RADIO ON
.

Notizie Parrucchieri e Bellezza

14 June, 2021

Notizie e novità dal Mondo della Bellezza
Information and news from the World of Beauty
Informationen und Neuigkeiten aus der Welt der Schönheit
Information et nouvelles du monde de la Beauté
Información y noticias del mundo de la belleza
信息和新闻从美的世界
Информация и новости из мира красоты
المعلومات والأخبار من عالم الجمال


BEAUTY NEWS

of the day


Luca Argentero e Cristina Marino sono partiti per il viaggio di nozze dopo essersi sposati lo scorso weekend e ora si stanno godendo delle romantiche giornate in costiera amalfitana. Ad attirare le attenzioni dei fan sono soprattutto i look dell'attrice, che dopo il matrimonio continua a vestirsi di bianco in pieno stile sposina.Continua a leggere

Continua a leggere

Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni Acconciature da sposa: idee e ispirazioni

Ha colto un po’ tutti di sorpresa Ariana Grande quando, poche settimane fa, ha detto al suo Dalton Gomez. Sebbene le nozze fossero nell’aria la coppia non aveva rivelato troppi dettagli sulla data ufficiale. E così, la cantante, solo a cose fatte, ha regalato ai follower alcuni scatti di quel giorno.

Lato capelli, l’artista ha deciso di archiviare la sua iconica ponytail optando invece per un semi-raccolto romantico, sul quale, l’hairstylist Josh Liu, ha appuntato l’etereo velo.

Essenziale, pulita, con punte rivolte verso l’alto, l’acconciatura da sposa di Ariana sembra seguire a pieno titolo il filone delle ultime tendenze bridal. Tendenze che sembrano accantonare acconciature e raccolti troppo elaborati e costruiti per far spazio a proposte più rilassate, destrutturate, riflesso di un ritrovato stile neo-romantico, classico e a tratti boho.

Un po’ come l’hairlook di Cristina Marino, freschissima di nozze. Per il suo a Luca Argentero, pronunciato lo scorso 5 giugno, ha scelto un’acconciatura morbida, iper romantica e dal piglio boho-chic impreziosita da candidi fiori appuntati tra gli intrecci. Il look ideale per una festa da favola nel bosco, proprio come ha scritto lei su Instagram.

Sulla stessa scia bucolica, poche settimane prima, anche Giorgia Palmas. L’ex velina ha detto sì a Filippo Magnini nel mese di maggio con un semi-raccolto boho-chic, movimentato da soffici onde e impreziosito da delicati fiori bianchi.

Bucolica anche Carrie Symonds, che proprio pochi giorni fa ha giurato amore eterno al premier britannico Boris Johnson sfoggiando una chioma sciolta, addolcita da onde sinuose, e completata da una coroncina di fiori bianchi.

Ma se onde naturali, chiome libere da costrizioni e raccolti morbidi si posizionano in cima alla lista delle preferenze, lo chignon rimane fedele must have. Anche nella sua versione più miminal, come quella di Lauren Dear che ha sposato il suo Alexander Ludwig lo scorso gennaio.

Per tutte le future spose in procinto di dire , ecco una carrellata di ispirazioni dalle star, saloni e passerelle.

LEGGI ANCHECapelli lunghi: consigli e rimedi per averli sani e luminosi

LEGGI ANCHEKate con capelli lisci e punte «flipped out», come replicare il look



Continua a leggere

Kate Winslet, Global Ambassador L'Oréal ParisAdut Adeck, Global Ambassador Estéè LauderMelissa Barrera, Global Ambassador CliniqueMatilda De Angelis, protagonista campagna digital EspressOHNidhi Sunil, International Ambassador L'Oréal ParisIrina Shayk, protagonista campagna TV Augustinus BaderAdwoa Aboah, Global Activist Rimmel LondonAnna Maria Negri, Brand Ambassador Byredo Make-upWinnie Harlow, Global Ambassador Paul MitchellVanessa Incontrada, volto di Florena Fermented Skincare

Non chiamatele più solo testimonial. I nuovi volti dei beauty brand sono donne che fanno dell’inclusività una conditio sine qua non della bellezza, per troppo decenni esclusiva, mortificante, assolutamente sbagliata, deviante. L’industria cosmetica però ha nel suo Dna la capacità di trasformarsi e rimanere al passo con i nuovi valori positivi. Per questo sceglie di farsi rappresentare da donne attiviste impegnate a divulgare messaggi femministi, umanitari, di diversità e accettazione. Esempi virtuosi a cui guardare per un futuro decisamente migliore.

KATE WINSLET E NIDHI SUNIL Tra le ultime ad essere assoldata tra le file del team L’Oréal Paris come Global Ambassador del marchio, Kate Winslet da sempre in prima fila per sottolineare l’importanza di accettarsi per come si è e portavoce dell’autostima costruttiva. Impegnata a difendersi dagli attacchi riguardo il suo peso dai tempi di Titanic, l’attrice britannica è riuscita nel tempo a non soccombere e a farsi valere, come recita il celebre claim L’Oréal. Tra le ultime battaglie quella di essersi opposta al regista della serie Mare of Easttown che voleva ritoccare la sua pancia in alcune scene e «ripulire» dalle rughe il viso nel poster. «Ho dovuto impegnarmi a fondo per arrivare a non scusarmi per quella che sono e accettare i miei difetti. È un onore entrare nella famiglia delle Ambasciatrici L’Oréal Paris e affermare che serve coraggio e forza per credere che noi valiamo», ha dichiarato la diva britannica.

Per comunicare la mission del brand si è aggiunta di recente anche Nidhi Sunil, modella, attrice e attivista, tra le più influenti giovani celebrities indiane. Colpisce di lei, non solo la sua grande bellezza, ma soprattutto la sua forza e i suoi valori. Membro attivo della ONG Invisibile Girl Project, si avvale della sua instancabile determinazione per accrescere la consapevolezza della lotta contro il razzismo di colore e il femminicidio: «Per me la bellezza sta nella piena potenza della propria appartenenza al mondo. Ognuna delle nostre storie merita di essere ascoltata. Il nostro valore è il nostro diritto di nascita», dichiara.

MELISSA BARRERA Ad affiancare Emilia Clarke, già volto di Clinique, in qualità di Global Ambassador sarà a partire dall’autunno l’attrice e cantante messicana, protagonista del film in uscita In the Heights. Melissa Barrera, da sempre fieramente latina: «Sono orgogliosa di far parte di un brand guidato principalmente da donne. Sono anche profondamente onorata  di essere la prima latina a rappresentare il marchio a livello globale. La nostra cultura è così multidimensionale che un volto non potrebbe mai esserne rappresentativo dell’intera ampiezza di bellezza, ma sono entusiasta di aggiungere la mia voce a questa conversazione – sia in spagnolo che in inglese», ha sottolineato Melissa.

ADUT ADECK La modella sud sudanese-australiana Adut Akech, tra le stelle più luminose del fashion system, è invece  la nuova Global Brand Ambassador di Estée Lauder. La modella, che di recente ha iniziato a lavorare con l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati per promuoverne le cause a sostegno in tutto il mondo (lei stessa ha trascorso i suoi primi giorni di vita da rifugiata), sarà protagonista nelle campagne di makeup e skincare da luglio: «Estée Lauder ha un’eredità così straordinaria e la storia di Mrs. Estée Lauder continua a essere fonte di ispirazione per le donne di tutto il mondo. Come lei, spero di ispirare le ragazze a non smettere mai di inseguire i propri sogni».

IRINA SHAYK Altra top model protagonista questa volta della prima campagna tv di Augustinus Bader, marchio skincare amatissimo dalle celeb di  Hollywood, è Irina Shayk, che si fa portavoce del nuovo concetto di bellezza olistica. «L’ingaggio di Irina come ambassador è avvenuto in maniera organica: Irina trasmette naturalmente la nostra filosofia di ‘bellezza dall’interno verso l’esterno’, è stata una fan e una sostenitrice del brand sin dal nostro lancio sul mercato nel 2018 e utilizza quotidianamente Augustinus Bader per la sua beauty routine», afferma Charles Rosier, CEO di Augustinus Bader.

WINNIE HARLOW Modella e attivista, nota per la vitiligine che ha trasformato in un punto di forza, Winnie Harlow è la prima Global Ambassador della storia per il brand haircare Paul Mitchell: «La collaborazione con un marchio iconico come Paul Mitchell è nel mio cuore, poiché mia madre era una parrucchiera. Mi è sempre piaciuto vederla trasformare i capelli di una cliente, stamparle un sorriso sul viso e far sentire le donne felici e pronte a governare il mondo».

ANNA MARIA NEGRI Arriva a giugno in Italia la linea make-up del brand Byredo Make-up che ha scelto come volto rappresentativo Anna Maria Negri, unconventional make-up artist, amatissima dalle principali riviste e dai maggiori fotografi,  famosa per la sua vena artistica non convenzionale e per i suoi unici e straordinari lavori. La creativa condivide con il marchio la visione artistica e la filosofia del make-up personale: «Se tutti noi ci truccassimo allo stesso modo, avremmo tutti lo stesso volto. E questo non mi piace. Mi piace vedere la diversità, vedere diverse interpretazioni della stessa cosa».

ADWOA ABLOAH

La top model di fama internazionale, sostenitrice del movimento per la salute mentale, sarà il volto delle più importanti campagne beauty e dei lanci dei nuovi prodotti dI Rimmel London per (almeno) tutto il 2021. Attivista global del brand, incarna una bellezza powerfull e fuori dagli schemi.«Adwoa incarna una forte percezione di sé, una crescita personale e una capacità di abbattere le barriere per stimolare la conversazione, e questo si sposa perfettamente con l’ambizione di Rimmel London», recita una nota della società».

MATILDA DE ANGELIS Rimanendo nel nostro Paese, anche il beauty brand indie EspressOH punta sulla bellezza skin positive di Matilda De Angelis (che si è mostrata spesso su Instagram senza filtri mostrando l’acne). L’attrice è protagonista della prima campagna digital ufficiale del marchio. Il risultato sono degli scatti che spingono a credere che la bellezza, quella vera, stia nella semplicità delle cose e che, ancor prima del makeup, alla base di un look ci debba essere la fiducia in noi stessi e la nostra autostima.

VANESSA INCONTRADA Infine, parlando di autostima, Florena Fermented Skincare, marchio Made in Italy che offre cosmetici naturali altamente efficaci basati sulla fermentazione di fiori e oli, ha scelto Vanessa Incontrada come nuovo volto. Da sempre simbolo di bellezza solare, vera e naturale in linea con i valori più profondi del marchio: la piena fiducia nella natura e nella sua forza straordinaria, la valorizzazione della bellezza naturale in ogni sua forma, la tensione verso un futuro positivo e sostenibile.

