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BEAUTY NEWS

Gli illuminanti viso sono stati fra i prodotti più in voga nel 2017 ed ancora nel 2018. Sono infatti tantissime anche le nuove uscite in programma! Curiosi di sapere quali sono i miei preferiti?

Uno dei miei illuminanti della “vita” è sicuramente Soft and Gentle di Mac, ormai l’ho quasi terminato e credo che lo ricomprerò sicuramente. Si tratta del classico illuminante champagne-oro che dona quasi a tutte le carnagioni ed è perfetto per il giorno, la sera e qualsiasi occasione!

illuminanti

Photo credits Instagram: beautybyidako

Super gettonati e amati sono stati anche gli illuminanti della famosa blogger Huda Beauty. Meravigliosa la sua palette Pink Sands 3d con 4 shades di illuminanti adatte a tante tipologie di  incarnato.

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Photo credits instagram: efpemakeup

Altri illuminanti Top sono quelli presenti nella palette Alchemist di Kat Von D. A differente di quelli citati prima sono forse più “bizzarri” ed oleografici, con sottotoni azzurri e rosa. Io li adoro e li utilizzo tantissimo!

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Photo credits instagram: sarakalimamakeup

Per un’effetto più naturale invece, adoro anche gli illuminanti liquidi. Come quelli in polvere si applicano sui vari punti strategici ma sono perfetti anche per il corpo. Uno meraviglioso è senz’altro Omg Gold di Mulac Cosmetics. 

Photo credits instagram: reginainneverland

Photo credits instagram: reginainneverland

Un altro illuminante del quale non so fare più a meno è Rose Gold di Mesauda Milano. Come dice il nome è un illuminante rosa d’orato e lascia un’effetto di luce pura meraviglioso!

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Photo credits instagram: flavialongarini

Altra new entry nella mia collezione di illuminanti è stata la palette Born to Glow (si il nome è stato ideato pensando me! *sischerza*) di Nyx professional make up. Anche questa presenta diversi colori utilizzabili per tutte le carnagioni o se in estate vi abbronzate.  Di seguito vi lascio un mini video dove la utilizzo.

Eccovi quindi alcuni dei miei illuminanti “top”. E voi? Quali sono i vostri?

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A quante di voi piacciono le ciglia lunghe? Extension ciglia e le ciglia finte ci regalano uno sguardo da cerbiatta, intensificandolo e rendendolo davvero irresistibile. Scopriamo pro e contro di entrambi i metodi! E1C5F7EB-FBC2-4C05-922A-1411709302BB Le extension per le ciglia e le ciglia finte sono i metodi più utilizzati per intensificare lo sguardo, che noi donne sappiamo bene come enfatizzare attraverso il make-up. C’è chi comunque non vuol ricorrere a nessun metodo di allungamento, per loro c’è sempre l’infallibile mascara che, se applicato a regola d’arte, rende gli occhi veramente stupendi. Per risaltare al massimo gli occhi, però, occorre che anche le sopracciglia siano curate alla perfezione.

-Extension ciglia: scopriamo insieme quanto durano e il costo: Sono ormai numerosi i centri specializzati in extension e infoltimento ciglia che, nel giro di un paio d’ore, possono cambiare completamente l’aspetto del nostro sguardo. I risultati possono essere davvero fantastici, ma anche i costi non sono trascurabili perché comunque dobbiamo considerare che ogni 2-3 settimane si dovranno ritoccare le ciglia per rimpiazzare quelle che naturalmente perderemo. Fondamentalmente si può scegliere tra due diverse tecniche di applicazione:

- Allungamento delle ciglia: si applica una extension su ogni singolo ciglio con la colla cosmetica. L’operazione viene fatta a occhi chiusi: si usa un patch per dividere le ciglia superiori da quelle inferiori (che non vengono toccate), poi con una pinza si procede con l’applicazione. Il risultato sono ciglia lunghe e curve, con un effetto ventaglio molto più marcato di quello creato dal mascara, che si sconsiglia di utilizzare (anche perché diventa inutile).

- Infoltimento delle ciglia: il modo di applicazione è lo stesso, cambia solo il fatto che invece di attaccare un solo extension, viene applicato un ventaglio di ciglia su ogni singolo ciglio, con un effetto extra voluminoso.

