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“Perché non mi fai delle foto”: intervista a Mauro Balletti

Entrato nell’ampio e bianco studio-loft del fotografo e pittore milanese Mauro Balletti, ricavato in un’austera scuola di fine Ottocento nel Sud di Milano e da poco ristrutturata in abitazioni, la sensazione è di trovarsi a tu per tu c ...

Entrato nell’ampio e bianco studio-loft del fotografo e pittore milanese Mauro Balletti, ricavato in un’austera scuola di fine Ottocento nel Sud di Milano e da poco ristrutturata in abitazioni, la sensazione è di trovarsi a tu per tu con l’unico emissario autorizzato, il portavoce (benché si tratti di immagini) di un’amatissima icona nazionale che da decenni vive in una zona nascosta della galassia. Sarà per questo che, riflettendo sul pluridecennale rapporto che lega Balletti a Mina, appare una stella doppia, due corpi celesti che ruotano uno attorno all’altro, emettendo un segnale che è difficile distinguere da quale dei due provenga e che, in questo caso, è costituito dal più ricco e trasgressivo ciclo di copertine della storia della musica. Un centinaio: con rarissime eccezioni, dal 1978, l’anno del ritiro della cantante dalle scene, è l’unico palcoscenico su cui Mina si sia mostrata, delegando al fotografo il proprio messaggio estetico e visivo. Facendo del proprio volto lo schermo su cui leggere una traccia in più. Da questa collaborazione, raro caso di ritrattista devoto a un solo personaggio – si può pensare a Man Ray e Kiki de Montparnasse –, nata nel 1972 per l’intuito della cantante che, durante le riprese di uno spot per la Tassoni, chiese a Balletti diciannovenne di farle qualche scatto (lui non possedeva una macchina fotografica), è scaturito un corpo di lavoro che ha influenzato non soltanto il gusto degli italiani, ma ha avuto un impatto a livello internazionale. E ha creato un canone nuovo, in anticipo sui tempi, in un sodalizio artistico che Mauro Balletti, nel corso di una lunga intervista, definisce «un rapporto d’amore, nato prima ancora di conoscerla». E una «rappresentazione iconografica del suo pensiero».

Il raro coraggio della scelta. «Quando ci siamo incontrati per la prima volta», ricorda Balletti, «Mina sapeva che io disegnavo. “Perché non mi fai delle foto?”. Ha visto ciò che avrei saputo fare. Pochi mesi dopo, è il 1973, c’è già la nostra prima copertina, “Frutta e verdura/Amanti di valore”, quella con il sigaro. Se riguardo adesso i provini, mi rendo conto che non c’erano foto sbagliate. La vera scoperta fu però un’altra, cioè che lei sapesse subito quando la foto c’era. Non sono tanti i soggetti capaci di questo. Lei sentiva se la luce e l’inquadratura fossero giuste, se il significato voluto fosse lì. Per fortuna avevo un po’ di esercizio alle spalle: la passione per la pittura, anni di cineforum con mio padre. Io sono in sintonia con la sua visione, ma è lei ad avere il proprio nome sulla cover: è lei che ha sempre scelto, e con una cultura vera su immagine, cinema, letteratura, drammaturgia. La creatività è stata istantanea, come le sue scelte. È andata così con il sigaro, o con una copertina coraggiosa, mossa, del 1975, per l’album “La Mina”, una delle mie preferite. Stavano girando un filmato, cantava. Si è arresa all’istante, senza mediare, così com’era. Quello scatto una persona razionale non l’avrebbe scelto. Una pazzia, se si pensa all’ansia di controllo dei soggetti. È sempre stato così: scegliere cose fuori, fuori dai canoni del momento».

Il 1978, momento di svolta. Nella storia di Mina ricorre il numero otto. Debutto nel 1958 alla Bussola, nel 1968 il primo album dal vivo, il 23 agosto 1978 l’addio definitivo alle scene, nel 1998 il primo disco con Celentano (“Mina Celentano”); il 2018, sessant’anni di carriera; Mina Mazzini, Quaini da quando si è sposata con Eugenio Quaini nel 2006, ha compiuto 78 anni. «Gli anni fino al 1978 sono stati tosti», racconta Balletti. «Lei era presente ovunque, io la seguivo e la fotografavo come Mina. Poi, dopo il ritiro, non era più registrare il suo apparire reale, ma un apparire ragionato, preparato, condiviso con amore e con rispetto. Non mi rendevo conto della mia responsabilità. Se ho fatto centro, è perché abbiamo gli stessi valori sugli aspetti più importanti della vita, non soltanto su una bella foto per la cover».

