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Intervista a Bebe Vio

La moda, i social, gli haters: così li vive e li racconta BEBE VIO, supereroina in incognito. A 22 anni lo scrittore Cameron Crowe, bambino prodigio cresciuto (diplomato a quindici anni, a tredici anni lavorava già come giornalista, a sed ...

La moda, i social, gli haters: così li vive e li racconta BEBE VIO, supereroina in incognito.

A 22 anni lo scrittore Cameron Crowe, bambino prodigio cresciuto (diplomato a quindici anni, a tredici anni lavorava già come giornalista, a sedici lavorava accanto agli storici critici musicale Lester Bangs e Ben-Fong Torres di Rolling Stone)  scrisse “Fast Times at Ridgemont High”, un romanzo cult che poi diventò un film iconico sulla vita liceale in California negli anni ’80. Per fare ricerca si era spacciato da studente ed era entrato undercover al Clairemont High School di San Diego per un anno scolastico. In quell’ “ultimo anno di liceo”, Crow fu testimone di un movimento culturale generazionale: surfisti, cheerleaders, giocatori di football e fattoni. Fece questo non solo per poter scrivere un romanzo più autentico, ma anche, questo lo capì tempo dopo, per essere di nuovo studente, essere uno dei tanti, evadere dal suo ruolo di bambino prodigio cresciuto precocemente. A Ridgemont nessuno sapeva chi fosse Cameron Crowe. Oggi all’università americana di Roma John Cabot gira un’altra bambina prodigio cresciuta in incognita e più o meno della stessa età che aveva Cameron quando scrisse il suo libro: Bebe Vio. Oro paraolimpico agli europei di fioretto, conduttrice di “La Vita è una Figata”, testimonial di Dior, protagonista super eroina del romanzo fantasy “Beblade”, oggi Bebe — che quando entra in una stanza, ha una forza propulsiva talmente forte da cambiare in meglio persino i connotati fisici delle piante che la circondano — è anche una studentessa universitaria. Ma questo non tutti lo sanno.

Che lusso poter vivere una doppia vita. Come mai hai deciso di fare un’università americana a Roma?

Mi annoia “fare la grande” perché non mi sento grande. Prima di venire ho studiato l’inglese e ora sono felice di respirare un clima internazionale e di studiare in questa lingua, staccata da tutto. All’inizio mi hanno messo in casa con una boliviana, una del Madagascar e una bulgara che non sapevano niente di me. Quando sono arrivata mi hanno chiesto: “Ma che razza di gambe hai!” Perché essendo giovani e sapendo che vai a vivere con loro, non si fanno problema a fare domande. Mi piace questo modo di fare schietto. La cosa assurda è che io mi sono presentata  alle ragazze di casa come Beatrice, quindi non mi conoscevano come Bebe. Adesso mi chiamano B. come soprannome perché Beatrice non riuscivano a dirlo. Da una parte sono B. e dall’altra sono Bebe. Per loro io vado in palestra, viaggio spesso, ma non sanno nulla delle gare. Si chiedono come mai salto la scuola per fare così tanti viaggi. E’ bello vivere così, in due mondi completamente diversi.

È difficile mantenere la tua identità di super eroina segreta?

Sì, mi stanno cominciando a sgamare perché quando andiamo fuori a cena, la gente mi ferma per strada o mi chiede di fare una foto insieme. La prima volta ho balbettato che erano vecchi amici… Poi quando è successo altre due volte nella stessa sera, le mia inquiline mi hanno guardata storta. Dopo un mese si sono insospettite e mi hanno trovata su Instagram! Una sera mi hanno detto: “ma tu non ci hai detto che eri a cena con Obama!”

Ti hanno conosciuta senza filtri e immagino che questo ti avrà avviata a una vita diversa dal solito.

Sì, le ragazze ormai mi conoscono per il mio lato “sciallo” e quindi sono rimaste come erano all’inizio, anzi, mi prendono per il culo quando la gente mi ferma per strada e dicono: “Ehi guarda che io sono la sua coinquilina!”