Nella gallery tutti i nuovi volti della bellezza, sempre più sfaccettata, sempre più unica, sempre più rappresentata in ogni sua manifestazione.

LEGGI ANCHEKate Winslet e la battaglia per non eliminare «la porzione di pancia» da «Omicidio a Easttown»

LEGGI ANCHEKate Winslet: «Ho 45 anni, tre figli, del bikini body non mi interessa nulla»

LEGGI ANCHEWinnie Harlow: «Celebrate l'unicità della vostra bellezza»



Continua a leggere

Un tweet rimasto a lungo ancorato in cima al suo profilo recita: «Se non avvii il tuo business, la tua storia sarà per sempre: “Avrei dovuto provarci”». Nella sua casa di Ottawa, in Canada, da dove risponde a Vogue Italia, ha appeso un microfono professionale, di quelli che si usano in radio. La telecamera che lo inquadra è dello stesso livello: «Farsi vedere e sentire bene dal proprio interlocutore è la versione contemporanea dell’indossare un bel vestito su misura», spiega Harley Finkelstein. Talento precoce dell’imprenditoria (ha fondato una startup di magliette a 17 anni), conduttore di La vita di un ribelle, format su YouTube in cui ospita personaggi celebri e anticonvenzionali (inclusa la designer Rebecca Minkoff), non è un motivatore di professione né un guru della comunicazione. O meglio, non lo è a tempo pieno. Il suo lavoro ufficiale è fare il presidente di Shopify, «il sistema operativo del retail», per citare le sue parole. Fuori metafora, si tratta di una piattaforma che permette a chiunque di costruire, personalizzare, gestire e rendere redditizio un sito di e-commerce. Lo usano colossi e neofiti, brand come Dior, Jean Paul Gaultier, Skims di Kim Kardashian, Velasca nel nostro Paese, ovunque negozi che vogliono portare le loro proposte davanti a una platea potenzialmente globale.

Screenshot del sito di e-commerce di Comme des Garçons realizzato grazie a Shopify. Shopify permette a ogni brand di personalizzare al massimo la piattaforma, per proporre esperienze di shopping uniche.
Screenshot del sito di e-commerce di Comme des Garçons realizzato grazie a Shopify. Shopify permette a ogni brand di personalizzare al massimo la piattaforma, per proporre esperienze di shopping uniche.

«Nel 2020, l’Italia è stato uno dei nostri mercati con il più alto tasso di crescita: rispetto al 2019, i negozi creati con Shopify sono aumentati del 247 per cento, le vendite che hanno generato sono salite del 174 per cento», rivela Finkelstein, riconoscendo l’ovvio sprone della pandemia, capace di favorire e accelerare questa transumanza massiccia. Intercettata in maniera originale: sottraendosi, scomparendo, rimanendo dietro le quinte. «Non dobbiamo essere un brand per i consumatori. Piuttosto, aiutiamo i nostri clienti a ritagliarsi uno spazio digitale unico». L’opposto di quanto avviene nei grandi centri commerciali del web, contenitori ciclopici dove i prodotti sono elencati in maniera identica, l’unicità e lo storytelling tendono a scomparire fagocitati da un prezzo aggressivo o dall’effetto calamita delle recensioni.

Finkelstein non nomina mai Amazon, ma è evidente quanto se ne discosti per approccio e filosofia. Su un punto è invece netto: la sua azienda non garantisce una base sicura di compratori. «Non diamo i pesci, insegniamo a pescare. Rendiamo davvero semplice pubblicare annunci pubblicitari su Google, Facebook, Instagram o TikTok. Mostriamo la strategia che non funziona e quale invece sì, dunque ha senso puntarci». Poi, quando il pesce abbocca, il gioco è fatto: «Una volta che si conquista un cliente, sarà per sempre. Gli si possono mandare e-mail, proporre offerte e sconti, incoraggiare a leggere un blog con contenuti in linea con i propri prodotti». Un’esca dietro l’altra. Shopify aiuta a piantare semi di lealtà in un meccanismo ad alta infedeltà. A lanciare reti nella rete.

Da Vogue Italia, n. 849, giugno 2021


Continua a leggere

Tank top - Ann Demeulemeester
Jacket – Etudes Studio
Shorts – Etudes Studio
Necklace - Foundrae
Socks - Falke
Shoes - EverlastPascale_ARNAUD_RAFAELL_1.jpg
Tank top - Ann Demeulemeester Jacket – Etudes Studio Shorts – Etudes Studio Necklace - Foundrae Socks - Falke Shoes - Everlast
Pascale ArnaudTop - MeyerPascale_ARNAUD_RAFAELL_2.jpg
Top - Meyer
Pascale ArnaudPascale_ARNAUD_RAFAELL_3.jpgPascale ArnaudT-shirt - Ludovic de Saint Sernin
Earrings - Mawe AttaherPascale_ARNAUD_RAFAELL_4.jpg
T-shirt - Ludovic de Saint Sernin Earrings - Mawe Attaher
Pascale ArnaudDress - Bottega Veneta
Earrings - Ottolinger
Shoes - Bottega VenetaPascale_ARNAUD_RAFAELL_5.jpg
Dress - Bottega Veneta Earrings - Ottolinger Shoes - Bottega Veneta
Pascale ArnaudDress as top - Lou de Betoly
Trousers - Ann DemeulemeesterPascale_ARNAUD_RAFAELL_6.jpg
Dress as top - Lou de Betoly Trousers - Ann Demeulemeester
Pascale ArnaudPascale_ARNAUD_RAFAELL_7.jpgPascale ArnaudShirt - Fendi
Trousers - MeyerPascale_ARNAUD_RAFAELL_8.jpg
Shirt - Fendi Trousers - Meyer
Pascale ArnaudDress - Kenzo
Printed shirt - Cool TM
Blue shirt – J.W Anderson
Lace trousers - Cool TM
Glove - Meyer
Belt - Maison VaincourtPascale_ARNAUD_RAFAELL_9.jpg
Dress - Kenzo Printed shirt - Cool TM Blue shirt – J.W Anderson Lace trousers - Cool TM Glove - Meyer Belt - Maison Vaincourt
Pascale ArnaudPascale_ARNAUD_RAFAELL_10.jpgPascale ArnaudDress - GivenchyPascale_ARNAUD_RAFAELL_11.jpg
Dress - Givenchy
Pascale ArnaudBra - Lou de Betoly
Trousers - Maison Margiela
Earring- Hélène Zubeldia
Earring - Justine ClenquetPascale_ARNAUD_RAFAELL_12.jpg
Bra - Lou de Betoly Trousers - Maison Margiela Earring- Hélène Zubeldia Earring - Justine Clenquet
Pascale ArnaudPascale_ARNAUD_RAFAELL_13.jpgPascale ArnaudDress as top - Gauchère
Trousers – J.W Anderson
Earring - Charlotte Chesnais
Ring - Charlotte Chesnais
Shoes – J.W AndersonPascale_ARNAUD_RAFAELL_14.jpg
Dress as top - Gauchère Trousers – J.W Anderson Earring - Charlotte Chesnais Ring - Charlotte Chesnais Shoes – J.W Anderson
Pascale Arnaud


Continua a leggere

Gli accessori di tendenza dell'estate 2021 hanno come colore protagonista il verde menta

Una base brillante, distillata dalla piccola foglia aromatica, incontra il bianco lattiginoso della polpa di mandorla. Così il verde menta avvolge nella sua tonalità pastello i profumi e sapori d'estate, tra una coppa di granita o un ghiacciolo, un bicchiere di sciroppo diluito nell'acquosità di un pomeriggio d'agosto. 

La moda lo spreme per creare capi e accessori che abbiano il potere evocativo dei ricordi, portandoci in vacanza a colpi di sandali col tacco, borse morbide e gioielli in perle di vetro. Sulle passerelle di stagione si sono visti look interamente declinati in questa sfumatura opaca, dalla giacca in denim di Alberta Ferretti al completo con bralette di Boss, sino alla mise da apicoltore couture presentata da Kenzo

Da sinistra: Alberta Ferretti, Boss, Kenzo
Da sinistra: Alberta Ferretti, Boss, Kenzo

Una proposta impegnativa, che tinge il guardaroba di un colore forse troppo connotato per essere indossato tutti i giorni, ma che trova un contraltare più versatile e disinvolto proprio negli accessori. Sfruttabili tanto di giorno quanto di sera, si accostano al bianco puro e al nero inchiostro, al rosa begonia, al fior di lillà e all'azzurro ortensia, a tutte le gradazioni di giallo. Riassumendosi in una selezione di 5 must-have, ecco gli accessori verde menta più belli dell'estate

LA BORSA IN COCCO VEGAN THEMOIRÈ

Si porta sottobraccio o stretta in mano, rivelando una tracolla da sfruttare di giorno. La clutch modello Gea di Themoirè è un equilibrio di geometrie, dalla chiusura rigida e a rettangolo sino al morbido trapezio della tasca centrale, finendo con il motivo a quadri irregolari che contraddistingue il coccodrillo (ecologico, s'intende). Brand che fonde la sostenibilità a un principio di estetica evergreen destinato a rivelarsi sempre attuale ed elegante, Themoirè propone un accessorio in materiali riciclati dove il verde menta esalta il dettaglio della trama e della lavorazione, perfetto tocco di colore da concedersi se si opta per look total-black

IL SANDALO CON TACCO E LACCI ALLA CAVIGLIA LE SILLA

È stato decretato da socialite e designer che il sandalo imprescindibile di stagione sia l'infradito con tacco, arricchito dalla particolarità di bande imbottite e, all'occorrenza, da lacci e nastri da intrecciare al polpaccio. Per Le Silla, tutto questo si tinge di verde menta nella calzatura Snorkeling, un sandalo in morbida pelle lavorata in Italia cui si accosta una comoda suola in gomma. Gioco di fasce tubolari per collo del piede e caviglia completano una silhouette figlia degli anni 70, quella che l'esperta collezionista indosserà con caftano vintage di Halston, mentre la pioniera dello stile Duemila opterà per abito midi in maglieria o ampi pantaloni palazzo. 