E6D54B80-CAA8-401E-BAD5-AE280A416726 La prima seduta costerà da un minimo di 150 euro a un massimo di 300 euro e per i ritocchi dipenderà da quanto tempo lasceremo passare. Indicativamente un ritocco dopo 2 settimane costa mediamente 50 euro, ma molto dipende dal centro presso cui verrà effettuato il trattamento, che è sconsigliato se le nostre ciglia non sono perfettamente sane. Ciglia finte: l’ideale per chi non vuole soluzioni a lungo termine!

Se l’idea di sottoporti all’applicazione di extension ciglia che poi debbano essere costantemente curate e rinfoltite non ti esalta, ci sono sempre le vecchie e care ciglia finte. Applicare le ciglia finte però non sempre è facile e ci vuole pazienza, precisione e una buona manualità. Ma niente è impossibile! E ottenerlo in poche mosse oggi è ancora più semplice di quanto crediate,non ci resta che imparare ad applicare le ciglia finte. È molto semplice perché bastano davvero pochi strumenti e la scelta delle ciglia giuste,grazie a queste ciglia finte il nostro sguardo sarà più seducente e profondo. Si possono scegliere quelle a striscia(più semplici da utilizzare perché si applicano in pochissimi minuti) oppure quelle a ciuffetto (che donano allo sguardo un aspetto molto naturale ma sono più difficili da mettere e quindi non adatte a chi è alle prime armi). Oltre queste,sono presenti infiniti modelli, dalle più sobrie, folte e chic a quelle gioiello con piccoli strass o perfino tigrate, dorate e colorate.

1.Photo credit Pinterest by Che Donna

2. Photo credit Pinterest by xtremelashes.it

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La Milanese Imbellita non passa ore in bagno a truccarsi ma sa che la bellezza naturale richiede un po’ di tempo comunque. Il suo obiettivo, prima di uscire, è avere una pelle luminosa e sfoggiare un look acqua e sapone ad arte. La sera, per l’aperitivo, scatta il momento di un rossetto rosso sulle labbra. Vuoi scoprire tutti i segreti per trasformarti in una milanese doc come lei? La Milanese Imbellita ti aspetta lunedì 26 febbraio, dalle ore 15, presso il Beauty Store Sephora in Corso Vittorio Emanuele 24/28 a Milano. Qui incontrerai le autrici, scoprirai tutti i beauty tips e potrai provare il suo look, che ti eleverà a icona di stile. Ma non finisce qui. Ad attenderti ci saranno infatti tante altre sorprese! Perché di lunedì? #MondayisthenewFriday

