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Tuta® by Andrea Fini: il progetto di tesi al Politecnico di Milano

Più e più volte ci si chiede, ultimamente, cosa rimarrà della moda di oggi. Importanti fashion forecaster come Li Edelkoort hanno dichiarato la morte della moda “per come la conosciamo fino a oggi” già anni fa; la moda che inventa q ...

Più e più volte ci si chiede, ultimamente, cosa rimarrà della moda di oggi. Importanti fashion forecaster come Li Edelkoort hanno dichiarato la morte della moda “per come la conosciamo fino a oggi” già anni fa; la moda che inventa qualcosa che è nuovo, che ragiona guardando il futuro, la vera avanguardia esiste ancora? Quanto durerà invece il mondo fashion attuale, post mortem? Sono queste le domande che Andrea Fini, mantovano e classe 1996, si è posto durante la realizzazione del progetto di tesi al Politecnico di Milano.

Fini, partendo da un’analisi prettamente tecnica ma allo stesso tempo istintiva imparata durante il corso triennale, ragiona sul concetto di abbigliamento in sé, sull’ideazione della novità, più che sul riutilizzo di tendenze cicliche. “Idea vecchia di un vestito nuovo” è il mantra che riassume il lavoro del giovane designer e che compare come comandamento nella tesi. “Dopotutto, per me la moda oggi è ripetizione o remix, se non copia. È il caos post-postmoderno da cui è complicato trarre significati o qualità rilevanti a livello di innovazione.”

Il suo spirito critico, accompagnato da una buona dose di matura consapevolezza, è stata la guida che lo ha portato a lavorare sul passato, precisamente sui passi di chi ha lavorato sull’essenza dell’abbigliamento per raccontare ciò che ancora oggi è moderno e atemporale. Fra i tanti nomi, Fini cita Thayat, nome d’arte palindromo di Ernesto Michahelles, designer/artista italiano artefice di grandi collaborazioni (Vionnet principalmente, con cui condivideva le idee di costruzioni geometriche) e invenzioni, come la tuta del 1919, abito universale che spalanca le porte, all’alba degli anni Venti, ad ampissimi discorsi ancora oggi discussi. Sicuramente si tratta di una figura illuminante, ma come ha tradotto il designer questi insegnamenti per il proprio progetto?

“Il primo capo realizzato è la Tuta® Cerchio, chiamata così perché sviluppata due volte su 180°. La prima parte, ovvero la tuta intera, copre l’intero corpo; se capovolta di 180°, diventa una giacca. Non c’è alcun ornamento superfluo; per il primo capo mi interessava esclusivamente la parte tecnica, la costruzione dello stesso.”

“La Tuta® Quadro, invece, è stata studiata differentemente. Nonostante sia stata sviluppata anch’essa capovolgendola, la particolarità risiede nella decostruzione della tuta, scomponibile in tre o quattro parti a seconda dell’utilizzo.”

“Infine, per terminare il percorso relativo al corpo e all’abbigliamento essenziale, ho realizzato la Muta® Termografica, la cui stampa riprende le colorazioni termografiche presenti in molte tecnologie tessili; aderisce perfettamente al corpo, guanti compresi, per ricreare l’effetto di una seconda pelle.”

Il lavoro di Andrea Fini, meticoloso e tecnico, si compone di una scelta fondamentale: la scelta dei tessuti sostenibili – tra cui le tele di Limonta. “È impossibile per ogni designer che voglia affermarsi, o anche per quelli affermati, non pensare alla sostenibilità. Il design contemporaneo deve esserne conscio del mondo e trasformarsi, adattandosi ed evolvendosi per sopravvivere nel modo corretto.”

Infine, un’ulteriore curioso aspetto del progetto di questo giovane designer modenese è la realizzazione del lookbook; difatti, in ogni foto, è il designer stesso a prestarsi come modello. La presenza continua della propria immagine (Fini la definisce dandismo) è una costante per il designer – ironicamente intuibile attraverso il suo profilo Instagram. Niente di negativo, anzi; Fini rientra perfettamente, nonostante lo sguardo agli archivi della moda, nel futuro di questo ambiente lavorativo: l’immagine digitale di sé, fondamentale per la propria definizione e affermazione. “Penso sia importante che io metta in risalto la mia personalità, insomma, una certa forma di branding, no? Mi piacerebbe stupire; vorrei che le persone dicessero ‘Ok, ho visto la sua immagine. Ora voglio scoprire di più”. Un profondo esteta di Instagram? Senza ombra di dubbio; bisogna comunque ricordare che storicamente l’immagine del designer è stata spesso legata al proprio prodotto, per branding o per pura vanità (e i casi sarebbero infiniti, da YSL a Tom Ford). In questo caso, però, per comprendere l’onnipresenza di Andrea Fini basta ripescare quella famosa tuta del 1919, quella famosa tuta semplice ed essenziale che ha ispirato generazioni di designer negli anni, fotografata in tonalità seppia addosso a Thayaht stesso.

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