IL FIOCCO IN VELLUTO PER CAPELLI LEONTINE VINTAGE 

Gli accessori per capelli sono i monili del nuovo decennio, con mollette in cristalli, cerchietti in guisa di tiare e fiocchi bon ton. Rispolverando una vague childish che sa di infanzia e di trecce legate in nastri pastello, Leontine Vintage realizza una serie di scrunchie e fiocchi in chiffon e velluto, elastici rinnovati che al semplice filo nero aggiungono estetica e colore. Si abbinano alle tonalità dell'outfit, o all'opposto si scelgono a contrasto; si indossano di giorno o per una sera easy-chic, optando infine per la versione verde menta che conferirà un quid romantico a qualsiasi look. 

GLI ORECCHINI ASIMMETRICI IN PERLE DI VETRO DI SIMONE ROCHA 

Il bijoux estivo ha una duplice natura: da una parte un'attitudine aggressiva e neo-minimalista, tra catene dorate e immancabili bracciali tennis, mentre dall'altra un fronte più bon chic bon genre convoglia l'attenzione sul lato ironico della gioielleria. Per Simone Rocha il metallo è abolito in favore di delicate perle di vetro, semi-trasparenti e modellate a forma di fiori astratti, con una patina verde menta che ricorda la texture ghiacciata dei dolci estivi. Concepiti come una parure asimmetrica di punto luce e chandelier, questi orecchini si portano insieme o separati, splendidi come tocco finale di una mise total-white in pizzo Sangallo in puro stile Rocha. 

IL PORTAMONETE CON TRACOLLA A CATENA CHANEL 

L'interno è esterno per Chanel, che trasla il portamonete fuori dalle nostre borse per renderlo un accessorio da prima vista. Un'attitudine da spiaggia, quando il caldo fa venire voglia di una bibita fresca e si abbandona il telo in favore di un chiosco: pareo e cappello, l'accessorio Chanel appeso al collo o che pende dal polso. Realizzato in pelle martellata e con trapuntatura matelassé, il portamonete sfoggia una meravigliosa tonalità verde menta iridescente con riflessi d'oro, una brillantezza che riprende la luce metallica di chiusura e catena. A suggellare un insieme già (quasi) perfetto, una singola perla con logo CC che unisce pouch e tracolla. 



Continua a leggere

Una semplice intuizione, un colpo di genio. Nasce così Huile Prodigieuse da un guizzo di Aliza Jabès, l'olio Nuxe che dal 1992 è entrato a far parte della beauty routine di milioni di donne (e uomini). Una vera storia d'amore, quella fra il brand Made in France e l'universo femminile: l'olio Nuxe infatti nasce dall'esigenza della Fondatrice e Presidente Gruppo di trovare un prodotto perfetto anche in gravidanza.e posta gravidanza. 

COPENHAGEN, DENMARK - AUGUST 10: Camille Charriere wearing a yellow knit, mini skirt outside Ganni on August 10, 2017 in Copenhagen, Denmark. (Photo by Christian Vierig/Getty Images)
Skin (self) care
Sai perché e quando vengono le smagliature? Ecco come prevenirle, trattarle e celebrarle. Nel nome di Chrissy Teigen 
Striature della pelle che ci ricordano tutti i cambiamenti del nostro corpo. Da conoscere, esibire o attenuare con le ultime tecnologie e prevenire con una corretta beauty routine

Giovane mamma, Aliza Jabès sogna infatti un trattamento che possa esaltare in un solo gesto viso, corpo e capelli. Il suo laboratorio mette a punto un trattamento dalla texture in “olio secco” e dalla fragranza inebriante. Efficace e sensoriale rivoluziona i codici dell’universo farmaceutico, diventando in poco tempo un vero e proprio trattamento iconico.

Huile Prodigieuse di Nuxe
Huile Prodigieuse di Nuxe

Una scelta d'amore che ha portato il marchio, partito da un piccolo laboratorio di formulazione, a diventare leader in farmacia. Lo è per le creme viso, per i solari, per i prodotti dedicati alle labbra, ma soprattutto per l'Huile Prodigieuse che, dalla sua versione classica, è poi evoluto. Ecco come. 

Nel 1998 entra in scena infatti Huile Prodigieuse Or la cui formula viene arricchita da madreperle dorate. A metà strada fra un trattamento e un prodotto make-up, questo illuminante istantaneo regala un immediato effetto glow a pelle e capelli. 

Huile Prodigieuse Or di Nuxe
Huile Prodigieuse Or di Nuxe

Nel 2016 - dopo che 4 anni prima le note che caratterizzano l'olio Nuxe diventano un profumo di grande successo - il brand decide di arricchire la formula del suo must-have dedicando questa nuova versione alle pelli molto secche. Nasce Huile Prodigieuse Riche con una percentuale molto più alta di olio di Macadamia, dal potere nutriente. 

Huile Prodigieuse Riche di Nuxe
Huile Prodigieuse Riche di Nuxe

È infine del 2019 l'ultima tentazione in casa Nuxe: si tratta dell'Huile Prodigieuse Florale. Per questa versione non cambia la formula - fedele a quella classica e leggendaria - ma si modifica il flacone (rosa) e la fragranza, resa fresca e insieme avvolgente da una sapiente miscela di note floreali. 



Continua a leggere

We use photography to share our experiences; this is a matter of fact. If I look at my smartphone there are numerous threads of conversations that unfold in a simple visual back-and-forth. I send a picture to a friend, she replies with another one. Easy. At times, scattered words can interrupt the flow. These are dialogues made of pictures, an exchange of communication, and I find them profoundly fascinating, maybe because I have always been intrigued by the enormous potential of photography as a means of communication. Often, I have wondered why this aspect of photography has been somehow marginalized in the theoretical academic studies tackling the history of the medium. While much attention has been given to photography within an artistic discourse, perhaps not enough has been said about photography within a social discourse. Why do we use photography to communicate with each other? And how do we do it? Is it only a recent phenomenon or, instead, is it part of the very nature of the photographic medium to be a vector of communication?

The thematic exhibition Send me an Image. From Postcards to Social Media, now on show at C/O Berlin, Germany, until 2 September, deals precisely with this topic. It outlines the development of photography as a means of communication, from its use in the nineteenth century to its current digital distribution online. Drawing a relation between historical forms of circulating images from photography over the past 150 years and contemporary artists from the 1970s onwards, the exhibition addresses the exciting phenomena of the networking and sharing of images in the present day by delving deep into the realm of the “social photographs” that we encounter – and use – in our everyday lives.

Send me an Image. From Postcards to Social Media, curated by Felix Hoffmann and Dr. Kathrin Schönegg, features a series of projects by well-known contemporary artists (just to name a few: Adam Broomberg & Oliver Chanarin, Moyra Davey, Gilbert & George, On Kawara, Erik Kessels, Thomas Ruff, and Clare Strand). Among the works of art displayed, there is Dialogue, a collaboration between the English curator and writer David Campany, now Managing Director of Programs at the International Center of Photography, New York, and the Russian-American artist Anastasia Samoylova, whose work encompasses observational photography, studio practice and installation. Over the past three years, the duo has conducted an experimental exchange of images on Instagram (@dialogue_aandd), by posting photographs they shot in response to the previous one posted and therefore creating an endless visual conversation. Currently consisting of over 4,500 images, the project is an exploration of the communicative potential of photography that fascinates me so much: an exchange of images turns into a dialogue and the dialogue turns into a relationship. Indeed, Campany and Samoylova have started this project without even having met face to face. Throughout the project they deepened their knowledge of how to observe each other, how each of them observe the world, and how they found associations in between their respective iconographic universes.

By using the Dialogue series as an initial discussion point, I had the pleasure of talking with David Campany about photography and its ambiguous, elusive, and intricate nature.

Dialogue: an Instagram-based project by Anastasia Samoylova & David Campany
David Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)David Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)David Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)David Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)David Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)David Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)David Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)David Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)David Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)

David, can you tell me how did you become interested in photography? How did you realize that you could be many things—curator, writer, editor and lastly, photographer?

When I first went to study photography it was a very unusual program where you did as much writing as image-making. Some of the students went into writing, sometimes they became photographers, editors, publishers or curators, or something more unusual… I just knew that I wanted to be with images somehow, it didn’t really matter if it was writing, or teaching, or editing, or curating or whatever. I didn’t mind what it would be, and that is how it worked out.

However, the very first interest in photography came from movies and cinema when I was a kid. In Britain, we didn’t have many TV channels, but they did show great movies. So by the time I was 15 or 16 I had seen lots of Godard, Fellini, Hitchcock, Varda, Kurosawa, Bergman, and Antonioni. That was just normal. There was a whole generation of us in the UK that had a broad cultural education from movies on TV. I would buy books about cinema and I really liked the photos in the books, and then I realized that I often liked the photos more than the films. So it was film stills, first of all, that got me interested in photography. It is a funny and strange way to enter photography because film stills don’t really appear in the history of photography and are not discussed much in the history of cinema, which has a really odd relationship to them. The film still is a hybrid form. I then went sideways to photography from there. I set up a darkroom at home, like enthusiastic kids do, and then I went to study. I worked at the Institute of Contemporary Art in London, where there was a really good bookshop, a gallery and a cinema. There were a lot of public talks and lectures as well. I think that kind of mix was interesting; you could think about imagery in the gallery or think about it in the bookshop, or hear somebody talking about it, or watch a movie—it was all to do with images somehow. I think my way to approach photography from different angles kind of came from there. Do you believe that taking pictures yourself, gives you a higher sensitivity towards the work of photographers?

For sure, it does. I think sometimes you can tell the difference between a writer or curator who doesn’t take pictures and one who does. It doesn’t make it better, necessarily, but I think it helps in lots of ways to know what it is to make images. I know it helps my judgment, it certainly helps me to write. I get asked by photographers quite often either if I’d like to write about their work, or if I’d like to have a conversation with them that might go in a publication, and I think it helps that I do make images. But I have no great desire to be a well-known artist, or something like that. I’m perfectly happy just taking pictures as a way of thinking about photography. Your research as a curator is focused both on the relationship between photography and art, and photography as a means of communication. How do you feel about these two souls of photography? Do you think that one influences the other, or that one prevails over the other? 