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Foto di Luca Babini

Foto di Luca Babini

Questa intervista è un ballo senza musica. Anche se nella testa di Silvio Muccino risuonano le note struggenti di Alive dei Pearl Jam. Lui, 35 anni, conduce ma lascia condurre, come solo pochi cavalieri moderni o “uomini analogici” – per dirla a modo suo – sanno fare. Per i giri di danza mi aspetta sotto la pioggia fuori da un bistrot milanese. Occhi che sorridono, look shabby rock e gesti galanti: con la naturalezza dell’abitudine apre porte e portiere, porge il braccio e l’ombrello, aiuta a sfilare e a indossare il cappotto. Davanti a un’insalata di carciofi con la bottarga e a un bicchiere di Franciacorta, soltanto uno per l’intera cena perché «con due straparlo», confessa una paura e al contempo mostra una certa urgenza. La paura di essere troppo limpido e, può sembrare un ossimoro, l’urgenza di raccontarsi, tipica di chi ha qualcosa di cui va molto fiero. Quel qualcosa è il suo primo romanzo da solista: l’intenso e coraggioso Quando eravamo eroi (La nave di Teseo), nelle librerie dall’8 marzo. Così si pone subito la questione del job title: attore, regista con il sigillo del David (di Donatello) Giovani, sceneggiatore, 
coautore (Parlami d’amore e Rivoluzione n.9 sono stati scritti a quattro mani con Carla Vangelista) e adesso romanziere. Vada per artista? «Fa cool, ma preferisco storyteller. Sono un cantastorie: ascoltami, che ora te ne narro una». E Silvio Muccino diventa un vulcano di parole, nemmeno scorresse lava nel suo sangue; con un fuoco d’artificio nel cuore dichiara: «Dedicarmi totalmente alla letteratura è stato come scoprire l’isola del tesoro». Quando l’hai scoperta? «Sto dentro uno schermo gigante dall’adolescenza, da Come te nessuno mai. Ho conosciuto il meglio del mondo del cinema e, a seguire, il peggio. Ho visto la mia vita non essere più mia. Ho sopportato il gossip spinto e i detrattori sadici. A un certo punto, circa dieci anni fa, ho cominciato a rendermi conto che il gioco non valeva la candela. E ho scalato la marcia. Cestinavo i copioni in cui non mi riconoscevo: “Sei un attore, che ti frega di riconoscerti!”, mi pungolavano. “E invece mi frega”. Poi, all’orizzonte si sono profilati problemi talmente grandi (la rottura con il fratello Gabriele e la famiglia, ndr) che fare film ha perso ulteriore importanza. Quei problemi mi divoravano. Sono arrivato a sentirmi un sacco vuoto, senza nulla da dire e da raccontare, nemmeno dietro la macchina da presa. Infatti, tre regie dal 2008 a oggi sono niente. Nel frattempo, ho lasciato Roma per rifugiarmi nella campagna umbra: è stata la prima mossa giusta per rimettermi in asse. Quel posto, tra lupi e cinghiali, mi ha miracolosamente portato a scrivere un libro: 350 pagine in nove mesi». Quando eravamo eroi, appunto. «Eh no, un altro romanzo». Spiega. «Avevo nel cassetto un’idea per una serie televisiva. Avrei potuto sedermi a un tavolo con una decina di sceneggiatori e tirarne fuori una storia. Non l’ho fatto. Me la sono tenuta per me. Ed è nato il mio primo vero assolo, La 
disobbedienza: sofferto e tosto, affronta il tema del senso di colpa. Uscirà più in là, sempre con La nave di Teseo. Giuro che nulla mi ha mai reso tanto felice».Allora, hai cavalcato l’onda e attaccato subito con il secondo libro? Allora, hai cavalcato l’onda e attaccato subito con il secondo libro? >>> L’INTERVISTA COMPLETA È A PAG. 165 DI GLAMOUR MARZO

La copertina del libro di Silvio Muccino

La copertina del libro di Silvio Muccino “Quando eravamo eroi”. In libreria dall’8 marzo

 

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La borsa: vero e proprio oggetto del desiderio femminile, simbolo di stile e dettaglio protagonista dei look più belli. Per voi venti modelli imperdibili di griffe celebri e brand emergenti, tutti a prezzi contenuti.

 

 

 

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foto Giovanni Gastel

foto Giovanni Gastel

Sì, Leticia Herrera ha davvero 50 anni, 51 per l’esattezza. L’abbiamo controllato sulla sua carta d’identità perché anche noi eravamo increduli. E, certo, nel suo caso Madre Natura ha giocato un ruolo fondamentale, regalandole tutto quello che una donna può desiderare: pelle di pesca, corpo sottile, lineamenti perfetti, metabolismo veloce (e molto altro, il resto a p. 147 di Glamour di marzo). Lei, però, non si è adagiata sugli allori. Ha sempre evitato fumo, alcol, notti brave e cibo spazzatura. Non solo: ha messo a punto un’articolata (e gustosa!)  beauty routine che osserva ogni giorno. E che ora ha deciso di condividere con voi. Pronte?

ice cubes

1) «Da che ho memoria, la sera preparo alcuni ghiaccioli con succo di melagrana, camomilla o cetriolo e, al mattino, massaggio il viso con 3-4 cubetti finché non si sciolgono. Aiuta a chiudere i pori, ridurre le infiammazioni e profumare la pelle».

foto Getty Images

foto Getty Images

2) «Dopodiché, taglio una patata e mi passo le fette sulle guance: non c’è anti-macchia più efficace».

beauty routine

3) «A questo punto, parto con i prodotti. Nell’ordine: detergente, tonico, crema a base di acido ialuronico e vitamina C».

micro-needling

4) «Bando a lifting, filler e botox, che alterano i lineamenti. Molto meglio affidarsi a piccoli rimedi non invasivi come il micro-needling, che ricostruisce il collagene e aiuta a mantenere tonica la pelle».

sunscrean

5) «Infine, ciò che non può mai mancare nel vostro beauty case è la protezione solare. Io la metto anche d’inverno».

Per sapere tutto su Leticia, andate a p. 147 di Glamour di marzo.

