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Gambe gonfie: circolazione linfatica, linfedema, linfodrenaggio. Facciamo chiarezza

Quando l’accumulo di liquidi nei tessuti è molto evidente e il senso di pesantezza a gambe e caviglie è costante, può essere utile una terapia su misura, dal medico e dal fisioterapista. Peccato che, in materia, ci sia ancora molt ...

Quando l’accumulo di liquidi nei tessuti è molto evidente e il senso di pesantezza a gambe e caviglie è costante, può essere utile una terapia su misura, dal medico e dal fisioterapista. Peccato che, in materia, ci sia ancora molta confusione. Abbiamo chiesto a due esperti di spiegarci nel dettaglio il problema di partenza e le soluzioni realmente valide.

CIRCOLAZIONE LINFATICA: CHE COSA È A fare una premessa importante è Elisa Casabianca, medico angiologo e chirurgo vascolare presso Istituto Clinico Humanitas: «quando si parla di circolazione, il pensiero vola direttamente al sangue, che attraverso la spinta del cuore scorre nelle arterie e nelle vene del nostro corpo. Esiste, però, una circolazione meno conosciuta, che scorre lenta e impalpabile all’interno di sottilissimi vasi praticamente invisibili a occhio nudo: si tratta della circolazione linfatica. Un tipo di circolo che permette di raccogliere i fluidi contenuti negli spazi tra le cellule e farli risalire lentamente verso la circolazione venosa. Per farlo attraversa delle piccole stazioni di controllo, i linfonodi; è qui che i linfociti, importantissime cellule del sangue, attuano la loro azione di aggressione nei confronti di germi potenzialmente pericolosi. Un lavoro incessante e sotterraneo, di cui spesso nemmeno ci si accorge».

DOVE SORGONO I PROBLEMI Fin qua, tutto regolare. Quali sono le criticità? Spiega Elisa Casabianca: «quando la circolazione linfatica delle nostre gambe si ammala o presenta delle anomalie, ecco che l’accumulo di liquidi non viene più drenato. Quel che succede è che i liquidi si iniziano ad accumulare nei tessuti, determinando una condizione patologica definita “linfedema”. Quando questo stato – come spesso avviene – si associa a un’insufficienza anche del circolo venoso degli arti (accade ad esempio nei soggetti con vene varicose), il quadro si sovrappone e prende il nome di “flebolinfedema”. Non si tratta solo di un problema estetico, come si tende a credere: i liquidi non correttamente drenati tendono dapprima a diventare densi, come una sorta di gel, per via dell’alto contenuto di proteine al loro interno. In una seconda fase, la loro solidità aumenta, rendendo sempre più difficoltoso il rientro in circolo, oltre a ostacolare la corretta ossigenazione dei tessuti, predisponendoli ad arrossamenti, eczemi, dermatiti, ulcere ed infezioni».

SINTOMI A CUI PRESTARE ATTENZIONE Come ci si accorge se c’è il circolo flebolinfatico delle gambe è compromesso? Secondo l’esperta, «i primi sintomi possono essere leggeri e sfumati, parafisiologici nella stagione calda e quando si trascorrono molte ore in piedi: pesantezza alle gambe e gonfiori alle caviglie, che d’abitudine diminuiscono spontaneamente con il riposo. Quando il quadro si aggrava, però, la risoluzione spontanea diventa più difficoltosa e le gambe faticano a sgonfiarsi. In questi casi è importante tenerle sollevate e rinfrescarle con getti d’acqua fredda. Esistono poi situazioni più gravi in cui simili accorgimenti non danno esiti. In questo caso occorre rivolgersi allo specialista per verificare lo stato della circolazione delle gambe. Durante la visita si vedrà che, alla pressione esercitata dal dito su caviglia o gamba, resterà per qualche secondo una fossetta (“fovea”); inoltre queste due parti del corpo saranno ingrossate e talvolta anche dorso del piede sarà gonfio. Il consiglio in più? È utile associare alla visita un esame EcoColorDoppler, fondamentale per lo studio del circolo venoso».

SOLUZIONI BASE Esistono fortunatamente delle cure per ridurre i segni e i sintomi di linfedema e flebolinfedema. Spiega Casabianca: «la prima soluzione, banale ma estremamente utile, è quella di adottare uno stile di vita corretto: bandite il fumo e, laddove possibile, evitate di stare in piedi ferme per molto tempo, specie in ambiente caldo. Aiuta molto anche l’elastocompressione. Parliamo di calze assolutamente identiche alle classiche in commercio, ma dotate di un filato particolare che esercita una spinta compressiva graduata, maggiore alla caviglia e via via decrescente, in aiuto della propulsione dei liquidi dalla caviglia verso l’alto».

SOLUZIONI FISIOTERAPICHE Altro aiuto da mettere in conto: la fisioterapia, che cura il linfedema in due fasi. Spiega il fisioterapista Roberto Gatti, responsabile del servizio di fisioterapia Humanitas: «la prima fase è volta a ridurre l’edema e a diminuire il volume degli arti in trattamento. Durante questa fase il trattamento è intensivo: vengono associati più approcci decongestivi, con lavoro di leggere compressioni per stimolare il riassorbimento della linfa e la sua propulsione verso i vasi linfatici. D’abitudine si associa la fisioterapia al drenaggio manuale linfatico, con inoltre uso di bendaggi multistrato a bassa elasticità ed esercizi di ginnastica. A volte vengono usati anche dispositivi di pressoterapia, utili, ma mai da soli. Quando si passa dalla fase decongestiva a quella successiva di mantenimento, le bende possono essere sostituite da tutori elastocontenitivi, più comodi e semplici da indossare: esercitano una compressione che decresce gradualmente a partire dalle estremità delle braccia o delle gambe».

ATTIVITÀ: CHE SPORT SCEGLIERE E PERCHÉ «La capacità compressiva di bende e tutori», prosegue Gatti, «è potenziata dall’esercizio fisico, che dovrà prevedere contrazioni ripetute di media intensità dei muscoli appartenenti all’arto con problema, da ripetersi ogni giorno per circa mezz’ora. Aiutano molto anche attività aerobiche come camminata e Nordic Walking. Nella seconda fase della fisioterapia è consigliata anche l’esecuzione di esercizi in acqua: grazie alla forza esercitata dall’acqua sulla superficie delle parti corporee immerse si facilita il passaggio della linfa nel vaso linfatico, stimolandone il riassorbimento».

I TEMPI DELLA FISIOTERAPIA Mettete in conto tempo e costanza per ottenere risultati ottimali dalla fisioterapia. «La prima fase di trattamento», precisa l’esperto, «dura dalle quattro alle sei settimane; durante questo periodo i pazienti devono seguire con molta costanza i trattamenti fisioterapici (da fare non meno di cinque volte a settimana). Nella fase di mantenimento, invece, i trattamenti si possono diradare, ma i tempi si allungano. Un promemoria importante: la cute della zona interessata dai trattamenti dev’essere pulita e asciugata regolarmente».

Foto in apertura Steve Hiett, Vogue Italia, aprile 2008

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