I think it’s almost in the nature of photography that it belongs to different ways of thinking at the same time. Even if the photograph has some kind of status as art, it still doesn’t preclude it being a document; it doesn’t stop it from being a social description or commentary. And I think this is what was always interesting about it. When photography became modern, in the 1920s, it stopped trying to imitate paintings and it realized that its natural condition was to be where all of these different things came together: the document, the artwork, the commentary—you didn’t have to fight it. That is what is interesting about photography: there is no one way of looking at it or understanding it. There is an example that I often use to illustrate this: I was doing an interview/conversation with Stephen Shore, the American photographer, and he was due to come to my house at lunchtime. In the morning my brother-in-law, who used to be a car mechanic, was looking at a book of his work. He looked through Stephen’s book and said. ‘Oh, there’s quite a lot of MGB cars’—a little British sports car—‘in this book’, and he continued ‘Do you think there were lots of them in America in the 1970s, when he was taking these pictures, or do you think he just liked them?’ And I said, ‘Well, he’s coming for lunch so you can ask him’. And when he asked, Stephen said ‘That’s interesting. A photo person, like David, would never notice that. But you’re a car person. Yes, I was very interested MGB’s then, and my wife, Ginger, had two of them at different points in the 1970s, so they do recur in the work.’ Maybe my brother-in-law wasn’t thinking about the photographs artistically, and was focused on the documentary content of them, which is a perfectly legitimate way of looking. Funny anecdote! Indeed it helps me to think about how photography can be a lens to learn something about the world we live in, and where everyone adopts the lens that suits them best.

Of course. It’s very confusing. It can become humbling. It’s interesting as a curator because I often try to be in the galleries incognito, just watching people looking at the images. I try to figure out if they’re enjoying the experience, how much time they’re looking or talking with each other. You still can’t quite know what is going on in people’s minds. Even if you make an exhibition and it gets great reviews and lots of people see it, you still don’t know exactly what people are responding to. You really don’t; it’s fascinating. Mysterious, somehow. There is a kind of magic too and there is also something that just escapes language all the time that you can never quite define, and I like that about it. The relationship between photography and language is so interesting and so complicated... So much going on unconsciously. A large part of how we respond to images is barely conscious at all. The more we study about photography, the less we know about it. Somehow we can’t really grasp the full meaning, the dynamics, and the language of photography…

Yes. You can also think about this in terms of the way photographers manage to make the pictures that they do – not technically, but how they are in the world. Whether the image is a really good indication of what the photographer is thinking, is very difficult to say. With painting, nothing gets on the canvas unless you’ve thought about it and put it there, but that’s not how it is with photography, or it needn’t be. You can go into the street and make a picture very quickly and you can tell yourself you know what you’re doing, but you cannot know fully. This is why photographers like to look again at their own work, perhaps after a few years, because they’re often surprised; they thought they were doing one thing, and it turns out that they were doing something else, yet they still don’t know exactly what they were doing. It’s a really interesting and fascinating problem. The topic of the exhibition at C/O Berlin is exploring photography as a means of communication and here you’re showing Dialogue, your artistic collaboration with Anastasia Samoylova.

Yes, Dialogue is a purely visual exchange, making use of Instagram. Anastasia and I make and post images in response to each other. Currently it is an unbroken sequence of around 4,500 photographs. The project has two very interesting aspects. The first one is that you’re running the project on Instagram: however you’re not really doing it for other people, but just for each other—you and Anastasia—and this is quite unusual for Instagram-based projects. The second aspect is that you don’t sign or caption your pictures, so we don’t know which one comes from you and which one comes from Anastasia—this leads to a truly collaborative and non-authorial approach. Can you tell me more about the project? How this visual conversation started and what the reasoning was behind it? 

The two of us have quite a lot of overlap in the way that we think about pictures. I think she’s an amazing image-maker, a really fantastic artist. She was mainly a studio-based photographer making very complicated still-life collages, and was just starting to make more observational pictures out in the world, often with the same sensibility. She lives in Miami, Florida, and that place really looks like a collage. She asked, ‘How about we have a conversation which uses no words at all, just images?’ It sounded interesting. Then she suggested ‘Let’s do it on Instagram, I’ll set up an account so we both have access to it, no rules, no nothing and we see what happens.’ I’ve always carried a camera, always taken pictures as part of my daily life. She said ‘Why don’t you start? Take and upload an image and I’ll respond to it.’ The task of responding to someone else’s picture became really interesting, and challenging. You have to look at it very carefully and think about a number of different ways that your image might relate to it, or might provoke something. So it took off. I thought it would last a few weeks but has been a part of our life for a few years now. At points our images become very similar, because we anticipate each other... you start predicting what the other person will post. You’re looking so carefully at how someone else makes pictures that you start to internalize that. When I look back I often can’t tell who took which picture, although the Dialogue strictly alternates—one of mine, one of hers, one of mine etc. It got to 1000 pictures, 2000 pictures... of course posting slowed down during the pandemic because we were not out in the world as much! But there was never any timetable or rules for it. I think the most pictures that were ever posted on one day was 28, but sometimes there can be almost a month that has gone by with no pictures being posted, which is fine. It fits around our lives. It’s interesting what you were saying about the fact that it’s on Instagram but it’s not for an audience. So much of Instagram is about self presentation for the world, but it doesn’t have to be. You can just have a private account between two people that doesn’t exist for anyone else. We never made Dialogue private, and many people follow it, but they’re kind of looking in. It’s not really produced for them. When you describe how the project developed, I feel that what you are talking about is very similar to the process of knowing somebody. A natural flow—no rules, no timetable. Just how it is.

Yes, the Dialogue was going on for a long time before we met face to face, so it was a little like in the old days, with penpals. When I was young I was part of a program where you were paired up with somebody from another country. I was paired up with a boy in Kenya and we exchanged hand-written letters, sent by post. There was a hope one day that we might meet, but we never did. Unless you made a copy of your own letters, you didn’t keep your side of the communication. You write your letter, you put it in the post and then it is gone, so all you have is the other person’s side of it; and they have yours. With our Dialogue being on Instagram, you can see it all, and it is a much more shared experience in that way. A few months into the process, Ana sent me an essay by Oliver Wendell Holmes from 1863, called ‘Doings of the Sunbeam’. In this text Wendell Holmes was thinking about what a visual communication would be that didn’t really rely on words, only on the exchange of pictures. What kind of relationship would that be, what kind of knowing would that be… is the not knowing as interesting as the knowing? Fascinating. In a previous interview, you said that Instagram is much more about text and words than we might believe. I totally agree with this, but at the same time, I see that in the Dialogue series there are no captions at all. How come?

I was always interested in Instagram, but I didn’t join it at the beginning. I looked at it now and again, and I realized that I was intrigued by the fact it seemed like an ‘image/text’ platform right from the beginning. I think that people want to communicate things that the photographs alone just cannot do. Photographs can show things but in a very fragmentary, decontextualized way. Imagine someone wanting to show you their vacation photos, they would never just give you a pile or folder of photos; they wouldn’t narrate them for you. I think most people feel that the image is not enough as a form of communication; somehow I think it frustrates people. Imagine if Instagram suddenly denied you the possibility to write... that would be interesting. I think at that point, people would realize that it isn’t just a visual platform, it is an image/text platform. I follow lots of people that do very interesting things with image and text. Sometimes on my own Instagram account I write quite extensive text, and sometimes I don’t at all. But the Dialogue series with Anastasia was just an experiment in purely visual exchange. We don’t have to explain anything, and we don’t expect the images to do anything they cannot do. Photography can take on different forms depending on the context and the medium and it’s always surprising to look at this aspect. How do these different forms apply to the display of the Dialogue series? What is the difference between Instagram and the way you are showing the project in the exhibition at C/O Berlin?

I’ve always been interested in the fact that it’s natural for a photographic image to take different forms. If you see a photographic image in a book you don’t say to yourself ‘Where is the real thing?’. If you see a painting in a book (which is actually a photographic reproduction), you know that the painting itself is somewhere else. Moreover, photography has no true relation to scale. If you’re a painter, you don’t paint a painting and then decide how big it will be. You don’t paint a painting and then decide what materials it will be made from. I often think, when people are looking at a framed photographic print on the wall, they know, maybe unconsciously, that what they are looking at is a choice. But we know that there are more than 500 other ways of doing it. When you look at a painting, you don’t say: ‘Why have they done it in oils, they could’ve done it in water-colour; why is it not 3 metres wide instead of 2 metres wide?’ You don’t think like that about paintings, not really. But with photography, you do. And of course, it makes it very difficult. This is an exciting thing about photography but it is often very confusing. Photographers often don’t know how to present their work in an exhibition, because there is too much choice.

When we first exhibited the Dialogue, some people were very purist about it, and said ‘No, this is an Instagram project, it shouldn’t be translated into any other context’. But photography has always been translated. If you’re a contemporary photographer, you might make books and exhibitions, you might have a website, your work might appear in magazines and on each occasion it just belongs there; that’s where it lives. When we first considered exhibiting the Dialogue, we thought about the most obvious way, which would be to reproduce the Instagram feed on a screen, as if it was scrolling. But Ana and I don’t like exhibitions that feel like websites, we like them to feel like exhibitions.. At C/O Berlin we are presenting the work as a split-screen video projection. You only see two images at a time, side by side, my image on the left, Ana’s on the right. Her image changes, then my image changes. This was done to be able to see the continuous chain. I think currently the duration is about 6.5 hours! Nobody is expected to see it all, it just plays silently as an ambient loop. Each time we’ve decided to try and show it slightly differently just to keep it alive. We have shown printed sequences too. But the video component is always there. Send me an Image. From Postcards to Social Media attempts to demonstrate the fact that we are flooded with images every day but it’s something that is not just happening in this age. Photography has been used as a means of communication since the very beginning of its invention, and actually every generation has been worried about the huge amount of pictures presented to our gaze. I’m curious to know your opinion about this topic!

I always find the metaphors really interesting. You used the term “flood’. We often hear people say ‘We are bombarded by images’, like something coming from above. Those metaphors and that presumption is so strong right now, people don’t think about it. You can go through life having very little engagement with images if you wish, and you don’t have to feel flooded, and you don’t have to feel bombarded. I have never felt flooded or bombarded, although I”m well aware of the amount of images in the world and that they set the agenda in many ways. But I’ve always thought that the excess of photography is within each image. Every photograph gives you more than you expected. There is all of that information, and all of that detail and it doesn’t explain anything. A photograph can show you things but it can’t explain them. So that idea of looking or being shown and not being able to understand, I think that is the excess, the flood, and the bombardment. It’s not to do with the number of pictures. I mean, the number of pictures is interesting, and it’s kind of fascinating, and I guess there could be something sort of terrifying about it. I will curate an exhibition at the International Center of Photography, New York, next winter about this topic, but I will approach it from a historical perspective. In the 1920s and 1930s there were quite a few artists engaging very directly with mass media images, and they were trying to shape it the way they wanted. or produce a type of critique of society. That was almost one hundred years ago. If there are too many images then it’s not just our problem now; it’s a problem with a long history to it. Often when people say that there are too many images...what people probably mean is that there are too many of the wrong kind. There are too many clichés, too many stereotypes, too many repetitive and empty pictures. I think that’s what they mean. In conversation, when I think somebody is in an unthinking way saying that there are too many photos in the world, my first instinct—which is partly sarcastic and partly not—is to say ‘If there are too many pictures in the world, how many should there be? At what point did we reach the correct number? How many pictures would you like to be in this world?’