E come convivono le tue due vite? Anzi tre, anzi quattro!  Sono in conflitto con lo sport?

Non tutti i Professori accettano il fatto che io debba saltare delle lezioni. Abbiamo fatto l’Europeo la settimana scorsa e prima siamo stati in ritiro perenne con la nazionale, nove o dieci ore al giorno tra Pisa e Roma: la mattina preparazione, poi lezione, poi fisioterapia. Non avevo il tempo fisico per andare a lezione o studiare. Adesso sto seguendo un corso impegnativo: “Race, gender, and society”. La prima lezione era sull’approccio maschilista nella storia del cinema e dell’arte. Mi sono innervosita subito!

A proposito di questo, tu sei sbocciata in un momento in cui questi temi sono in fase di ribaltamento, sia nella cultura popolare che nello sport, pensa alla forza dello statement di Serena Williams all’ US Open. E anche tu sei un modello per tantissime ragazze.

Ho sempre avuto grandi esempi femminili su cui basarmi. Mia madre è un idolo per me, e ho conosciuto tante donne sul lavoro che ammiro… Maria Grazia Chiuri di Dior per me è “zia scialla”, mentre per tutti è il boss dei boss. E’ la prima donna a capo di Dior in un mondo pieno di discriminazione. La prima italiana in un mondo di super francesi. Sta facendo delle cose pazzesche, la sua prima maglietta leggeva “We should all be feminists”, e adesso nell’ultima collezione ha aperto con uno statement preciso “C’est NON NON NON et NON !“” Ha rivoluzionato un brand.

Questa è la tua prima volta su Vogue. E il tuo look di oggi (tote bag Dior piena di libri, jeans strappati e canottiera sportiva elasticizzata) mi racconta già tantissimo di come riesci a mischiare i tuoi mondi. Cosa ti attrae della moda, come ci sei entrata dentro?

L’incontro fatale è stato quello con Maria Grazia Chiuri perché lei ha voluto tre schermitrici alla sua prima sfilata (Bebe, Arianna Errigo e Rossella Fiammingo) per rappresentare la donna lottatrice ma comunque elegante. Ha portato la scherma nel mondo della moda dove lo sport non era ben visto. Sai,  siamo un po’ mascoline noi come modo di fare. Io non sono un prototipo di bellezza, ma metto comunque la gonna corta per far vedere la protesi. A furia di farlo, ora sono anche gli altri che lo richiedono. C’è una bellezza in questo. Le cose stanno cambiando. La Toyota ha preso un team di paraolimpici, un’intera squadra. Gli sponsor cercano persone con disabilità perché vogliono far capire la loro forza. Io sono gasatissima, è faticoso ma veramente bello. Detto questo all’ultima sfilata sono arrivata in ritardo e sono rimasta fuori. Mi hanno fatto il cazziatone.

Qual è la cosa che ti piace di più di questa intersezione di generi?

Mi sto divertendo. La scherma, l’università e lAssociazione (l’Art4sport è l’Onlus ispirata alla storia di Bebe e vedo lo sport come terapia per il recupero fisico e psicologico di bambini e ragazzi portatori di protesi di arto) sono le mie passioni fisse, il resto lo prendo come sperimentazione. Tutta la mia famiglia mi sta aiutando. Mio papà è un super eroe. Mia mamma segue  tutti i figli, la casa, il cane malato, viene agli eventi con me. Ci stiamo divertendo e l’associazione sta spaccando.

La cosa incredibile della tua Art4sport è l’idea di raccogliere fondi per protesi sportive che non siano per forza dedicate a persone che non sono necessariamente sportive.

Abbiamo celebrato nove anni dell’Associazione e siamo a trenta ragazzi. In Italia le protesi sportive vengono passate dalla mutua solo a chi ha già risultati sportivi. Mamma e papà hanno creato l’Associazione perché io volevo fare scherma. Quando ho ricominciato a fare scherma ero più felice io e più felici gli altri e abbiamo capito quanto fare sport possa cambiare le persone e il modo di vedere le cose. Lo sport è terapia.