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“It’s quite graphic,” said Karl Lagerfeld, taking out his pencil to draw a butterfly-wing lapel to explain the shoulder details in the Fendi show.

By the time the models in their tailored, or occasionally whimsical, clothes had walked past walls decorated with a grid of lines, Silvia Venturini Fendi was also emphasising the sharp side of the Autumn/Winter 2018 collection.

“Strong women, soft power; strong boots, bags, strong everything,” she said. The role of women today has been discussed in so many aspects of life, including clothing. But far from being an aggressive statement, this show captured a balance between hard and gentle in a Fendi collection that was mad about the logo, but graceful in its application.

An ‘F’ is of course the perfect shape to create rigid patterns. And even if the Fendi family was the first to make something of it, sports giant Fila’s iconic logo, designed by artist Hey Reilly, was appropriated and submerged with Fendi’s and will be used for both women’s and men’s collections.

Whatever the origin, the ‘F’ appeared everywhere, from earrings (the lettering inside a metallic circle), to the distinct grid pattern, to, of course, bags. This season, these had the traditional all-over pattern or a metallic ‘F’ corner frame as a hinge at the side.

“F” for fur came into Fendi’s fashion, too, for bags or for a coat that had Prince-of-Wales check sleeves, while the bodyhad a wine-red furry surface.

The skill of this dual Karl/Silvia curatorship, is the balance of one idea against another. It started with the box shoulders – more straight lines – and the logos, but both were used graphically as soft power. That meant that the ‘F’ might be embroidered on a prim white collar that was another of Karl’s ideas, as was the elegance of an old-fashioned lady’s handkerchief – of the kind which, before the days of Tinder and Bumble, was dropped deliberately in front of a dashing male.

The designer went a step forward and first tied the handkerchief like a baby’s bib at the neck; or elongated the material into a white cotton dress. For a winter collection? In a globalised world, designers have long since given up the strict rules of clothes suitable to a certain season.

Why did this collection seem so well-balanced, calm and desirable? Because everything worked easily with the Prince-of-Wales check fabric, Fila introduced an element of sport, and because it all fitted so well together. Just as grids are supposed to do.

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Ferretti retreats from the red carpet

Artist Lorenzo Quinn’s vast silver sculpture, with its muscly female body, loomed over Alberta Ferretti’s runway. It looked like an awards trophy, highlighting the success on the red carpet of a designer best known for delicate and ethereal dresses.

Hello body-conscious woman! What is Alberta Ferretti about to reveal???

Suzy Menkes (@suzymenkesvogue) on Feb 21, 2018 at 3:18pm PST

But everything in Ferretti’s focus seems to have changed over the past two seasons. Perhaps anticipating the disruption at the awards ceremonies these days, Ferretti’s woman has turned from relishing her femininity to something much tougher. And for Autumn/Winter 2018, the designer went back to the break-the-glass-ceiling 1980s.

The show opened with bold designs that evoked the era and that Yves Saint Laurent hat that has already appeared this season at Marc Jacobs’ show in New York. It was back to roomy clothes, a big silhouette and that womanly, square-the-chin aggression. The uniform included a big – very big – black leather cloak of a coat, model of the moment Gigi Hadid with a wide-shouldered sweater and metallic bottom half; or brash silver-textured denim streetwear.

The revivals were meticulously executed – there was even the bosom-revealing sheer top of the early YSL career. And Ferretti’s visionary understanding of changing times was proved by her changing approach to evening glamour. It was mostly black and silver, with a hard edge, whether it was presented as a long dress with metallic rivulets pouring down the body; or tough-guy silver dresses with matching boots. “Through my designs, I wanted to highlight character affirmation,” Alberta declared. “I imagined a confident and assertive woman. I decided to include my friend Lorenzo Quinn’s sculpture, ‘Gravity’ – a masterpiece that places the woman at the centre of the Universe, which for me, is a metaphor of reality.”

Ferretti’s signature hyper-delicate layers of chiffon had been blown away by the wind of change following the #MeToo movement. Yet the irony is that Ferretti’s fairy-like dresses were never vulgar or blatantly sexy. They were sweet and gentle. But in this turbulent era of re-instating women’s rights, maybe that bold, shiny metallic statue is an image closer to female hearts.

