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Se a parlare non resta che il fiume • MUDEC

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Se a parlare non resta che il fiume • MUDECSe a parlare non resta che il fiume • MUDECSe a parlare non resta che il fiume • MUDECSe a parlare non resta che il fiume • MUDECSe a parlare non resta che il fiume • MUDECSe a parlare non resta che il fiume • MUDECSe a parlare non resta che il fiume • MUDECSe a parlare non resta che il fiume • MUDECSe a parlare non resta che il fiume • MUDEC

“Se a parlare non resta che il fiume” è un’installazione multisensoriale che intreccia il lavoro artistico sul campo della fotografa ed educatrice americana Jane Baldwin (‘Kara Women Speak’) con la creatività di Studio Azzurro, il celebre gruppo di ricerca artistica fondato a Milano nel 1982.

Dedicata alle tribù della Valle dell’Omo, il cui ecosistema è minacciato da un imponente progetto idroelettrico made in Italy e dal conseguente accaparramento di vaste porzioni di terra, trasformate in enormi piantagioni agro-industriali di cotone e canna da zucchero, l’installazione è costruita come un ambiente sensibile in cui il visitatore interagisce con le protagoniste donne, depositarie delle tradizioni orali attraverso racconti, miti e canti. Il viaggio multimediale e poetico rende omaggio alle donne della regione – culla dell’umanità – e rivela i profondi legami esistenti tra l’uomo e l’ambiente, tra noi e gli altri popoli. Tra i suoni ovattati del lento mormorio dell’acqua, il pubblico è avvolto nella penombra di uno spazio senza colore. Al centro dello spazio, una metaforica scultura di creta rossa si libra a mezz’aria simboleggiando il corso sinuoso del fiume, la cui superficie è ormai secca, inaridita. L’installazione, presentata dal MUDEC – Museo delle Culture all’interno del palinsesto “Geografie del Futuro”, sarà in mostra fino al 31 dicembre.

Abbiamo intervistato Jane Baldwin, artista ed educatrice americana che usa la fotografia e le registrazioni audio come pratica di documentazione, ricerca e racconto. Quando hai iniziato a lavorare nella zona di Omo Valley? Cosa ti ha portato lì?

A parlarmi della valle del fiume Omo in Etiopia è stata una collega e amica appena rientrata da un viaggio in Africa nel 2004. Nel 2005 ho visitato l’area per la prima volta. All’inizio viaggiavo come semplice fotografa. Sono tornata nella regione ogni anno tra il 2005 e il 2014 per documentare le storie delle donne attraverso le loro stesse voci. Il progetto si è progressivamente trasformato in un’opera multisensoriale e immersiva sulle donne, la cultura, i diritti umani e le problematiche ambientali che minacciano i popoli indigeni della bassa valle dell’Omo in Etiopia e del lago Turkana in Kenya. La difesa dei diritti umani e la preoccupazione per i danni ambientali sono arrivate in un secondo momento.

Il tuo lavoro si concentra particolarmente sulle donne. Perché?

Il rapporto con le donne della regione si è sviluppato lentamente, col passare del tempo. Le loro sono società patriarcali in cui i ruoli di genere sono ben differenziati e la condizione della donna non è sempre facile. Decisi quindi di raccontare le loro storie. Sono le donne ad alimentare e sostenere le loro comunità e le loro famiglie, sono apprezzate in base al numero di figli che danno alla luce e al duro lavoro che fanno, ma raramente lo sono per ciò che pensano o per le loro idee. Come donna, volevo dare loro una voce. E loro erano desiderose di sedersi accanto a me per parlarmi delle loro vite, delle loro gioie ma anche delle loro grandi preoccupazioni sul futuro delle loro comunità. Per ragioni che non saprei spiegare, quando arrivai nella valle dell’Omo, la terra e i suoi popoli mi sono da subito sembrati familiari. Ho capito che dovevo mettere da parte la mia sensibilità occidentale, le mie idee e i miei concetti di giusto o sbagliato per ascoltare e imparare libera da qualsiasi stereotipo. Avevo allestito il campo base nella terra ancestrale dei Kara. Le donne del villaggio passavano spesso lì attorno per andare a prendere l’acqua al fiume, e ogni volta che passavano, le vedevo indugiare in lontananza. Un giorno mi sono avvicinata a loro e ci siamo sedute per la prima volta insieme, cercando di trovare modi alternativi per comunicare superando la barriera linguistica. Con l’aiuto di una guida e di una giovane donna hamar che traduceva per me, nel 2009 ho cominciato a intervistare sistematicamente le donne Kara, Hamar, Kwegu, Nyangatom, Dassanech e Turkana, e a registrare le storie sulle loro culture e il loro ruolo al loro interno. Le donne sono il cuore pulsante di tutte le culture dell’Omo. Sono le custodi delle tradizioni orali, fatte di narrazioni e canti tramite cui tramandano e mantengono vivi i racconti dei loro antenati e delle loro famiglie. Il mio lavoro si è quindi evoluto: è andato oltre i ritratti per “dare voce a chi non ha voce”. Le storie delle donne sono diventate lo specchio attraverso cui guardare e analizzare il nostro stesso modo di guardare e vedere, per mettere in discussione le nostre percezioni e le nostre esperienze di vita.

