo e continuare l’hop on-hop off australiano. Conviene invece starci qualche ora a quota zero per una doppia contemplazione: quella delle acque (dolci e calme) del Richard River e delle gallerie d’arte. Gli ingredienti sono gli stessi – tanti, vari (e non eventuali) – ma i dosaggi cambiano di continuo e l’ozio attivo qui, finalmente, non pare un ossimoro. È forse, al contrario, la traduzione meno imprecisa di “laidback”. Hop off, dunque. E unplug!

 

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