Che cosa vi ha legato? «Forse il fatto di essere due persone che vivono la propria identità solitaria con profondità. E un’empatia particolare ».

Che cosa chiede, Mina, a una copertina? «Che stupisca: e la prima a doversi stupire è lei. Lei è stupore personificato».

Possedere l’istinto della sorpresa. Se c’è una ragione della vasta influenza esercitata dalle scelte estetiche di Mina, è nella sua naturale, non strategica, predisposizione a meravigliare; il piacere di una rappresentazione di sé lontana dalle previsioni. In altri casi si chiamerebbe gusto per lo scandalo. «Già con i due volumi di “Salomè”, primi anni Ottanta, il suo volto con la barba leonardesca: c’era chi diceva che fosse andata fuori di testa», continua il fotografo. «Lo scandalo è stato evocato con forza per l’immagine del culturista, la copertina di “Rane supreme”, 1987. L’uomo nudo, muscoloso, l’avevo trovato al volo in una palestra vicino a casa. Poi ho realizzato il fotomontaggio con il volto mascherato. Si trattava di tutto fuorché di uno scandalo cercato. Madonna nuda era lo scandalo di proposito; con Mina, siamo dentro i confini dello stupire, dello stupefacente. E i grandi, anche nei fotomontaggi, rielaborati, contaminati, restano fedeli a se stessi».

Il volto, la tavolozza più bella. Spiega Balletti che «Mina è stata la prima a lavorare sul suo viso. Ci sono precedenti, come Louise Brooks, ma lei ne ha inventata una sola. Oppure Brigitte Bardot. Mina in un anno cambiava almeno venti pettinature, e trucco; già negli anni Sessanta. Poi è venuta Nina Hagen, che con i suoi trucchi ha ispirato altre. Dopo è arrivata Madonna, che ha saputo osservare le icone che l’avevano preceduta, da Greta Garbo alla Dietrich. A quel punto era la moda a determinare le trasformazioni: venivano dall’esterno. Con Mina tutto nasce da sé, con naturalezza, moda inclusa. La prima rinascita di Mina è nel 1965, quando si è tolta le sopracciglia. È l’inizio della trasformazione del volto in un videogioco, poi diventata una passione».

 

Dov’è il segreto di quel volto? «Negli occhi. Quegli occhi con lo sguardo di un’intelligenza folle, dei grandi. Picasso, Fellini, Callas… Occhi che trasmettono la passione dell’arte. Questa passa attraverso lo sguardo, si libera con una forza selvaggia».

La contaminazione artistica. «Anche grazie alla sua classicità, il volto si è prestato come una tavolozza per tanti esperimenti con l’arte; una faccia unica e poliedrica come la sua capacità vocale. È nata la copertina picassiana di “Ti conosco mascherina” (1990), il corpo ispirato a Botero – per “Caterpillar” del 1991 –, la “Gioconda” sulla cover di “Olio” (1999)…». Osservate in fila, una dopo l’altra, le copertine, (due o tre ogni anno, alcune nate dalla collaborazione con Gianni Ronco) danno l’idea di una supereroina che viaggi nel tempo. C’è una Mina per ogni superpotere (Spice Girls? Altre girl band?). Molte star si rivolgono al sovrumano per varcare la dimensione fisica. Mina c’era riuscita prima, con mezzi naturali. Per riconoscere ogni ibrido prodotto da questo sodalizio, c’è un accurato documentario del 2016 di Sky Arte, s’intitola “Tra le immagini di Mina – L’arte di Mauro Balletti”.

Passione per la tecnologia. Insieme hanno attraversato decenni di evoluzione tecnica, nella ripresa e poi nella manipolazione delle immagini. Hanno anticipato i tempi, creando incroci surreali come la copertina di “Canarino mannaro” del 1994, dove Balletti ha mescolato un frame tratto da una cassetta Vhs con una stampa settecentesca. Ancora a mano, senza tecnologia. «Siamo stati i primi a creare una copertina con un’immagine digitale, “Sorelle Lumière”, nel 1992, con un Mac, quando per salvare un’immagine da trenta mega ci volevano sette minuti e andavamo a bere un caffè. Nel 2001 abbiamo fatto saltare i collegamenti internet di allora, mettendo online il video “Mina in studio”. Io non sono nostalgico, come fotografo, ma è lei a guardare in avanti. Ed è un caso raro, nel mondo musicale italiano in cui la tentazione diventa sempre più guardare indietro, al revival».

