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Abitanti

La mostra alla Triennale chiuderà il 9 settembre, ma oggi 6 settembre alle 17.30 si terrà un incontro con gli artisti esposti per tirare le somme sul significato e sull’impatto di “Abitanti – Sette Sguardi sull’Italia di oggi ...

La mostra alla Triennale chiuderà il 9 settembre, ma oggi 6 settembre alle 17.30 si terrà un incontro con gli artisti esposti per tirare le somme sul significato e sull’impatto di “Abitanti – Sette Sguardi sull’Italia di oggi”, un importante esempio di committenza pubblica e riflessione sul mezzo fotografico. Vi anticipiamo qualche considerazione sugli obiettivi ottenuti con questo progetto parlandone con il curatore della mostra, Matteo Balduzzi.

Come mai una mostra sull’abitare contemporaneo? Il progetto nasce da una volontà istituzionale, da parte del MiBACT di rilanciare la committenza pubblica come strumento per sostenere la produzione degli artisti e per interrogare il paesaggio e la società italiana attraverso la fotografia. Si tratta una tradizione fortemente radicata nella fotografia italiana fino dalla metà degli anni Ottanta, un’eredità prestigiosa e in qualche modo anche ingombrante, che ha contribuito in modo decisivo alla formazione di molti dei principali autori nonchè all’identità stessa del Museo di Fotografia Contemporanea. Verso la metà degli anni Duemila, per ragioni legate alla crisi economica ma anche di tipo politico e culturale, le committenze si sono interrotte anche piuttosto bruscamente: nel riproporla e nel ripensarla oggi abbiamo posto l’accento sull’abitare, ossia sulla presenza umana come fulcro della riflessione sui luoghi. Si tratta di un tema ampio, di grande attualità e importanza sociale, che consente di dare spazio non soltanto a nuovi e più attuali linguaggi ma anche nuove pratiche e diverse modalità di lavoro.

Come sono stati selezionati i fotografi? I fotografi hanno risposto a una call pubblica per artisti under 35 e sono stati selezionati da una commissione multidisciplinare. Anche questo rappresenta una modalità nuova di accesso alla committenza, che veniva tradizionalmente affidata in maniera diretta. La call è stata diffusa tra ottobre e dicembre 2017 e ha prodotto oltre 300 progetti, (distribuiti nella quasi totalità delle province italiane (104 su 110) e caratterizzati nel complesso da un alto livello qualitativo, in quanto a consapevolezza artistica, interesse dei temi, varietà dei luoghi. Mi sembra un dato molto significativo, a dimostrazione della grande domanda da parte degli artisti di opportunità serie e strutturate, non solo in senso economico, per portare avanti le proprie ricerche. Il periodo di lancio della call è stato accompagnato da incontri di approfondimento e da un dialogo continuo con i potenziali partecipanti, in un processo di formazione e di discussione che sottolineava in modo estremamente concreto l’idea di un’istituzione aperta e permeabile.

Puoi dirmi qualche parola su ciascuno dei sette progetti esposti? I progetti sono estremamente differenti tra loro per i temi che trattano e la fotografia che utilizzano, è difficile riassumerli in breve. Ci si sposta dalle periferie delle grandi concentrazioni urbane alle aree rurali presenti nell’interno del paese, mostrando le dimensioni più estreme dell’abitare – che hanno spesso affascinato l’arte contemporanea e le ricerche di architetti, urbanisti e sociologi – ma anche cambiamenti significativi in situazioni più normali, quelle che fino a poco fa si sarebbero definite abitazioni borghesi: chi avrebbe pensato solo dieci anni fa di affittare una stanza di casa propria o di pubblicare su instagram un luogo sacro del privato come la camera da letto? Molti progetti hanno comportato una permanenza fisica, lunga e radicata, nei luoghi, mentre altri esplorano la dimensione più virtuale e tecnologica dell’abitare, o la compresenza delle due. Allo stesso modo cambiano sia i linguaggi – a una fotografia documentaria ormai consolidata si affiancano immagini allestite, di docufiction, oppure lavori più concettuali – sia le pratiche, che si prevedono anche forme di attivismo sociale e di performance partecipativa. Se devo cercare un filo comune lo trovo piuttosto nell’attitudine degli artisti, nello sviluppo di un percorso di indagine-ricerca che precede e accompagna il puro momento fotografico e che in modi diversi intende incidere sulle trasformazioni del reale. Ho avuto la fortuna di seguire i lavori per tutto il loro sviluppo, dalle intenzioni presentate nel bando fino alla formalizzazione e alla produzione fisica delle opere, e ho riscontrato da parte di tutti una tensione civile e soprattutto un atteggiamento di grande identificazione e generosità.