Moschino, Jeremy and Jackie

It was the pillbox hat that did it. As the models at Moschino reached an arch at the centre of a super-long runway, there was only one possible explanation. The neat suits in bright colours topped by round, back-of-the-head hats could only be a pastiche of the style of Jacqueline Kennedy, First Lady of America in the early Sixties.

Since Jeremy Scott has taken over as Creative Director of Moschino, his LA followers of his own label have been replicated by scores of young enthusiasts fighting to get into the Milan shows or forming a fervent fan group outside.

This time, there were no street scuffles. And if the fans were there, they must have been hidden in part of the huge, empty hangar. The effect was eerily polite, as if in deference to a legendary figure, even if she occasionally had a green face, like an alien.

By the time the models, with their Jackie O flick-up hair-dos, were given the Jeremy effect of dresses with blown-up Roy Lichtenstein-style images and words stamped across the front, the message was hyper-obvious. Behind the pastiche, Jeremy was referencing Area 51, and the idea that aliens are among us, eerily perfect. He captured something in the atmosphere with these aggressive comic-strip and cereal-box graphics under plain coats, as though containing – just – the chaos trapped inside. There was another layer to this collection of shapely tailored suits. It was very Franco Moschino – referring to the origin the founding designer’s vision in the 1980s. Jeremy made that original look come to life again, adding his 21st-century version of wit and wisdom, proving what a hit choice he was to reinvigorate the Moschino brand.

L'articolo #SuzyMFW: Alberta Ferretti and Moschino Go Back to the Future sembra essere il primo su Vogue.it.



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Dopo Londra si vola a Milano. Fino al 26 febbraio i riflettori saranno puntanti sulla Milano Fashion Week che presenterà le  Collezioni Autunno Inverno 2018 2019 agli addetti ai lavori, per la gioia di tutti i fashionisti del globo. Vogue.it ha selezionato per voi i look più belli, quelli che vi faranno innamorare e che presto vedremo addosso a star e influencer, sui red carpet più prestigiosi del mondo. Quelli che conquisteranno le cover e gli editoriali dei magazine cult e che faranno moda, tendenza, cambiando il corso della storia della moda.

Guardate la gallery dedicata alle creazioni imperdibili della Settimana della Moda milanese.

 

L'articolo Milano Fashion Week: i best look dell’Autunno Inverno 2018 2019 sembra essere il primo su Vogue.it.



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The Royal Academy of Art in The Hague has launched a new Master’s programme: Photography & Society designed for socially-engaged photographers. The master will start next September and applications are now open (the deadline is May 1 2018). Read the Q&A with award-winning photographer Donald Weber, one of the master’s teachers, to discover more about the the two-year programme.

• Photography & Society is a brand new master focused on the use of photography as a means to take part in global debate. What is its specificity? 

Our world is one of cultural and economic extremes, both real and virtual, material and symbolic, sensate and mediated. Photography & Society uses photography as an essential means to continually make sense of our presence while adjusting one’s place in relation to others. We consider the historical importance of shifts in the “meaning of function and the cultural status of photographic representation,” to quote Allan Sekula.  We consider, not just as educators but as artists and photographers who participate within society, the altered role and agency of the image. In and against the grip of advanced capitalism, it is now necessary more than ever to seek contextual awareness not just in how people take images, or make photographs, but what society does with images. How do images mediate perception through technological advancement? How does this role affect or enable different modes of engagement and visuality? It is critical we begin to see beyond the techno-fetish “MacGuffin,” (See Alfred Hitchcock, a master of the MacGuffin. According to the Merriam-Webster dictionary: an object, event, or character in a film or story that serves to set and keep the plot in motion despite usually lacking intrinsic importance) and instead seek the transformations of our viewing behaviours rather than image-making itself. Photography & Society uses photography as a means to reveal critical issues that are shaping our modern world.

• Why is it important to enable photographers and visual researchers to mediate the relationship between image and society?

We are seduced by the shape of images, and neglect the socio-political role photographs offer us as an actor in the medium itself. Otherwise, we just continue to make mannerist pictures, which is why I am somewhat disillusioned by photojournalism: it is a mannerist endeavor concerned with the form itself, a consciously theatrical event. Secondly, what we have always done terribly as photographers, is neglect to acknowledge the terribly entangled nature of photography within the nexus of climate change, terrorism, invisible market forces, late capitalism, corporate malfeasance and other formative processes affecting the production of images. These dizzying advances are intertwined with cultural and economic extremes. What we hope to accomplish with the Master is to at least start the process of understanding the relationship of photography within what Nicholas Mirzoeff calls the “Antropocene-aesthetic-capitalist complex of modern visuality.”