Continua a leggere

Kate Winslet in Omicidio a Easttown, o del coraggio di essere se stesse

Di solito le icone di stile sono ricche, spesso francesi, raramente riconoscibili. Non più. La musa a sorpresa del momento è un detective della polizia di un angolo scalcagnato della Pennsylvania, con un cipiglio permanente e un guardaroba pieno di plaid. Nei panni di Mare Sheehan nell'avvincente serie tv “Omicidio a Easttown” (qui la nostra recensione), Kate Winslet incarna l'atmosfera post-lockdown in un modo che rende facile a molti di noi spettatori identificarci con lei, soprattutto a quelli hanno trascorso gran parte degli ultimi 15 mesi sdraiati sul divano.

Kate Winslet è la detective Mare Sheehan in Mare of Easttown.
Kate Winslet è la detective Mare Sheehan in Mare of Easttown.
HBO

Se lo show fosse andato in onda in un qualsiasi momento diverso dalla primavera 2021, il look senza fronzoli della Winslet sarebbe passato inosservato negli ambienti della moda. Ma dopo più di un anno di turbolenze emotive e body strizza-vita, aggravate da parrucchieri e centri estetici chiusi e livelli drammaticamente impoveriti di vitamina D, la Mare di Kate Winslet, inequivocabilmente di basso profilo, è stata salutata come "l'icona di stile di cui tutti parlano" (come ha scritto il quotidiano britannico The Guardian), e “la regina dell'estetica DGAF, ovvero ”don't give a flip- chisseneimporta" (da me).

Il detective Sheehan, icona dell'era pandemica.
Il detective Sheehan, icona dell'era pandemica.
HBO

Se siete una di quelle persone che hanno comprato un pacchetto di allenamento o hanno cominciato a meditare durante l'isolamento, buon per voi. Ma per quelli di noi che emergono dalla pandemia sentendosi molto lontani dalla migliore versione di se stessi (mesi di Deliveroo e terrore esistenziale hanno un prezzo da pagare, soprattutto per le ragazze), c'è qualcosa di gratificante nel vedere la luminosa, bellissima Winslet trasformarsi in una donna profondamente - quasi aggressivamente - ordinaria sullo schermo. Sì, tenetevi la Jennifer Aniston della serie tv The Morning Show. Datemi Kate che sfoggia le radici bianche stile "ho saltato le mie ultime sei sedute di parrucchiere", avvolta dal fumo dello svapo e da una palpabile aria di tristezza. E tenetevi la Linda Radlett di Lily James e i suoi squisiti abiti anni '30. Datemi la Winslet, senza reggiseno e che si nutre di hamburger e formaggio.

Kate Winslet in modalità red carpet.2017 Toronto International Film Festival - "The Mountain Between Us" Premiere - Arrivals
Kate Winslet in modalità red carpet.
Rich Fury

Non è solo il pubblico a essere affascinato. Il contegno brusco di Mare e il guardaroba scialbo fatto di magliette e cardigan del college (pensate al normcore , ma senza l'ironia), non servono per smorzare l'ardore di Guy Pearce - in modalità volpe argentata nei panni di un professore in visita - né del giovane detective con lo sguardo da cucciolo di cane che la aiuta a risolvere l'omicidio di una ragazza trovata morta alla fine del primo episodio. Nessuno dei due sembra ispirare in Mare lo stesso entusiasmo di una bottiglia fredda di Rolling Rock.

È giusto che sia Kate Winslet a offrirci una tregua - dalla tempistica perfetta -dai costosi colpi di sole, dai corpi allenati e dalle fronti a prova di botox che di solito riempiono i nostri schermi televisivi. Recentemente ha detto che a 45 anni ha smesso di prendere parti che alimentano ideali dannosi e irraggiungibili, confermandosi una presenza “rinfrescante” e "reale" nella serie A delle star. (Quando le è stato chiesto di condividere il miglior consiglio che abbia mai ricevuto per il British Vogue 's Hollywood Portfolio, ha detto: "Non indossare scarpe molto appuntite - ti verranno solo i calli").

Forse è anche per tutto questo che Kate risulta così convincente nel ruolo di Mare Sheehan… un vero disastro. La sua capacità di trasmettere il dolore di questa madre in lutto è enorme. Ma ci sono momenti - come la scena in cui solleva il coperchio di un barattolo di formaggio con i denti - in cui si sospettiamo che, infondo, lei si stia divertendo tanto quanto noi.

“Mare of Easttown” è disponibile ora su Sky Atlantic e sul servizio di streaming NOW

Questo articolo è stato pubblicato su Vogue UK



Continua a leggere

Si è appena conclusa in Senegal la seconda missione di MY EARTH IS BEATING, il progetto di documentazione fotogiornalistica voluto da LuisaViaRoma e LVRSustainable a seguito di Extreme E, primo evento elettro-automobilistico del mondo organizzato nelle zone del mondo più colpite dal climate change. Coordinati e raccontati dal giornalista scrittore e curatore Raffaele Panizza, e illustrati dagli scatti di Luca Locatelli (vincitore del World Press Photo per le tematiche ambientali) e Gabriele Galimberti (vincitore del World Press Photo nella categoria Portraits), i reportage #myEIB vogliono portare l'attenzione sui luoghi simbolo dell’emergenza ambientale e sensibilizzare sia le comunità locali che la community globale ad affrontare la crisi climatica attraverso un dialogo aperto e una serie di azioni concrete.

«Per ogni tappa, Locatelli e Galimberti e Panizza renderanno disponibili alla stampa, e quindi alla conoscenza collettiva, una selezione di storie e degli scatti più belli e decisivi» dice Andrea Panconesi CEO di LuisaViaRoma, «che al termine di questa grande odissea di sensibilizzazione verranno ulteriormente valorizzati in occasione di una mostra internazionale a Firenze, città dove ha sede LuisaViaRoma: culla del Rinascimento e non a caso anche di questo nuovo rinascimento climatico a cui siamo tutti chiamati a dare un contributo».

Il tour di Extreme E, che dopo l'Arabia Saudita arriverà in Groenlandia, Brasile e Argentina, ha concluso a maggio la tappa prevista in Senegal, tra le regioni di Sine-Saloum e Dakar, dove per dieci giorni il gruppo inviato sul campo ha documentato l'attuale - e molto complessa - situazione del paese. A partire dal villaggio di Djiffer, dove le case dei pescatori sono state abbandonate e le reti da pesca lasciate sulla spiaggia insieme a migliaia di tonnellate di plastiche monouso, fino all'operazione di raccolta dei semi di mangrovia che saranno ripiantati dove la foresta è scomparsa con l'intento di creare una nuova economia verde che oltre a dare lavoro ai locali contribuirà a ristabilire l'ecosistema e contrastare i danni provocati dal climate change.

«Col milione di mangrovie che entro l’anno pianteremo anche grazie al supporto di Extreme E, uno sforzo immenso documentato dagli inviati di MY EARTH IS BEATING by LuisaViaRoma, il totale arriva a 155 milioni di piante reintrodotte nel loro habitat millenario: una delle più grandi opere di ricostruzione ambientale mai tentate nel continente africano» ha spiegato il direttore scientifico di Oceanium Octavio Fleury, che in questi giorni sta portando avanti nuovi progetti nella zona meridionale di Casamance.

«La mangrovia, per anni sottovalutata, è un vero e proprio ecosistema, quasi un essere vivente potremmo dire, un baluardo ecologico e antropologico capace di catturare la CO2 responsabile del surriscaldamento globale e sigillarla nella propria biomassa e nel suolo. Inoltre cattura le microplastiche presenti nell’acqua impedendo loro di entrare nella catena alimentare, a cui l’uomo è collegato. Non ultimo, può filtrare il sale delle acque oceaniche, proteggendo le coltivazioni antistanti» sottolinea Carlos Duarte, distinguished professor presso la King Abdullah University of Science and Technology e coordinatore dei progetti ecologici attivati da Extreme E.

Scoprite tutti gli scatti realizzati da Luca Locatelli in Senegal nella nostra gallery!