In questo progetto il suono ha un ruolo fondamentale. Cosa ti ha portato a dargli questa importanza?

Sono sempre stata sensibile al modo in cui certi fotografi puntano il loro obiettivo verso altre culture e allo “sguardo colonialista” delle percezioni occidentali e eurocentriche che romanticizzano o giudicare le culture indigene senza aver mai avuto un coinvolgimento diretto con le persone. Ho scritto lettere agli editori ogni volta che un fotografo o un giornalista straniero passava nella valle dell’Omo dando solo una rapida occhiata ai suoi popoli per poi proiettarvi sopra i suoi pregiudizi, rafforzando stereotipi molto spesso fuorvianti se non addirittura pericolosi. Spesso importano di più lo scoop e il sensazionalismo invece che uno sguardo onesto e rispettoso nei confronti delle loro culture. Io sapevo di voler fare le cose in modo diverso. Avevo già inserito l’audio in un cortometraggio intitolato “Kara Women Speak” nel 2012, ma è solo grazie alla collaborazione con Studio Azzurro che sono riuscita a unire tutti gli elementi multimediali del mio lavoro in un progetto multisensoriale e immersivo di grande impatto quale è “Se a parlare non resta che il fiume”. I suoni ambientali rappresentano un elemento importante di questo progetto. Aiutano a ricreare l’atmosfera dello spazio, e il suono delle voci delle donne aiuta a comunicare le emozioni, l’inclinazione e l’intenzione del soggetto.

Cosa ci racconti invece sulla collaborazione con Studio Azzurro? Come è nata l’idea di collaborare con loro?

Una mia collega aveva visto il lavoro di Studio Azzurro alla Biennale di Venezia. L’aveva colpita la sua straordinaria capacità di combinare tecnologia, design e creatività per dare vita a installazioni di grande impatto emotivo, ad ambienti sensibili che reagiscono alle sollecitazioni di chi li pratica e in cui la narrazione deriva dai gesti dei visitatori. Credo che l’arte possa informare e indirizzare la nostra attenzione in modo potente e profondo. Attraverso il coinvolgimento e la conversazione, l’arte può ispirare empatia e richiamare la nostra umanità, accrescendo la nostra consapevolezza sulle tematiche politiche e divenendo così un catalizzatore per il cambiamento. Studio Azzurro era decisamente il partner che cercavo! È bastata una telefonata e l’intercessione di Survival International – il movimento mondiale per i popoli indigeni – per farmi volare a Milano per un planning meeting nel marzo del 2016, da cui è partito tutto. È stato il team di Studio Azzurro a curare e dirigere il design dell’installazione. Leonardo Sangiorgi ha immaginato immediatamente lo spazio espositivo, incluso il letto del fiume in argilla rossa disseccata lungo 12 metri come metafora del fiume Omo in agonia. Tornata in California mi sono dedicata alla selezione delle immagini e all’editing dei suoni continuando a lavorare e a dialogare a distanza con i partner milanesi fino ad oggi. Una collaborazione entusiasmante.