• How is the program structured?

A two-year program, Photography & Society is transdisciplinary by nature, structured to reflect our strength in collaboration, research, and impact. It offers studio-like environments which are also the core photographic spaces for photographic output. In the first semester of the first year, students work on two major projects for 8 weeks (one focused on ‘society’ and the other on ‘photography’) while in the second semester, students work on a project across the entire semester for 16 weeks, where a field trip abroad for 10 days also occurs. In addition, there is an ongoing series of shorter, intense bursts of workshops and seminars, both research focussed and practice based. These will be lead by invited practitioners. Lastly, we have what we call ‘roundtables,’ which are opportunities to explore technical and philosophical experiments throughout the two study years which follow up on issues raised in frequent collaborative encounters. A key element is our relationship with Leiden University, where we create links between students and faculty by embedding their academic research approach into our program. For 20% of their credits, students will participate in Leiden University courses, electives and programs specially designed for Photography & Society by Leiden faculty.

• Who are the teachers? 

The core teachers are myself, Broomberg & Chanarin, Lotte Sprengers and Rob Hornstra (who are also heads of the Photography Dept.) We will be adding a few teachers to the core program in the near future. As part of the structure of the program, we will be able to invite international guests from anywhere for a lecture to a workshop over the course of a week or two, to a more developed program expanding semester-long projects. We are seeking ways to match program with faculty who have a particular point of view that reflects the students’ own research interests, which make the program nimble and able to respond to demands and trends in the photography world, but also to student needs.

• What are the job opportunities?

Our graduates’ strength will lie, on the one hand, in their capacity to understand complex social themes and determine their own position within these and, on the other hand, to bring ownership and find effective photographic forms to convey these themes to the understanding of a wider audience. We see our graduates entering multiple fields, such as autonomous art practitioners, documentarians, visual researchers, curators, and activists, all creating work that is visually exciting and intellectually compelling, ready for work in any sector where photography and society intersect. A graduate may hold a job at an organization such as Greenpeace, able to illuminate into a practical and visual form complex, critical issues relevant to society such as the political, social, and cultural implications of climate change. Through research and collaboration with specialists and experts, our graduate will provide visual knowledge to help an audience engage with issues that directly affect their lives.

• Who is the ideal candidate for the master?

Students of Photography & Society should harbour the desire to research and experiment, to question what they do and why, to be open to unexpected input and interested in innovations in their fields of interest. As researchers, they should be both independent and collaborative and set on creating impact. Furthermore, they should have a sound understanding of not only their existing professional skills, but also the qualifications and skills that they are capable of developing further. We strive for a diverse group of students with a broad range of backgrounds and experience. This supports our goal to have a wide input of points of view and insights. We expect students display ample evidence of a confidence and ability to benefit from and contribute to the learning environment at postgraduate level.

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Nous Etudions, Chain, Bybrown, Olderbrother, Gozel Green, Unravelau e Tiziano Guardini: sono loro i protagonisti quest’anno di The Next Green Talents, lo scouting di Vogue Italia e Yoox ispirato alla sostenibilità che va in scena con uno special event a Palazzo Morando il 22 febbraio, durante la fashion week milanese (dal 23 al 24 la mostra sarà aperta al pubblico). Ma oltre a presentarci le loro collezioni “sustainable“, i giovani designer hanno disegnato per l’occasione anche 7 T-shirt ispirata ai temi del green, che saranno in vendita su Yoox dal 22 febbraio. Vediamole una per una.