Cos’è per te la resilienza?

La resilienza per me è lo spirito di adattabilità. L’ho trovato nella mia famiglia. Quando eravamo in ospedale, a 11 anni stavo per morire, non sapevamo cosa fare. Avevo capito che ero io a dover dire, “ce la dobbiamo fare”. Mi ricordo che dissi: “Per uscire da qui dobbiamo amputare le gambe? Raga, ma ci stiamo ancora pensando? Amputiamo via tutto, una volta che non hai le mani, se non hai neanche le gambe non cambia molto.” L’unione con la mia famiglia e la volontà di mettermi in gioco sono la mia resilienza.

Mi parli delle tue protesi? Ho visto che le tue mani sono connesse a un’Application che memorizza il movimenti nuovi e te li ripropone in modo che riesci a fare cose sempre nuove. Mi sembra incredibile!

Io ho una protesi da tutti i giorni. La mano collegata all’Application non la uso per andare in palestra perché è delicatissima. Poi c’è quella con le dita che si muovono con cui posso mangiare il sushi e mandare a quel paese chi mi pare.

È sorprendente come vivi il mondo della comunicazione e dei social media. Senti che è cambiato anche il tuo modo di comunicare rispetto a quando eri più piccola?

Io sono del ‘97, all’inizio non volevo Facebook né Instagram, mia sorella ha 5 anni meno di me e ci è nata. Mia cugina ha 9 anni ed è nata con l’ipad in mano, usa il mio profilo Instagram per mettere like ai calciatori. Sta cambiando tutto molto velocemente. Io mi sto divertendo ma sono consapevole che non è che se hai tanti follower, nella vita hai spaccato. Più vedo come funziona nel telefono, più voglio uscirne, in un certo senso. Ed è quello che sto cercando di fare il più possibile. Non vivo con il telefono in mano, conosco i lati positivi e quelli negativi. Anche gli haters che hanno creato pagine contro di me: ho capito come prenderla perché so che quello non è il mondo vero. Nel mondo vero, se le scrivono non te lo vengono a dire in faccia, anche se preferirei.

Quando hai capito che quello che potevi comunicare agli altri poteva essere così vasto e come voveil mondo  dell comunicazione e dei social media?

La prima volta che ho lottato per qualcosa è stato per ottenere la pista ciclabile per mio fratello per andare a scuola. Noi stiamo in una strada un po’ pericolosa e mia mamma ogni volta si preoccupava, lo riempiva di lucine. Alle elementari facevo parte del CCR, consiglio comunale dei ragazzi, nel gruppo della sicurezza stradale. Vedevo mia mamma preoccupatissima come se stesse mandando suo figlio in guerra, quindi la mia prima lotta è stata quella, in comune. Sono andata a dirgli che mia mamma era preoccupata, mio fratello era in pericolo. Il sindaco mi ha detto di fare una petizione da far firmare a quelli della mia via, io ero pronta, avevo raccolto tutte le firme ma al ritorno ha cominciato a diluviare di brutto, ho cominciato a correre e ho nascosto il foglio nella giacca ma quando sono arrivata a casa erano tutte sciolte. Ero disperata, ma ho portato lo stesso la petizione al sindaco “ti giuro c’erano le firme” e lui fece fare la pista, e io ero fiera e contenta perché mia mamma era tranquilla. Quella è stata la mia prima lotta. Lì ho capito che potevo per rompere le balle per tenere qualcosa. Mia mamma mi definisce “rompiballe strozzabile” ma entrambi i miei genitori ci hanno sempre insegnato che se volevamo una cosa, dovevamo ottenerla, da soli, con le nostre forze, perché sapevano che potevamo farcela, senza il loro aiuto.

Vogue Italia, novembre 2018, n.819, pag. 67

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