Dove nasce questa passione di Mina per il nuovo? «Forse è la sua velocità di pensiero, una memoria e un cervello leonardesco, una volontà di conoscere e connettere l’intelligenza. Anche con la tecnica, una cosa non è cambiata: la velocità. Buona la prima!».

Dalla camera oscura all’avatar. Al Festival di Sanremo di quest’anno, Mina si è “presentata” sotto forma di avatar, un ologramma in 3D. Anche questo, opera di Balletti. Un anticipo era già sulla cover di “Piccolino” (2011), realizzata da Gianni Ronco. «Io stesso sono rimasto allibito dal risultato. Non pensavo di riuscire a far tutto senza di lei, e invece abbiamo ricreato le emozioni del suo sguardo: attonito, triste, sorpreso. Io l’ho progettato, poi l’avatar è stato costruito in uno studio romano. Gli occhi così vivi, perturbanti, una magia. Mi ero documentato prima, è stato utile il film “Il curioso caso di Benjamin Button”. Dalle mie foto, il tecnico ha realizzato l’involucro, il guscio, ma se poi è stato possibile riprodurre il movimento labiale, è perché io so com’è nella realtà. Dicevo alla modella in studio come muovere la lingua, la bocca, quanto aprirla o chiuderla; la mia era conoscenza della morfologia fisica di Mina ma anche di quella mentale. Adesso l’avatar esiste e si può farne ciò che si vuole». La “vitalità” dell’ibrido tecnologico emerge inquietante dalla cover di “Maeba”, il disco pubblicato quest’anno.

Come raccontare un’assenza. Per descrivere la magia di Mina, Balletti parla dell’effetto che produce nelle molecole dell’aria attorno a sé. Poi ci vuole humour e ricerca. Per “Le migliori”, l’album con Celentano del 2016, si è ispirato alle “foto delle pazze ricoverate in ospedale psichiatrico negli anni Venti”, poi allo scatto del fotografo americano di street life, Ari Seth Cohen.

Per il video del singolo “Volevo scriverti da tanto” ha sperimentato la tecnica del lettering. E in futuro? «Guardare ancora fuori e puntare sul fatto che l’iconografia umana giocherà sempre con se stessa. Forse scopriremo un nuovo colore, un materiale che nessuno ha usato».

Se ritorna al primo incontro? «Avevo una sorta di preconoscenza, una telepatia prenatale. È stata la conferma di quanto sapevo».

Mina le ha scattato un ritratto? «Un paio di volte. Ha l’occhio buono. No, non so dove siano», risponde guardandosi intorno, le pareti riempite dai suoi disegni a china e pastello, di grandi dimensioni e in cui spesso compare, seminascosto, il volto della cantante.

Che cosa pensa dell’immagine della stella doppia? «Lei è un sole. Io una stellina. Lei il sole che ha usato una stellina che l’ha guardata con amore e attenzione».

La cover di questo numero. Per realizzare l’immagine di copertina, Balletti ha creato quello che chiama uno dei suoi “Frankenstein”. «Partendo da una mia immagine inedita di Mina, ho voluto rendere omaggio alla splendida fotografia della modella con rossetto, neo e eyeliner di Erwin Blumenfeld: un ritratto sorprendente, che richiama la cartellonistica della Belle Époque (e in copertina di “Vogue” Usa nel 1950, ndr). Ho quindi realizzato un “Frankenstein”, una delle mie operazioni estetiche che nascono quando mi accorgo, per esempio, che la bocca migliore per un’immagine è presente in un’altra foto. Qui ho tolto il naso, con l’aiuto di Stefano Anselmo, il make-up artist che collabora con me da sempre. Anche questa immagine è stata concordata con Mina».

Michele Neri, Vogue Italia, ottobre 2018, n.818, pag.304

L'articolo “Perché non mi fai delle foto”: intervista a Mauro Balletti sembra essere il primo su Vogue.it.


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