Tiziano Guardini ne ha disegnata una in cotone riciclato con il suo motto Earth needs Heart. Melanie Brown, la designer di Bybrown, invece l’ha realizzata in collaborazione con l’artista Marnix Postma con lo statement Respect beyond Rain che si riferisce alla pioggia, l’ispirazione del brand. Romina Cardillo di Nous Etudions ha usato pima cotton, cioè di altissima qualità, e cotone di bamboo per una T-shirt rosa shocking con la scritta Nous aimons (davanti) Jusq’à la lune (sul retro). Work together for a better place è invece la frase che Lucía Chain, argentina, fondatrice del brand Chain, ha scritto sulla sua maglietta di cottone crudo. Si chiama The Instagram Tee quella in denim riciclato di Laura Meijering del brand olandese Unravelau con il motto #Reuse. Post more sustainable news. Bobby Bonaparte and Max Kingery di Older Brother, invece, ci propongono una riflessione: così come siamo molto attenti a ciò che ingeriamo, dobbiamo guardarci anche da ciò che indossiamo. Così la loro T-shirt recita: Nearly edible. E infine c’è Gozel Green il brand di Sylvia e Olivia Enekwe: lo statement delle due sorelle nigeriane è We live on earth as much as we live in our clothes

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In occasione della Settimana della Moda a Milano insieme alle sfilate arrivano anche i party più esclusivi e cool d. Alla Milan Fashion Week, fino al 26 settembre, i brand organizzano eventi, cocktail e private dinner riservatissimi per celebrare le Collezioni Autunno Inverno 2018/19 con la partecipazione di attrici, it girl e star da tutto il mondo.

Per celebrare l’ultimo film di Luca Guadagnino, Chiamami col tuo nome, nominato quest’anno a quattro premi Oscar, Federico Marchetti, fondatore di YOOX e amministratore delegato di YOOX NET-A-PORTER GROUP, ha organizzato un dinner party il 21 febbraio presso Villa Mozart, celebre villa milanese degli anni Trenta, disegnata da Piero Portaluppi, e ora sede dell’atelier privato del gioielliere Giampiero Bodino.

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Si è tenuta mercoledì 21 febbraio, presso la Sala Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, l’inaugurazione della mostra “ITALIANA. L’Italia vista dalla moda 1971 – 2001”. All’evento ha partecipato il gotha della moda Made in Italy: da Miuccia Prada a Giorgio Armani, passando per Donatella Versace, Pierpaolo Piccioli, Remo Ruffini, Renzo Rosso, Alberta Ferretti e Anna Wintour.

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Mercoledì 21 febbraio, in occasione della Settimana della Moda di Milano, MISS SIXTY ha festeggiato il lancio della capsule collection realizzata in collaborazione con la stylist e fashion influencer americana Elizabeth Sulcer. Tra gli ospiti anche Jasmine Sanders, Jordan Barrett e Lara Stone.

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Sarah Jessica Parker non sbaglia (quasi) mai un colpo. Soprattutto se si tratta di moda, ovvio. Infatti riappare in tutto il suo fulgore fashionista e lancia una collezione in edizione limitata per Gap, una capsule di abbigliamento e accessori per bambini e ragazzi che troverete nei negozi dal 1° marzo.

«Lavorare con Gap è stato un vero onore come madre e come figlia di otto fratelli», ha dichiarato l’attrice di 52 anni. «Spero che i pezzi siano apprezzati dai bambini che li indossano, che gli oggetti siano tramandati dalle generazioni e che vengano creati grandi ricordi mentre li indossano».

Non si è solo ispirata ai vestiti che amano di più i suoi tre figli, le gemelle di 8 anni, Tabitha e Loretta, e il figlio di 15, James Wilkie, ma ha pescato soprattutto nei ricordi di famiglia, ripensando ai vestitini a quadretti vichy che amava, a quelli con le maniche a palloncino, alle rose e ai coniglietti adorati: «Sono una mamma e, tutti i giorni, devo convincere tre bambini a varcare la soglia di casa vestiti per benino. Ringraziando il cielo ho sette fratelli e so esattamente come faceva mia madre».

Tra l’altro, la protagonista di Sex and the City, produttore esecutivo di Divorce (alla seconda stagione) e AD di SJP di Sarah Jessica Parker, il suo brand di scarpe iconiche, ha vissuto un’infanzia di ristrettezze economiche come ha più volte ricordato. «Abbiamo sempre indossato vestiti di seconda mano che ci passavamo di sorella in sorella e vicini di casa. Abbiamo perfino conservato quelli a cui tenevamo di più e le mie figlie usano ancora i miei vestitini. I loro sono stati a loro volta regalati a baby sitter e amici appena sono diventati genitori». È anche per questo che ogni pezzo della collezione reca un’etichetta con su scritto “property of”: in famiglia si indicava il nome del primo proprietario di una maglietta o di un paio di pantaloni. Per contare il numero di passaggi.

