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Low budget, alta fantasia

Più lunghi. Più facili da condividere. Soprattutto più liberi e creativi, ora che basta uno smartphone per girarli: la primavera dei video musicali. Con il lancio di Igtv – la nuova piattaforma di video di Instagram che permette agli ...

Più lunghi. Più facili da condividere. Soprattutto più liberi e creativi, ora che basta uno smartphone per girarli: la primavera dei video musicali.

Con il lancio di Igtv – la nuova piattaforma di video di Instagram che permette agli utenti di postare contenuti video di notevole lunghezza – e l’accordo di Facebook con Sony Music Publishing, i siti di streaming fanno a gara per strappare a YouTube il primato di principale canale per l’hosting di video musicali. Grazie all’assoluta immediatezza e viralità delle piattaforme dei social media e di streaming, gli artisti possono lanciare una canzone se e quando vogliono, e praticamente girare e distribuire un intero video musicale con il loro iPhone – come è successo per “7/11” di Beyoncé e “Wolves” di Selena Gomez. Sul fronte della regia, la necessità di lavorare con budget più limitati ha indotto gli autori emergenti a trovare un significato più profondo nel contesto di una canzone, con il risultato che si sono fatti largo a colpi di video intensamente cinematografici, ricchi di quel senso di intimità do-it-yourself che avvicina pubblico, regista e musicista. «Cercavo di girare video musicali tradizionali, ma nessuno mi ha veramente permesso di farne uno come si deve con un budget adeguato», ha dichiarato il trentasettenne Kahlil Joseph, che ha lavorato con Beyoncé, in un’intervista alla curatrice della Tate Modern Zoe Whitley. «Così ho iniziato a farne da 5-10mila dollari. C’era una certa libertà». L’enigmatico genio basato a Los Angeles, che ha realizzato “Lemonade” e “Good Kid m.A.A.d City” di Kendrick Lamar, è tra i più richiesti del settore. I suoi poetici corti hanno umanizzato il rap: niente yacht scenografici, bagordi in discoteca e ostentazioni caricaturali in bella vista – piuttosto Joseph preferisce mettere in risalto i soggetti con una storia caleidoscopica, sostenuta da raffinate note architettoniche che si fondono in modo complesso in affascinanti narrazioni non lineari. Una formula consolidata, che ha portato il regista a esporre il suo lavoro a New York, al New Museum, e a Londra alla Hayward Gallery, e a vincere il Premio speciale della giuria al Sundance per il video di Flying Lotus “Until the Quiet Comes”. Un’altra figura di spicco è il ventisettenne Eli Russell Linnetz, che risiede a Venice Beach e si è fatto le ossa a Broadway come assistente del commediografo vincitore del Pulitzer David Mamet. A 17 anni Linnetz ha conosciuto – su Twitter – Kanye West, con cui ha una duratura collaborazione. Da allora ha attinto al suo labirintico gusto per i dettagli, ai suoi riferimenti enciclopedici e al suo amore innato per corpi artificiali, arrivando a creare due dei principali – e più controversi – video realizzati finora dal rapper: “Fade” (in cui una Teyana Taylor ricoperta di olio, in stile Jean-Paul Goude, si contorce sul pavimento) e “Famous” (qui copie iperrealistiche di vari personaggi, da Taylor Swift a Rihanna e Donald Trump, dormono nude a letto). Anche se il suo lavoro è facile da viralizzare, non si tratta di una scelta intenzionale. «Tutto comincia sempre con una sensazione dentro di me. Non faccio altro che seguirla fino alla fine», dice Linnetz. «Il mio procedimento è molto organico: un climax di emozioni che culminano in qualcosa di fisico e formale». Che si tratti di “This Is America” di Childish Gambino, che richiama l’attuale clima politico, o di “Territory” di The Blaze, molto apprezzato dal regista Barry Jenkins per gli emozionanti riferimenti alla moderna mascolinità nella cultura algerina, questi video musicali – da sempre trampolino di lancio per i registi che volevano passare al lungometraggio – sono guidati dal bisogno di trovare un senso e creare una narrativa autentica. Insomma, in risposta alla contrazione dei budget, è fiorita la creatività. E se non si fa altro che parlare dei millennials e del loro presunto deficit di attenzione, Linnetz proprio non ci sta. «È assolutamente sbagliata l’idea che nessuno riesca a concentrarsi e a guardare qualcosa per più di 15 secondi, quelli che lo pensano non capiscono niente di cosa vuole la gente. Una canzone nella sua forma originale può servire da struttura per un video, ma io taglio il brano, lo divido in pezzi e lo rendo mio. Il “long form”, nell’arte, non può tornare perché in realtà non è mai tramontato. Semplicemente, la gente non sa leggere tra le righe. I nostri spiriti procedono in un ciclo energetico lungo. Ed ecco perché faccio video lunghi: certe emozioni chiedono più tempo per manifestarsi».

 

 

 

Vogue Italia, agosto 2018, n.816, pag.52

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