Viste dall’alto, le Puits de Sel di Palmarin, nel Senegal centrale, sembrano vasche create dal dio delle farfalle. A causa della scomparsa delle mangrovie, che contrastano l’erosione della costa, questo spettacolo naturale che dà lavoro a 500 famiglie, potrebbe scomparire sommerso dal mare.Il dio delle farfalle
Viste dall’alto, le Puits de Sel di Palmarin, nel Senegal centrale, sembrano vasche create dal dio delle farfalle. A causa della scomparsa delle mangrovie, che contrastano l’erosione della costa, questo spettacolo naturale che dà lavoro a 500 famiglie, potrebbe scomparire sommerso dal mare.
Luca LocatelliDa quando Hélène e Fary allevano le api, terrore delle popolazioni locali più delle iene, nessuno si reca più tra le mangrovie di Joal (Senegal Centrale) per tagliare legna e danneggiare questo ecosistema vitale. L’apicoltura si sta rivelando una risorsa decisiva per la protezione dell’ambiente e per l’economia: grazie al raccolto di giugno, 40 kg di miele color del bronzo, nato dai fiori di mangrovia, verranno venduti al mercato del villaggio.Le guardiane dolci
Da quando Hélène e Fary allevano le api, terrore delle popolazioni locali più delle iene, nessuno si reca più tra le mangrovie di Joal (Senegal Centrale) per tagliare legna e danneggiare questo ecosistema vitale. L’apicoltura si sta rivelando una risorsa decisiva per la protezione dell’ambiente e per l’economia: grazie al raccolto di giugno, 40 kg di miele color del bronzo, nato dai fiori di mangrovia, verranno venduti al mercato del villaggio.
Luca LocatelliUna linea tratteggiata a fil d’acqua, e ogni due passi, un seme piantato a mani nude nella laguna. Tra un mese, prima delle grandi piogge, una nuova foglia nascerà. Lo scorso 27 maggio i volontari africani della @ong_oceanium, supportati da @extremeelive, hanno piantato 10 ettari di mangrovia tra i canali di Mbissel, Senegal Centrale, parte di una delle più grandi opere di riforestazione mai tentate nel Continente. La mano dell’uomo, quando non strappa e non taglia, sa preparare il proprio futuro.Il sentiero è tracciato
Una linea tratteggiata a fil d’acqua, e ogni due passi, un seme piantato a mani nude nella laguna. Tra un mese, prima delle grandi piogge, una nuova foglia nascerà. Lo scorso 27 maggio i volontari africani della @ong_oceanium, supportati da @extremeelive, hanno piantato 10 ettari di mangrovia tra i canali di Mbissel, Senegal Centrale, parte di una delle più grandi opere di riforestazione mai tentate nel Continente. La mano dell’uomo, quando non strappa e non taglia, sa preparare il proprio futuro.
Luca LocatelliAlle 13, nel villaggio di Djiffer, 5000 abitanti nel Senegal Centrale, la marea è ancora bassa eppure il pontile d’attracco già non si vede, sommerso insieme a molte case. Negli ultimi cinque anni, per l’innalzamento delle acque, 300 famiglie hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni: «Da quando sono nato, ho visto il mare avanzare di almeno 300 metri» racconta Sebastien Ndong, 52 anni, capovillaggio, «anche la casa dove son cresciuto è laggiù, sott’acqua, a cinquanta metri dalla riva». L’erosione costiera rischia di separare i villaggi e trasformarli in tante isole senza collegamento: il tasso di perdita di linea costiera, è calcolato in circa tre metri l’anno.L'assedio di Djiffer
Alle 13, nel villaggio di Djiffer, 5000 abitanti nel Senegal Centrale, la marea è ancora bassa eppure il pontile d’attracco già non si vede, sommerso insieme a molte case. Negli ultimi cinque anni, per l’innalzamento delle acque, 300 famiglie hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni: «Da quando sono nato, ho visto il mare avanzare di almeno 300 metri» racconta Sebastien Ndong, 52 anni, capovillaggio, «anche la casa dove son cresciuto è laggiù, sott’acqua, a cinquanta metri dalla riva». L’erosione costiera rischia di separare i villaggi e trasformarli in tante isole senza collegamento: il tasso di perdita di linea costiera, è calcolato in circa tre metri l’anno.
Luca LocatelliLa spiaggia di Djiffer è completamente ricoperta di plastica e reti da pesca abbandonate: gli animali da cortile pascolano tra i rifiuti e se ne nutrono. Solo una piccola parte è portata dalla marea: il resto è dovuto alla cronica mancanza di infrastrutture di raccolta e riciclaggio, e solo da pochi giorni un piccolo autocarro fa la spola tra il villaggio e la città di Palmarin, per una raccolta comunque insufficiente. Tra le tante facoltà delle mangrovie, con le loro fitte radici aeree, c’è anche quella di bloccare le microplastiche che fluttuano nell’acqua ed evitare che raggiungano le coste ed entrino nella catena alimentare.Una risacca di plastica
La spiaggia di Djiffer è completamente ricoperta di plastica e reti da pesca abbandonate: gli animali da cortile pascolano tra i rifiuti e se ne nutrono. Solo una piccola parte è portata dalla marea: il resto è dovuto alla cronica mancanza di infrastrutture di raccolta e riciclaggio, e solo da pochi giorni un piccolo autocarro fa la spola tra il villaggio e la città di Palmarin, per una raccolta comunque insufficiente. Tra le tante facoltà delle mangrovie, con le loro fitte radici aeree, c’è anche quella di bloccare le microplastiche che fluttuano nell’acqua ed evitare che raggiungano le coste ed entrino nella catena alimentare.
Luca LocatelliA causa della deforestazione della mangrovia, molti pesci hanno perduto il loro habitat di protezione e le risorse vengono depredate in modo estensivo e via via più precoce: nei decenni, il fenomeno sta rendendo le risorse ittiche sempre più scarse e gli individui di dimensione via via più ridotta. Le 28mila piroghe impegnate in Senegal nella pesca artigianale usano reti dal calibro troppo piccolo e impediscono agli esemplari più piccoli di liberarsi e crescere. I 156 pescherecci industriali in mano a potenze come Cina e Francia usano immense reti a strascico e poi rigettano in mare, ormai morenti, le specie commercialmente non sfruttabili.La battaglia del mare
A causa della deforestazione della mangrovia, molti pesci hanno perduto il loro habitat di protezione e le risorse vengono depredate in modo estensivo e via via più precoce: nei decenni, il fenomeno sta rendendo le risorse ittiche sempre più scarse e gli individui di dimensione via via più ridotta. Le 28mila piroghe impegnate in Senegal nella pesca artigianale usano reti dal calibro troppo piccolo e impediscono agli esemplari più piccoli di liberarsi e crescere. I 156 pescherecci industriali in mano a potenze come Cina e Francia usano immense reti a strascico e poi rigettano in mare, ormai morenti, le specie commercialmente non sfruttabili.
Luca LocatelliCreata nel 2001 tra i canali e le zone salmastre del delta del fiume Saloum, la Réserve Naturelle Communautaire de Palmarin è una biosfera di quasi cento chilometri quadrati dove sopravvive una delle ultime colonie di iene del Senegal. Questo esemplare, incuriosito dal drone che lo immortala, fa avanti e indietro tra le mangrovie ripiantate da due anni dalla ONG Oceanium. La mangrovia fornisce loro riparo nelle ore assolate del giorno. Oltre a dare loro nutrimento: coi piccoli mammiferi sempre più scarsi, questi predatori si sono adattati a nutrirsi dei granchi, e persino dei molluschi, che crescono tra i rami.Le tracce della sopravvivenza
Creata nel 2001 tra i canali e le zone salmastre del delta del fiume Saloum, la Réserve Naturelle Communautaire de Palmarin è una biosfera di quasi cento chilometri quadrati dove sopravvive una delle ultime colonie di iene del Senegal. Questo esemplare, incuriosito dal drone che lo immortala, fa avanti e indietro tra le mangrovie ripiantate da due anni dalla ONG Oceanium. La mangrovia fornisce loro riparo nelle ore assolate del giorno. Oltre a dare loro nutrimento: coi piccoli mammiferi sempre più scarsi, questi predatori si sono adattati a nutrirsi dei granchi, e persino dei molluschi, che crescono tra i rami.
Luca LocatelliEihadj Wade ha 16 anni e ha trovato un nuovo lavoro: il raccoglitore di propaguli di mangrovia. Lunghi come pennelli, più pesanti alla base, questi “semi” vengono colti prima della loro naturale caduta e rivenduti a 1000 franchi senegalesi al sacco alla ONG Oceanium, che si occuperà poi di ripiantarli dove necessario. Ogni sacco pesa 50 chilogrammi. E ciascuno contiene millecinquecento semi. In natura, i propaguli cadono dai rami e si piantano nel terreno, con una percentuale di successo dell’1%: ecco perché c’è bisogno dell’intervento dell’uomo per accelerare il processo di riforestazione. Altri propaguli, cadendo nelle acque del canale, vengono trascinati dalla corrente per poi piantarsi, in un meccanismo dolce e perfetto, nelle tane dei piccoli granchi violino che punteggiano le zone salmastre.Il futuro in mano
Eihadj Wade ha 16 anni e ha trovato un nuovo lavoro: il raccoglitore di propaguli di mangrovia. Lunghi come pennelli, più pesanti alla base, questi “semi” vengono colti prima della loro naturale caduta e rivenduti a 1000 franchi senegalesi al sacco alla ONG Oceanium, che si occuperà poi di ripiantarli dove necessario. Ogni sacco pesa 50 chilogrammi. E ciascuno contiene millecinquecento semi. In natura, i propaguli cadono dai rami e si piantano nel terreno, con una percentuale di successo dell’1%: ecco perché c’è bisogno dell’intervento dell’uomo per accelerare il processo di riforestazione. Altri propaguli, cadendo nelle acque del canale, vengono trascinati dalla corrente per poi piantarsi, in un meccanismo dolce e perfetto, nelle tane dei piccoli granchi violino che punteggiano le zone salmastre.
Luca LocatelliPer anni, le raccoglitrici di ostriche di Joal andavano tra le mangrovie per raccogliere i preziosi molluschi. Ma lo facevano senza riguardo ambientale: i rami venivano tagliati, le ostriche raccolte, e la legna usata per fare carbone. Ora, grazie a un’attenta opera di rieducazione, l’ecosistema viene preservato e le ostriche raccolte a mano. Ndeye Farmadiakhaté ha 27 anni e fa questo lavoro da quando ne aveva 7, e vende il suo raccolto a un’associazione locale chiamata MboogaYaay che grazie ai ricavi funge anche da piccola banca informale per prestare denaro alle donne del villaggio. Ostrica, in lingua wolof, si dice Yokhoos.Con forza e rispetto
Per anni, le raccoglitrici di ostriche di Joal andavano tra le mangrovie per raccogliere i preziosi molluschi. Ma lo facevano senza riguardo ambientale: i rami venivano tagliati, le ostriche raccolte, e la legna usata per fare carbone. Ora, grazie a un’attenta opera di rieducazione, l’ecosistema viene preservato e le ostriche raccolte a mano. Ndeye Farmadiakhaté ha 27 anni e fa questo lavoro da quando ne aveva 7, e vende il suo raccolto a un’associazione locale chiamata MboogaYaay che grazie ai ricavi funge anche da piccola banca informale per prestare denaro alle donne del villaggio. Ostrica, in lingua wolof, si dice Yokhoos.
Luca Locatelli


Continua a leggere

Anastasia Samoylova & David Campany, Dialogue 1, 2017.jpgDavid Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)Anastasia Samoylova & David Campany, Dialogue 2, 2017.jpgDavid Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)Anastasia Samoylova & David Campany, Dialogue 3, 2017.jpgDavid Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)Anastasia Samoylova & David Campany, Dialogue 4, 2017.jpgDavid Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)Anastasia Samoylova & David Campany, Dialogue 6, 2017.jpgDavid Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)Anastasia Samoylova & David Campany, Dialogue 5, 2017.jpgDavid Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)Dialogue Prints 4_1.jpgDavid Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)Dialogue Prints 7_1.jpgDavid Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)Dialogue Prints Trips 1_1.jpgDavid Campany & Anastasia Samoylova, Dialogue (@dialogue_aandd)


Continua a leggere

Rossella Migliaccio è la compagna di shopping che tutti vorremmo avere. Quella a cui chiedere il consiglio giusto con la certezza di una risposta attenta e gentile, mai banale. Lo dico con cognizione di causa: ho infatti incontrato la fondatrice dell’Italian Image Institute quando già tutto il mondo parlava di lei e aveva letto il suo primo best seller Armocromia (Vallardi, 2019) seguito poi da un altro successo: Forme (Vallardi, 2020). 

