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Una mostra celebra il rosa

Solo all’apparenza innocuo, pochi colori hanno una storia controversa come la sua: dalla regina alle prigioni, dai pussyhat all’iPhone al “millennial pink”, da Lady Bird ad Alessandro Michele. Una mostra racconta. «Al suo esordio i ...

Solo all’apparenza innocuo, pochi colori hanno una storia controversa come la sua: dalla regina alle prigioni, dai pussyhat all’iPhone al “millennial pink”, da Lady Bird ad Alessandro Michele. Una mostra racconta.

«Al suo esordio il rosa era un colore unisex», dice Valerie Steele, a capo del Fashion Institute of Technology di New York e curatrice della mostra “Pink: The History of a Punk, Pretty, Powerful Color” (dal 7/9 al 5/1/19). «La regola “rosa per le bambine e blu per i bambini”, infatti, si affermò, in modo arbitrario, intorno alla metà del secolo scorso per esigenze commerciali dei grandi magazzini». Oggi diremmo: strategie di marketing. «A rendere popolare l’attribuzione contribuì l’acquisto milionario, molto pubblicizzato, dei dipinti “Ragazzo in blu” (di Thomas Gainsborough, 1770) e “Pinkie” (di Thomas Lawrence, 1794) da parte di un noto collezionista». Freudianamente, si rimarcava l’importanza di rinforzare la psicologia della differenza di genere fin dalla prima infanzia. «E una volta definita, la codificazione è lì per prosperare».

La parola è emersa solo nel tardo 600, ma poi il colore ha preso voga, come testimoniano i ritratti di Fragonard e Gainsborough. Nel 1775 alla corte francese di Maria Antonietta il “couleur puce” divenne «l’uniforme di Fontainebleau e il solo colore che si potesse indossare», scrisse Lady Spencer. Imprescindibile anche negli arredi. In “Viaggio intorno alla mia camera”, Xavier de Maistre (1794) lo prescrive: «Ho dimenticato di suggerire a ogni uomo che ne ha possibilità di avere un letto rosa e bianco dedicato al piacere e alla felicità».

D’altra parte, già dall’800, epoca della grande rinuncia maschile, s’avviava quella femminilizzazione del colore che giunti nel secondo dopoguerra identificava il rosa con una donna remissiva e un po’ giuliva (consumismo onnicomprensivo: shampo, bubble gum, Barbie e la canzonetta “Think Pink” invita a farsi rosa pure il lavandino della cucina), finanche un po’ “sgualdrina” («rimanda alla biancheria intima e alle zone erogene», sottolinea Steele). Di poca sostanza, in fondo. D’altro canto nello stesso periodo sono numerosi gli “sgusciamenti”, come le camicie da uomo di Brooks Brothers, o il più proletario bomber fluo delle Pink Ladies di “Grease”. L’osavano portare gli eccentrici, eccezione che conferma la regola, dal Gatsby di Robert Redford a David Hockney. «Oggi piace ai rapper in versione Camo», aggiunge Steele. Se cinquant’anni anni fa appare addirittura nelle carceri – una certa tonalità satura alle pareti avrebbe smorzato l’aggressività nei reclusi –, non sempre il rosa è stato usato a scopi riabilitativi. La storica svizzera Dominique Grisard in “Queer Futures” ricorda che, in South Carolina, detenuti colti in atteggiamenti onanistici o esibizionistici erano confinati per tre mesi, costretti a indossare una tuta rosa. Rosa come il triangolo che nei lager nazisti marchiava gli omosessuali.

Solo all’apparenza innocuo, pochi colori come questo hanno una storia controversa ed è perciò singolare che il fenomeno detto “millennial pink” sia una cifra dei nostri tempi. Giusto nell’estate 2017, Vanessa Friedman, abbagliata dall’assortimento di look rosati presenti sul green degli U.S. Open e al contempo nelle cerimonie pubbliche londinesi, commentava sul “New York Times”: «Quando golfisti e famiglia reale si ritrovano a fare le stesse scelte sartoriali è chiaro che non si tratta solo di moda».

Così, mentre la peculiare palette si sbandiera a destra e a manca, un odierno catalogo disordinato di cose rosa comprenderebbe l’iPhone rose-gold, le sportine di Acne, l’abito “prom” di Saoirse Ronan in “Lady Bird”, i pussyhat alla marcia delle donne a Washington, una buona dose del guardaroba di Harry Styles, lo store Paul Smith a L.A., la corrente mania per le sneakers, i divani, l’oro rosa e i distillati rosé. (Rimangono agli annali digitali i capelli di Kate Moss ritratta da Juergen Teller come le Converse nel film “Marie Antoinette” di Sofia Coppola).

Serve ancora un passo indietro. Tra i capitoli più esaltanti della vicenda v’è senz’altro quello sventato tono di fucsia noto come rosa shocking. Nel 1937 Elsa Schiaparelli ne fu inebriata quando lo vide indosso all’ereditiera Daisy Fellowes e lo incorporò nel packaging (e nel nome) del suo primo profumo. «Brillante, impossibile, impudente, avvenente, energico, come tutte le luci e gli uccelli e i pesci del mondo insieme, colore della Cina e del Perù ma non d’Occidente – un colore scioccante, puro, indiluito », scriveva. «Gli amici avevano cercato di smorzare l’entusiasmo della stilista», racconta Steele, «dicendole che nessuno avrebbe voluto quel “colore da negri”. E lei: “Beh, ma i negri sanno essere incredibilmente eleganti”».

Cruciali poi i ’70, quando è stato impugnato dai movimenti femministi (e Lgbt, memori del triangolo rosa). Pronunciando il discorso: «Women’s rights are human rights and human rights are women’s rights…» lo indossava Hillary Clinton nel 1995 a Pechino, vessillo del riscatto.

L’odierno revival parte nel 2014, con il film di Wes Anderson, “Grand Budapest Hotel”, tutto un pink dégradé dalla facciata Art Nouveau dell’albergo alle montagne di scatole della pasticceria. In settembre a Londra, il ristorante Sketch si rinnova con un fotogenico maquillage della designer India Mahdavi. Ne dà conto Laura Collins su “The New Yorker”: «Sicura com’era del concept, divenne ossessiva su un aspetto dell’esecuzione. “Uff”, fece Mourad Mazouz, il proprietario. “Un mese per trovare il rosa. Ho taciuto, ma volevo dirle: Suvvia, rosa è rosa!’’».

Nel 2015 Pantone lancia Rose Quartz come colore dell’anno. A fomentare poi il trend potranno aver contribuito le passerelle – da Alessandro Michele per Gucci fino a Kim Jones al debutto con Dior Homme –, ma il rosa, nel suo proliferare, ha ritrovato una declinazione androgina. «Con oltre due secoli alle spalle non è più lo stesso», chiosa Steele. «È la società a “fare” il colore; non si cancella ciò che è stato, ma si aggiungono nuovi significati, in una stratificazione continua».

 

Vogue Italia, settembre 2018, n.817, pag.522

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