Che ruolo ha la fotografia nel definire il paesaggio nell’immaginario comune? E com’è cambiato oggi questo ruolo con l’avvento dei social media? Che la fotografia abbia avuto fin dalla sua nascita un ruolo fondamentale nel definire e nel veicolare l’immaginario legato al paesaggio è cosa acquisita, a lungo studiata e analizzata. Pensiamo al lavoro dei fotografi francesi già à metà ‘800 o all’Italia dei monumenti raccontata dalle fotografie Alinari, fino allo scatenarsi della fotografia istantanea che dagli anni ’60 ha accompagnato e forse reso possibile l’affermazione del turismo di massa. Con l’immagine digitale e la condivisione sui social media assistiamo all’esplosione del fenomeno, grazie alla moltiplicazione esponenziale delle immagini realizzate e soprattutto della loro circolazione. Si è arrivati persino ad affermare che siamo oggi di fronte a un’inversione del rapporto tra realtà e fotografia, al punto da plasmare i paesaggi sulla loro fotografabilità, che diventa la chiave del successo: questo vale per gli allestimenti delle mostre o degli spettacoli, per le architetture e le piazze, arrivando a modificare la morfologia del territorio nelle grandi stazioni turistiche. La questione che più ci riguarda come operatori culturali, credo, è capire di quale fotografia stiamo parlando e di conseguenza come fare in modo che una riflessione critica sui luoghi e la loro rappresentazione riesca a sopravvivere nella massa incontrollabile di immagini di consumo, non come alternativa ideologica ma interferendo con essa, contaminandola, adottando strategie per arrivare a più persone possibili. Per fare questo non basta mantenersi all’interno delle discipline e attendere lo svolgersi del lento e in fondo controllabile passaggio tra la ricerca e la società, che avviene attraverso le istituzioni, università e scuole, convegni, mostre e le attività educative. Bisogna per forza misurarsi, oggi, anche nella fotografia, con la complessità, la velocità, le potenzialità e le contraddizioni della cosiddetta “democrazia diretta”.

Che importanza ha l’arte pubblica oggi? La fotografia – nella suo essere arte media, nella sua straordinaria semplicità tecnica e nella sua grande capacità di condivisione – rimane uno strumento privilegiato per attivare processi collettivi nei contesti più vari. Quando ho iniziato a realizzare e curare progetti pubblici, una ventina di anni fa, il mondo della fotografia era lontanissimo da quel tipo di esperienze, che non erano capite e venivano viste con fortissimo sospetto, probabilmente a causa del disinteresse verso la tecnica e della scarsa importanza attribuita alla dimensione estetica delle immagini. Oggi vedo che sempre più fotografi si misurano nel loro percorso con progetti pubblici, in modo molto naturale, alternati ad altre modalità di ricerca, come dimostra la stessa mostra ABITANTI. Mi sembra una cosa molto positiva dato che continuo a credere fortemente nella necessità di incontrare sempre nuovi pubblici e di mettersi alla prova nella complessità del sociale, pur con tutte le contraddizioni del caso. L’espressione “Arte pubblica” ha assunto un significato estremamente ampio, indica una galassia di operazioni che escono dal museo o dalla galleria così vasta che rischia di accomunare logiche e modalità di relazione molto lontane tra loro, anche opposte. Più che di arte pubblica e delle sue numerose implicazioni, tornerei a parlare di una tensione pubblica, o civile. Mi sembra questo il filo rosso che può collegare una parte del reportage, molte esperienze degli anni settanta, la scuola italiana di paesaggio, le operazioni attuate con la fotografia dagli autori più giovani. Si tratta di pratiche diverse, più o meno tradizionali, tutte incentrate su un valore collettivo attribuito al lavoro degli artisti, una progettualità che ha come suo ideale interlocutore il cittadino e vede il sistema dell’arte come mezzo, e non come fine ultimo.