Secondo te abbiamo bisogno di usare altri linguaggi oltre all’immagine per parlare alle persone e avvicinarci a loro? C’è un limite nella fotografia?

Non credo che la fotografia abbia limiti – ed è in continuo mutamento. Tuttavia, credo che spesso le mostre fotografiche siano mono dimensionali. Sentivo che per raggiungere davvero la coscienza del visitatore sarebbe stato necessario che la mia fosse multisensoriale e immersiva. Per questo ho scelto di collaborare con Studio Azzurro, il cui lavoro crea un profondo coinvolgimento emotivo. Spesso infatti i visitatori dell’installazione arrivano alla conclusione che quelle donne, così come i membri di tutte le comunità indigene del mondo, sono esattamente come noi, e sotto più aspetti di quanto si potrebbe pensare in un primo momento. Le loro storie hanno contribuito anche ad acuire il senso di umana condivisione.

“Se a parlare non resta che il fiume” è un’installazione multisensoriale in cui lo spettatore è attivamente coinvolto. Quanto è importante oggi, secondo te, l’esperienza nel processo di coinvolgimento delle persone e nella ricezione di un messaggio?

L’esperienza multisensoriale è una parte essenziale del progetto. Facendo appello a più sensi, compresa l’interazione tattile, vogliamo simulare degli incontri, dare vita alle testimonianze delle donne della valle dell’Omo inducendo i visitatori a impegnarsi e a connettersi a un livello più profondo. L’intera esperienza consiste in una “visita” virtuale di 45-60 minuti capace di instaurare un legame con le donne aiutando il visitatore a superare lo sconforto emotivo che spesso scaturisce di fronte a situazioni difficili, come le problematiche ambientali o quelle legate alle violazioni dei diritti umani. Spero che questa esperienza ci aiuti a riflettere sulle conseguenze del nostro uso sconsiderato delle risorse naturali a livello globale. “Il progresso può uccidere” cita una campagna di Survival International, al cui importante lavoro spero che l’installazione dia la visibilità e il sostegno che merita. L’effetto congiunto del land grabbing e di una grande diga made in Italy sta compromettendo gli equilibri ambientali del bacino dell’Omo e sta minando la sicurezza alimentare di almeno 100.000 indigeni in Etiopia e 300.000 in Kenya, prima largamente autosufficienti. I granai e i preziosi pascoli di molti villaggi kara, mursi e hamar sono stati distrutti. I Kwegu, che dipendono quasi esclusivamente da caccia e pesca, sono ridotti alla fame. Molte delle comunità che ho visitato hanno già perso o stanno perdendo l’accesso alle loro terre e alle sponde del fiume. E ogni opposizione è sedata dal governo etiope con la forza e la violenza. Le autorità etiopi affermano di volersi “impegnare a preservare l’eredità culturale di questi gruppi attraverso la creazione di un museo delle culture dell’Omo e attraverso ‘villaggi culturali’ prescelti orientati al turismo”. Ma come denuncia Francesca Casella, direttrice della sede italiana di Survival (www.survival.it), “impoverimento, morte e zoo umani sono un prezzo troppo alto da pagare al presunto ‘progresso’ e sono inaccettabili. Occorrono nuovi modelli di ‘sviluppo’ che non calpestino i diritti umani. Non solo per i popoli indigeni, ma per tutta l’umanità”. I popoli indigeni della valle dell’Omo non sono primitivi e arretrati come molti vorrebbero far credere, sono solo diversi e rappresentano una parte essenziale della diversità umana da cui dipende la sopravvivenza di tutti noi. Sia io sia Studio Azzurro speriamo che l’installazione riesca a instillare in tutti i visitatori questa consapevolezza inducendoli a prendere parte al cambiamento.

 

SE A PARLARE NON RESTA CHE IL FIUME Ambiente sensibile per le tribù della Valle dell’Omo Un’installazione artistica di Studio Azzurro e della fotografa Jane Baldwin, a sostegno di Survival International

MUDEC – Museo delle Culture di Milano

Fino al 31 Dicembre 2018

 

Interview by Rica Cerbarano

L'articolo Se a parlare non resta che il fiume • MUDEC sembra essere il primo su Vogue.it.


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