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New Individualities

Le nuove reclute del fashion design smontano gli stereotipi culturali e rifiutano i nazionalismi. Non si tratta di una strategia per risultare controversi, ma di una pura presa di coscienza della contaminazione culturale oggi in atto. Una g ...

Le nuove reclute del fashion design smontano gli stereotipi culturali e rifiutano i nazionalismi. Non si tratta di una strategia per risultare controversi, ma di una pura presa di coscienza della contaminazione culturale oggi in atto. Una giustapposizione di tecniche o elementi decorativi provenienti da diverse aree geografiche, raccolti e addizionati per superare gli steccati, i confini al centro del dibattito socio-politico. Kway Yuen Chan, ad esempio, esplicita nella sua estetica i risultati dell’immigrazione che ha investito la Cina negli anni Novanta. “Sono nato a Hong Kong e in quel frangente storico la città aveva influenze occidentali e orientali. Questo ha portato alla nascita di ciò che oggi in gergo viene definita New-China culture”, conferma il designer. La collezione di Kway Yuen Chan trae perciò spunto dalle produzioni cinematografiche hollywoodiane; “ma anche da elementi appartenenti alla subcultura locale come la Hong Kong Mafia o le divise, squisitamente funzionali, delle forze dell’ordine”. La designer Anne Joy Li col brand SANCT commenta questa mistura policulturale e la vede come opportunità di esprimere il proprio io attraverso la moda. “Le mie collezioni sono statement; voglio ribadire che per le nuove generazioni è possibile non sentire l’appartenenza a una specifica cerchia etnica. Ed è proprio la consapevolezza di poter essere più cose in contemporanea che genera il pluralismo che stiamo vivendo”. Ma allo stesso tempo così si celebra anche l’unicità del singolo individuo, analizzato non più in rapporto al contesto in cui vive ma alla sua storia personale. “Le mie referenze estetiche nascono dalla mia esperienza da cittadina americana-taiwanese”, continua la designer. Tessuti e silhouette citano il work-wear. “Ho usato molto denim o comunque tessuti dalla consistenza pesante, storicamente adoperati per gli abiti da lavoro o per le divise militari”. Poi la collezione viene smussata da un delicato romanticismo che si arrampica sugli abiti sotto forma di motivi floreali rossi. Ottolinger, il brand di Christa Bösch e Cosima Gadient, ha invece base a Berlino. “Ma ritorniamo spesso alle nostre radici svizzere”, dichiara il duo. Così le Goldvreneli, le tradizionali monete portafortuna, vengono contestualizzate in un sistema estetico post-soviet. Poi alcuni capi vengono bruciati ai lembi come protesta verso la concezione mainstream del glamour. Anche Fengchen Wang è conscia che l’estetica oggi non debba avere referenze antropologiche univoche. Al centro dell’analisi stilistica la mancanza di patriottismo e la convinzione che la moda oggi voglia rappresentare più etnie contemporaneamente. Stesso parere per Ali Efe Ekmeci. “Sono nato a Istanbul, cresciuto ad Amsterdam e poi ho vissuto tra Parigi e Londra” premette il designer. Il giovane creativo turco col brand Ekmekci registra quella porzione di giovani che non si sentono rappresentati da una sola matrice etnica; o che addirittura trovano sconveniente considerare il senso di appartenenza alla terra natìa come un supposto valore morale. Non a caso la sua ultima collezione si chiama Darknet: la rete sotterranea del web. Un luogo virtuale visto come habitat etereo, spoglio di perimetri geografici e possibile terra vergine per la libertà di espressione. Infine il progetto di Dyllan Ahinful, riprende la secolare questione Black/White. Il brand L’Origine, fondato con Jeffrey Mensah, anche lui ghanese, propone di unificare i guardaroba della comunità afro ed europea, usando lo stesso fitting o palette cromatica. Dyllan dichiara: “Il nostro marchio vuole superare gli stereotipi estetici; crediamo fortemente che le cose fino ad oggi definite culturalmente opposte possano in realtà arricchirsi l’un l’altra”.

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