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Il domani in testacoda

Foto © Martin Gusinde/Anthropos Institute/Editions Xavier Barral Il futuro nella moda è già passato. Lo è nell’immediato: flash-forward stagionale che anticipa di sei mesi, o forse tre, l’orizzonte del possibile, del lecito, dell’ ...

Foto © Martin Gusinde/Anthropos Institute/Editions Xavier Barral

Il futuro nella moda è già passato. Lo è nell’immediato: flash-forward stagionale che anticipa di sei mesi, o forse tre, l’orizzonte del possibile, del lecito, dell’esteticamente rilevante, spostando aspirazioni e modi d’essere da qui a lì e da lì a qui, sempre che poi non ci si metta il see now, buy now – se ne ricorda qualcuno? –, nefasto azzeratore dello iato fermentante nel quale il desiderio plasma la persona, dando tempo alla proiezione di modellarsi in realtà. Ma questo è ritmo noto e spiccio, dettato che piaccia o meno dal ciclo industriale cui le evoluzioni dell’apparire sottostanno oggi che il mercimonio è condizione ontologica condivisa, anche se poi basta un semplice tric trac di imitazioni e appropriazioni per ottenere hic et nunc l’effetto di quel che sarà, senza necessariamente spendere oboli in prodotti. Questione di styling, no? Adotta e adatta. La quaestio del tempo aggrovigliato, in testacoda, diventa da capogiro se si allarga il compasso di qualche decade. Nella moda gli scenari potenziali li si è esplorati tutti, a esclusione di barlumi che ancora attendono di baluginare chissà dove nelle fantasie di chissà chi. C’è stata l’odissea galattica dei viaggi interstellari in abitini postmoderni da disco-bambina (Louis Vuitton), il medioevo prossimo venturo delle cotte metalliche (Paco Rabanne) e il barbarismo del vello animale gettato sul mantello di cellophane (Gareth Pugh); c’è stato il glamour da sciantosa replicante come una diva dell’âge d’or (Thierry Mugler) e il millenarismo apocalittico che antepone al bello l’utile, glorificando la funzione (Final Home). Un futuro così vero da essere sorpassato dalla realtà dei fatti, come la plastica insostenibile che va smaltita, o usata così, deteriorata (lo fanno oggi da Courrèges). Giunto il presente di quello che era futuro, ecco, tutto è al punto di partenza. Meglio allora azzerare ai primordi. I recessi della storia, del resto, catapultano nel futuro, perché gli alieni e tutto il resto ci sono già stati. Ci sono ancora, intonsi dalla civiltà. Gli estremi si toccano e dall’atavico al fantastico corre un segmento brevissimo. Una lineetta che Issey Miyake ha plissettato ad infinitum risolvendo per tutta la carriera il rompicapo del vestire il corpo con un sol pezzo di stoffa. Che è infatti quanto facevano antenati e trisavoli drappeggiando, avvoltolando e giù caracollando indietro agli albori cavernicoli, o spingendosi avanti nelle profondità siderali di galassie lontane lontane. Non solo il tempo è materia elastica e soggettiva, dunque, come da ultimo hanno rivelato autorevoli studi. Le pulsioni umane di base sono sempre quelle, dall’altro ieri a dopodomani. Il corpo nudo non basta. Va dipinto, decorato, protetto, amplificato. Così è dalla Terra del Fuoco a Marte passando per un posto qualsiasi, adesso, dell’orbis terrarum. Con una certa leggerezza del sentire (la suggerisce a suon di veli, kimono e iridescenze Angela Missoni), quella sì conquista del momento. A cuor leggero, suturando eoni senza bagagli emozionali.

Vogue Italia, novembre 2018, n.819, pag. 52

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