Che potere ha l’immagine d’autore rispetto alle migliaia di immagini amatoriali prodotte ogni giorno? Qual è secondo te il futuro della fotografia autoriale? Non penso di saper rispondere a questa domanda. Lavorando da decenni con l’image trouvée, la fotografia vernacolare e le immagini foto-amatoriali vi ritrovo spesso un livello di sorpresa, autenticità, possibilità di lettura molto superiore a quanto presente in molte fotografie d’autore. Non a caso sono sempre di più gli artisti che si nutrono dell’immenso potenziale delle immagini prodotte ogni giorno, oggi come ieri, prelevandole e rielaborandole. La figura dell’artista Questo non esclude che che non esistano molti gli artisti, singoli e collettivi, ancora capaci di sperimentare, indagare, innovare le pratiche artistiche. Nel breve periodo penso che rimarrà un equilibrio, la figura dell’autore continuerà a esistere come produzione e invenzione di immagini, come selezione e assemblaggio di materiali esistenti, come riflessione teorica sulla disciplina stessa, anche perché si tratta di una figura necessaria per il mercato dell’arte. Certamente in un futuro meno immediato la quantità esponenziale di immagini che circolano e la capacità sempre maggiore che hanno le macchine di leggerle, archiviarle, confrontarle e ormai anche comprenderle e costruirle non potrà non incidere profondamente anche sulla nozione di autore, o di arte.

Esiste un movimento italiano connotato e riconoscibile nella fotografia? Per quel poco che conosco del contesto internazionale, mi viene difficile pensare a un movimento italiano riconoscibile. Probabilmente oggi la grande circolazione di informazioni – grazie alla rete – e di persone – che sempre di più producono e contemporaneamente fruiscono mostre, festival, talk, pubblicazioni self-published, premi e concorsi – tende a generare tendenze definibili a livello globale o comunque europeo. Uno stile italiano – ammesso che sia necessario, per esigenze di riconoscibilità e di mercato – andrebbe forse costruito, ma qui siamo alle grandi questioni irrisolte dell’Italia non soltanto nell’arte, in quanto a mancanza di istituzioni forti e di risorse adeguate, ma anche ad un’incapacità di coordinarsi e fare sistema – sia a livello geografico, sia da parte dei diversi attori della filiera: musei, scuole, editori, gallerie – per l’affermazione di una visione comune.

Che impatto vorreste avere sugli spettatori con questa mostra, che domande vorresti suscitare? Questa, devo dire, è la domanda che vorrei fare io a te, e a tutti i visitatori della mostra. Con una battuta, potrei dire che già il solo fatto di suscitare delle domande sarebbe qualcosa, uno degli obiettivi principali di qualsiasi progetto espositivo. Entrando più nel merito, credo che l’attualità e l’urgenza delle tematiche affrontate dagli artisti sollevino delle questioni immediate, anche scomode, prima di tutto sulla realtà, sulla società in cui viviamo e sulle sue contraddizioni (questa è anche l’esperienza che ho avuto dialogando con i visitatori in occasione delle visite guidate con aperitivo, e quindi con un momento informale di discussione e approfondimento). La grande varietà di temi e di linguaggi fa sì che ognuno senta più vicino a sé un progetto piuttosto che un altro, mentre una sensazione comune, non immediata, la si avverte forse solo alla fine: la percezione di una precarietà diffusa e di una permeabilità tra condizioni abitative che pochi decenni fa sarebbero state impenetrabili una all’altra.

Quali sono gli altri obiettivi del progetto? Gli obiettivi sono molteplici. Alcuni, sul valore istituzionale del progetto, sul contenuto dei lavori e sul valore di una lettura libera e critica del reale, sono già stati accennati. Un altro obiettivo sottinteso nella committenza è quello di tornare ad arricchire con opere nuove le collezioni del Museo. Quello che vorrei sottolineare è la valorizzazione dei giovani autori, a maggior ragione ora, quando si avvia verso la conclusione una mostra che in due mesi e mezzo ha totalizzato riscontri molto positivi e quasi 14.000 visitatori paganti, certamente anche grazie alla straordinaria cornice di Triennale, ma senza presentare nomi conosciuti e senza alcuna promozione commerciale. Risulta quindi fondamentale fornire alle nuove generazioni anche la possibilità di mettersi alla prova in contesti strutturati e di ampio respiro. Se si continua a riservare i grandi budget ai maestri e lasciare ai giovani garage spazi no-profit, avremo sempre dei progetti anche potenti, corrosivi e innovativi, bellissimi, ma di nicchia, da garage. Se nella costruzione della carriera diamo loro anche la possibilità di lavorare con un minimo di budget ma soprattutto di confrontarsi con gli spazi istituzionali, con tutti i rischi ma anche con le opportunità che questo comporta, ci dimostrano di possedere le capacità, l’energia, la profondità e la freschezza per reggere a livello di critica e anche di pubblico.

ABITANTI – Finissage Incontro con gli artisti, con il curatore della mostra Matteo Balduzzi e con Silvia Mugnano, docente in sociologia urbana Triennale di Milano Viale Alemagna, 6 06.09.2018 h 17.30 – 19

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