Processed with VSCO with fs16 preset
Anche le mani (i polsi e le braccia) vogliono la loro parte: ecco come valorizzarli secondo Rossella Migliaccio 
Ha appena presentato il suo nuovo libro “Forme. La guida alle proporzioni per imparare a valorizzare e finalmente amare le nostre unicità”. Ne abbiamo approfittato per imparare da Rossella Migliaccio come valorizzare dita, mani e polsi. Partendo dagli smalti…
PARIS, FRANCE - OCTOBER 06: A guest wears a leather quilted Chanel bag, a tweed jacket, outside Chanel, during Paris Fashion Week - Womenswear Spring Summer 2021, on October 06, 2020 in Paris, France. (Photo by Edward Berthelot/Getty Images)
Maternity Beauty
Maternity Beauty: dalla dieta in gravidanza ai consigli di stile di Rossella Migliaccio
Il vademecum per 9 mesi all’insegna della cura di sé e delle nuove, straordinarie, forme del corpo. Dalla dieta in gravidanza ai trattamenti passando per  look ad hoc  

Con lei avevo parlato di mani, ma anche di corpo, di come questo possa cambiare e di come celebrarlo in qualsiasi momento. Avevo scoperto di essere un Inverno pieno pienissimo, con buona pace della mia parure d'oro che mi fa sempre un postumi della Comunione. Da allora è passato un anno e sebbene lo abbia speso - per la maggior parte - in leggings e felpone, ci sono stati momenti in cui mi sono chiesta “Ma poi la Rossella Migliaccio, questo look un po' wannebe Hailey Bieber me lo approverebbe?”. Senza contare la questione dell'essere, o NON essere, in palette

Vivo dunque con discreto giubilio l'arrivo della sua app per smartphone Armocromia. Una vera esperienza di shopping online (moda e beauty) resa possibile dall’ampissima selezione di prodotti da lei personalmente suddivisi per palette cromatica, body shape e facial shape.

La app per smartphone Armocromia di Rossella Migliaccio
La app per smartphone Armocromia di Rossella Migliaccio

“L’idea è nata proprio dal costante dialogo con i miei followers, dalle loro esigenze e da quello che era un loro desiderio” racconta Rossella.

La pandemia d'altronde ha cambiato radicalmente le abitudini di shopping degli italiani, con un incremento delle vendite online del 20% rispetto al periodo pre-Covid.

“Nonostante il boom, lo shopping online mostra ancora dei forti limiti: l’estrema abbondanza dell’offerta scoraggia il consumatore, che non sa come orientarsi. Inoltre, i filtri classici risultano insufficienti a scremare e non costituiscono una guida concreta all’acquisto” continua l'esperta.

La app, infatti, è in grado di selezionare e mostrare solo quanto, per toni, forme e stile è effettivamente adatto al consumatore, fornendo dei suggerimenti che possono, per chi lo desidera, immediatamente concretizzarsi in un acquisto online.

Questo si traduce in uno stile unico e non omologato, che mette al centro la persona e non le tendenze o i cosiddetti must-have. Inoltre, la selezione mirata consente di risparmiare tempo, denaro e spazio nell’armadio. 

Comprare meno e comprare meglio è quello che oggi chiedono i consumatori e anche il nostro pianeta” conclude Migliaccio.

La app per smartphone Armocromia di Rossella Migliaccio
La app per smartphone Armocromia di Rossella Migliaccio

MA COME FUNZIONA?  L’app è disponibile sia per iOS che Android ed è scaricabile gratuitamente dai relativi store. Armocromia offre: · Test accurati che guidano il consumatore alla scoperta della propria palette, della body shape e della forma del viso · Un ampio e-shop di moda e make-up filtrati in base alle caratteristiche dell’acquirente · Una selezione dei migliori brand nazionali ed internazionali, ma anche piccole e importanti realtà artigiane Made in Italy

La app Armocromia si avvale della preziosa collaborazione di numerosi brand partner che hanno sposato il progetto con entusiasmo, tra i quali Furla, Naj Oleari Beauty, Luisaviaroma, Pinko, Revlon e Sephora.



Continua a leggere

Lingerie Sposa: sotto l'abito, l'intimo più bello

Riti quotidiani, sogni, briciole di colazioni. Se esistesse una formula per catturare la vita sotto le coperte, queste sarebbero le materie prime. Ingredienti di cui anche il cinema è ghiotto, tra ironia di coppia e vita ordinaria. Un esempio? Declinati nei colori acidi degli Ottanta sono i genitori di Vic ne Il tempo delle mele, lei con un calzino sfilato, lui, goffo, in accappatoio blu, con la cornetta del telefono all’orecchio e panini da pregustare. 

Scarlett Johansson e Jonathan Rhys Meyers in Match Point
Scarlett Johansson e Jonathan Rhys Meyers in Match Point
Julia Roberts e Richard Gere in Pretty Woman (LMK/IPA)immagini dal film Pretty Woman (1990).
Julia Roberts e Richard Gere in Pretty Woman (LMK/IPA)
Supplied by LMK / IPA

Il connubio cibo e lenzuola tenta, nel dolceamaro Heartburn - Affari di cuore, anche la coppia sullo schermo Jack Nicholson e Meryl Streep, intenta a contendersi un megapiatto di spaghetti con i capelli ancora scompigliati dal sonno. Come dimenticare, poi, a proposito di letti, le riflessioni psicanalitiche dell’adorabile Diane Keaton accanto a Woody Allen in Io e Annie, pellicola il cui script è stato nominato il più buffo in lingua inglese della storia del cinema? Merito di strampalate confessioni freudiane occhi negli occhi, accanto a uno specchio e pile di libri. 

Dustin Hoffman e Anne Bancroft in Il Laureato
Dustin Hoffman e Anne Bancroft in Il Laureato
Jim Carrey e Kate Winslet in Se mi lasci ti cancello
Jim Carrey e Kate Winslet in Se mi lasci ti cancello

Non è, questo, solo un dettaglio per sceneggiatori (e arredatori). La camera, infatti, rivela quanto di più recondito risieda nell’animo dei personaggi di un film. In pochi metri quadrati. Pochissimi, come nel caso del nido d’amore che due neosposini anni Sessanta, Jane Fonda e Robert Redford, in A piedi nudi nel parco, dividono a Manhattan tra euforia, sentimento e primi litigi. Se si pensa, invece, allo sguardo, ingenuo e malizioso al tempo stesso, di Marie Antoinette alias Kirsten Dunst, riletta da Sofia Coppola, lo spazio della camera si dilata fino ad assumere le sembianze di un opulento scrigno, una ‘gabbia dorata’ che custodisce da occhi indiscreti la noiosa vita con Luigi XVI re di Francia, dipinto come poco avvenente, e le fughe clandestine palpitanti di vita. 

Hugh Grant e Julia Roberts in Notting Hill (Universal Pictures / Supplied by LMK / IPA)immagini del film Notting Hill (1999).
Hugh Grant e Julia Roberts in Notting Hill (Universal Pictures / Supplied by LMK / IPA)
Supplied by LMK / IPAHalle Berry e Pierce Brosnan in La morte può attendere
Halle Berry e Pierce Brosnan in La morte può attendere

E non è certo l’unico esempio nella storia in celluloide di folle passione. Da sempre, infatti, sotto le coperte risiede il luogo dello scandalo per l’industria cinematografica. E' il caso anche della liaison, sbocciata nel pieno dell’America benestante come una sottile critica alle convenzioni, tra un giovanissimo Benjamin- Dustin Hoffman e Mrs Robinson- Anne Bancroft ne Il laureato. Tutt’altro che realistico è, invece, l’universo che risveglia Kate Winslet e Jim Carrey, ancora sotto il piumone, inaspettatamente su un letto in riva al mare, in quel mix di romanticismo e fantascienza chiamato Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry. 

Roger Moore e Jane Seymour in Agente 007 – Vivi e lascia morire
Roger Moore e Jane Seymour in Agente 007 – Vivi e lascia morire
Justin Timberlake e Mila Kunis in Amici di letto
Justin Timberlake e Mila Kunis in Amici di letto

E che dire, poi, in un balzo indietro nella storia del cinema italiano, della patina di noia condita di ironia al vetriolo che ha il volto della coppia sullo schermo Alberto Sordi-Monica Vitti, lei intenta a leggere un quotidiano appoggiata al cuscino e lui, indifferente, a imburrare fette biscottate in Amore mio aiutami? Scene teatrali, buffe, talvolta tragicomiche, rese indimenticabili da registi di ogni epoca. Oggi come ieri, di “bedtime stories”, citando un album di Madonna, quasi ogni set sembra non poter fare a meno. E poi c’è la vita reale, fatta di sveglie che suonano troppo presto e promesse sussurrate giorno dopo giorno. Con una buona dose di tenera spensieratezza: la stessa evocata da due attori convolati a nozze nei Cinquanta, Susan Stephen e Lawrence Ward, colti dall’obiettivo fotografico, poco tempo dopo il matrimonio, in un candido abbraccio.

E voi, per la vostra prima notte di nozze cosa avete indossato o casa indosserete? Ecco le proposte di lingerie sposa dei cult brand di intimo per questa stagione.

In apertura: Michael Douglas e Sharon Stone in Basic Instinct

Agent Provocateur
Agent Provocateur
Blubella
Blubella
Blubella
Blubella
Hanky Panky @ net-a-porter.comHanky Panky
Hanky Panky @ net-a-porter.com
© YOOX NET-A-PORTER GROUPHanky Panky @ net-a-porter.comHanky Panky
Hanky Panky @ net-a-porter.com
© YOOX NET-A-PORTER GROUPEres
Eres
La Perla
La Perla
La Perla
La Perla
Agent Provocateur
Agent Provocateur
Intimissimi
Intimissimi
Intimissimi
Intimissimi
Plesurement
Plesurement
Plesurement
Plesurement
La Perla
La Perla
La Perla
La Perla
Stella McCartney
Stella McCartney
Agent Provocateur
Agent Provocateur
Intimissimi
Intimissimi
Anine Bing @ net-a-porter.comAnine Bing
Anine Bing @ net-a-porter.com
© YOOX NET-A-PORTER GROUPLa Perla
La Perla
La Perla
La Perla


Continua a leggere

Il giorno in cui ho in programma di incontrare la celebre artista anglo-americana Chantal Joffe nel suo studio, nella parte settentrionale di Londra, niente va come previsto. La notte precedente ho lavorato fino a tardi e adesso ho gli occhi cerchiati e sono carica di adrenalina.