Celebra quindi l’amore, la fortuna e la magia questa incredibile collezione animata da una moltitudine di conigli disegnati e ricamati su cardigan, giacche e t-shirt, moltiplicati su borse e anche uno zaino con le orecchie e le scarpette da ginnastica. Questo perché i Parker, ogni primo giorno del mese e da sempre, usano l’espressione «Rabbit, rabbit», cioè “coniglio, coniglio”, per augurare buona fortuna.

Sì, insomma, i coniglietti pasquali portano assai bene, nella casa newyorchese di Sarah. Quindi, in bocca al lupo: ne abbiamo tutti sempre un po’ bisogno, no?

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Trendsetter internazionale ed editor-at-large di Vogue Giappone, Anna Dello Russo prende posizione contro le pellicce. Donerà infatti a PETA, il gruppo a favore dei diritti degli animali, i capi in pelliccia destinati all’asta dei suo guardaroba da Christie’s.

La straordinaria asta d’archivio in programma per il 24 febbraio durante la Settimana della Moda di Milano vedrà 30 look – accessori inclusi – collezionati da Dello Russo negli scorsi trent’anni, battuti all’asta a favore della Swarovski Foundation Scholarship Program che offre borse di studio a giovani di talento della Central Saint Martins. Tre capi in pelliccia originariamente inclusi in catalogo – una stola firmata Miu Miu, una giacca con dettagli preziosi di Antonio Berardi e un capo Dolce & Gabbana in pelliccia di ermellino e maglia metallizzata – sono stati ritirati dall’asta per essere donati al programma di charity gestito da PETA.

Quando l’asta fu annunciata lo scorso gennaio, PETA scrisse ad Anna Dello Russo pregandola di escludere i capi in pelliccia. La selezione di capi per l’asta era già stata decisa, ma Anna decise comunque di donare le pellicce al gruppo animalista PETA.  “La sua decisione è un segno dei tempi,” ha dichiarato a Vogue la Direttrice di PETA Elisa Allen “e siamo davvero felici che Anna stia promuovendo questo cambiamento”. Il gruppo per la protezione dei diritti degli animali utilizzerà i capi donati per eventi e incontri educativi che mirano a mettere in luce il dramma degli animali da pelliccia, oppure li trasformerà in cucce per gli animali che vivono nei rifugi.

“La comunità della moda sta gradualmente prendendo le distanze dalla pelliccia. Io ho deciso di fare lo stesso”, ha affermatola Anna, riferendosi a griffe come Gucci, Armani e Michael Kors, che di recente hanno optato per una politica aziendale che vieta l’uso delle pellicce. “Quest’asta ha lo scopo di tramandare la mia eredità alla prossima generazione e, da amante degli animali, non mi sento più a mio agio a passare ad altri capi in pelliccia.”

Il catalogo dei capi da battere all’asta è un vero tesori di leggendari look da passerella tra cui l’abito a cuore firmato Hedi Slimane per la collezione autunno/inverno 2016 di Saint Laurent, e anche mise di Nicolas Ghesquière per Balenciaga, di Raf Simons per Jil Sander, Tom Ford per Gucci, Riccardo Tisci per Givenchy e un tailleur del 1988 di Giorgio Armani che Anna Dello Russo aveva indossato per il matrimonio della sorella. I prezzi partiranno da 50 euro, ma ci si aspetta che cresceranno in fretta e ben oltre quella cifra. Altri 150 capi del guardaroba privato di Anna – nessuno dei quali in pelliccia – saranno successivamente messi in vendita su Net-A-Porter, accanto ad un nuovo volume che documenta gli oggetti che riassumono e simboleggiano il suo percorso nella moda: AdR Book: Beyond Fashion, questo il titolo, è pubblicato da Phaidon sotto la guida creativa di Luca Stoppini.

“Il  mondo della moda segue Anna ovunque lei vada,” commenta Allen. “Siamo certi che questa sua scelta coscienziosa sarà di ispirazione per altri che, seguendo il suo esempio, decideranno di liberarsi dei loro capi in pelliccia donandoli a  PETA. Noi ne faremo buon uso grazie al nostro programma di donazioni.”

By Sam Rogers

L'articolo Anna Dello Russo ritira le pellicce dall’asta di Christie’s sembra essere il primo su Vogue.it.



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