Il mio piano di passare in rassegna capi e colori per decidere cosa indossare e la versione di me stessa con cui presentarmi viene mandato in fumo da una lite con mia figlia, da un’assurda e nevrotica ricerca di un paio di capi intimi dotati di virtù talismaniche, dal messaggio di un’amica malata e dall’urgentissimo editing di un servizio. Arrivo nei miei Levi’s consunti, protetta solo da una giacca di Chanel rosa shocking. Spalle strutturate per fortificarmi con un’effimera illusione di sicurezza dopo un anno di mise da maschiaccio e varie sperimentazioni a casa e sul lavoro. Porto con me una gigantesca borsa sportiva, piena di idee degne di una personalità multipla, come se dovessi vestire una classe per una rappresentazione teatrale. Mi rendo conto che spesso, nella mia cosiddetta vita da modella, per un solo giorno di lavoro riempio la borsa come se dovessi andarmene da casa per sempre.

Laura Bailey nello studio londinese di Chantal Joffe (foto Isabelle Young). Modella scrittrice, Bailey è contributor di “British Vogue”.
Laura Bailey nello studio londinese di Chantal Joffe (foto Isabelle Young). Modella scrittrice, Bailey è contributor di “British Vogue”.
ISABELLE YOUNG

Joffe mi accoglie in strada, la mascherina sul viso, vestita delle sue immancabili righe alla Pollock. Saliamo le scale, due donne che soppesano, immaginano, si chiedono come sarà. Condividere, anche se per poco, l’intimità dello spazio creativo di un’artista, il suo mondo segreto, rappresenta uno straordinario privilegio. Le voci nella mia testa ammutoliscono e sono colta da una sensazione di libertà che mi spinge a raccontare me stessa. Le dico cose che i miei migliori amici ignorano. C’è sicurezza, fiducia. Ci decidiamo per una gonna vintage di seta color pesca di Comme des Garçons e un top di Bardot blu scuro e avorio che ho trovato in un mercato dell’usato ad Antibes alcune estati fa. Durante il tragitto in taxi, avevo già cominciato a raccogliermi i capelli e mi ero messa un po’ di khol. Joffe disegna il contorno dei miei piedi – calzini a rete lunghi fino alla caviglia e sandali di Chanel – sul pavimento dello studio, in modo che io possa sempre ritrovare la posizione. Alla fine non combiniamo nulla. Work in progress. Ma adesso i miei piedi sono lì, forse per sempre, come un tatuaggio. Segnati con una X. Ammiro da tanto tempo il lavoro di Joffe, il suo stile pittorico audace e fluido, lo storytelling intergenerazionale al femminile. Donne eroiche, madri, figlie. L’ordinario che diventa straordinario. Opere al tempo stesso seducenti e allarmanti, in cui l’artista sovverte la piacevolezza dell’apparenza. C’è una potente fisicità al lavoro, insieme a un senso di bellezza ribelle, una presenza muscolare che emerge a prescindere dal soggetto ritratto, si tratti di familiari, amici o sconosciuti. Sorridono, pattinano, fanno sesso, nuotano, partoriscono o semplicemente osservano... Tutto vagamente inquieto e inquietante: un capo di maglia color pastello o un costume da bagno a righe che rimanda a un’idilliaca pièce pastorale, un sorriso forzato, occhi spenti che evocano un paradiso perduto, o cercato.

(Continua)

In apertura: “Laura in Stripes”, 2021, l’opera realizzata da Chantal Joffe ad hoc per le pagine di Vogue Italia. Fino al 31 luglio, l’artista inglese è in mostra a Londra alla galleria Victoria Miro.

Leggete l'articolo integrale sul numero di giugno di Vogue Italia, in edicola dal 4 giugno


Continua a leggere

La nuova mostra Damien Hirst Archaeology Now ha appena inaugurato - grazie al prezioso supporto di Prada - alla Galleria Borghese di Roma, dove sarà visitabile fino novembre 2021

La nuova mostra di Damien Hirst ha finalmente inaugurato a Roma, presso gli spazi del museo in Piazzale Scipione Borghese. La personale dell'artista britannico, resa possibile grazie al generoso supporto di Prada, da sempre vicina al mondo dell'arte, presenta oltre 80 opere dalla serie Treasures from the Wreck of the Unbelievable - esposta per la prima volta a Venezia nel 2017 a Palazzo Grassi e a Punta della Dogana - oltre ai dipinti del 2016 Colour Space, in Italia per la prima volta, e all'imponente scultura Hydra and Kali, visibile nello spazio esterno del Giardino Segreto dell’Uccelliera.

Il progetto, curato da Anna Coliva e Mario Codognato, si snoda tra le sale del museo di Galleria Borghese affiancando i capolavori antichi della statuaria romana classica, della pittura italiana del Rinascimento e di quella del Seicento, e le più importanti sculture di Bernini e Canova. Le sale della celebre villa romana voluta dal Cardinale Scipione Borghese, infatti, presentano una ricca e originale varietà di materiali e colori: marmi, stucchi, mosaici. E i lavori di Hirst, realizzati in marmo, bronzo, corallo, cristallo di rocca e pietre dure, sembrano completare la molteplicità di invenzioni e tecniche di questo contesto unico, e insieme esaltare il desiderio di multiformità del suo stesso fondatore.

All’evento hanno partecipato – alla presenza del Ministro della Cultura Dario Franceschini, della Direttrice della Galleria Borghese Francesca Cappelletti e dei curatori - ospiti provenienti dal mondo della cultura, dell’arte, della moda e del cinema - tra i quali Jordan Anderson, Pappi Corsicato, Matilda De Angelis, Renato De Maria, Antonio Dikele Distefano, Isabella Ferrari, Gabriele Mainetti, Tamu McPherson, Aya Mohamed, Fabio Mollo, Pierpaolo Piccioli, Paola & Pamela Ameyibor, Alessandro Roja, Alba Rohrwacher, Riccardo Scamarcio, Stefano Sollima, Aimee Song, Niki Wu Jie.

Mario Codognato e Anna ColivaGetty Images for PradaRiccardo ScamarcioGetty Images for PradaMarmo di Carrara e rubellite. Collezione privataCerbero (ornamento di tempio), 2009
Marmo di Carrara e rubellite. Collezione privata
Alberto Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. Matilda De AngelisGetty Images for PradaAntonio Dikele DistefanoGetty Images for PradaBronzo. Collezione privataHydra and Kali, 2015
Bronzo. Collezione privata
Alberto Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. Pierpaolo PiccioliGetty Images for PradaIsabella Ferrari e Renato De MariaGetty Images for PradaVernice lucida su tela. Collezione privata
Marmo rosso e agata bianca. Collezione privataVerde sottobosco, 2016 e Il teschio sotto la pelle, 2014
Vernice lucida su tela. Collezione privata Marmo rosso e agata bianca. Collezione privata
Alberto Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. Jordan AndersonGetty Images for PradaAlba RohrwacherGetty Images for PradaBronzo. Collezione privata
Marmo di Carrara. Collezione Galleria BorgheseNudo dall’Antica Grecia, 2013 - Ratto di Proserpina di Gian Lorenzo Bernini, 1621-1622
Bronzo. Collezione privata Marmo di Carrara. Collezione Galleria Borghese
Alberto Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. Aimee SongGetty Images for PradaAya MohamedGetty Images for PradaBronzo. Collezione privataTadukheba, 2010
Bronzo. Collezione privata
Alberto Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. Claudia Ranieri e Alessandro RojaGetty Images for PradaStefano SollimaGetty Images for PradaBronzo blu. Collezione privataNettuno, 2011
Bronzo blu. Collezione privata
Alberto Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. Niki Wu JieGetty Images for PradaPaola and Pamela AmeyiborGetty Images for PradaBronzo. Collezione privataArciera, 2013
Bronzo. Collezione privata
Alberto Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. Gabriele Mainetti e Alice Vicario Getty Images for PradaFabio MolloGetty Images for PradaMarmo rosa. Collezione privataDonna distesa, 2012
Marmo rosa. Collezione privata
Alberto Novelli © Galleria Borghese – Ministero della Cultura © Damien Hirst and Science Ltd. Francesca CappellettiGetty Images for Prada


Continua a leggere

Moda autunno inverno 2021: la collezione The Attico immersa nella natura di Ibiza

Dopo il tentativo perfettamente riuscito di Life at Large e il viaggio a Cape Town tra body consciousness e benessere totalizzante, Gilda Ambrosio e Giorgia Tordini volano a Ibiza per continuare ad esplorare tutte le libertà dello stile The Attico. In linea d’aria, una spontaneità ritrovata dall’animo grunge; in valigia, l’inaspettata collezione autunno inverno 2021.

The Attico Fall Winter 21
The Attico Fall Winter 21

Come As You Are, come il titolo di una delle più belle canzoni che siano mai state scritte. Vestirsi, come un rituale del tutto personale, mentre i drappeggi improvvisi, i tagli vivi e i pattern espressivi dei nuovi capi comfy-chic compongono infiniti biglietti di sola andata per una nuova plurale visione del presente.

The Attico Fall Winter 21
The Attico Fall Winter 21

Visti i post degli ultimi giorni, la moda rivela lo spirito del presente e della home di Instagram. Chiunque dica di non aver visto almeno una storia del tramonto, uno screenshot della prenotazione per le vacanze, o una caption dedicata a uno spritz davanti al mare della più voluttuosa isola baleare, mente. In un turbinio di cambiamenti, The Attico esplora nuove raison d’être per scoprire ogni angolo del mondo e conquistare sempre più giovani donne.

The Attico Fall Winter 21
The Attico Fall Winter 21

Ibiza è lo sfondo della nuova avventura intrapresa da Gilda e Giorgia. Non solo per il lifestyle edonista da condurre in riva al mare, ma anche per abbandonarsi ai propri pensieri, immergendosi nella bellezza di scenari senza barriere e per perdersi con la mente di fronte al mare aperto. Mindset ideale per vivere in piena libertà, tra party, astri e paesaggi indimenticabili. La campagna, che ritrae le protagoniste immerse nella natura, è stata curata dal direttore creativo Louis Burguet e fotografata da Vito Fernicola.

The Attico Fall Winter 21
The Attico Fall Winter 21

Dritto al cuore della collezione, le texture ricoprono un ruolo fondamentale. In un’introspettiva e rilassante prova d’improvvisazione, i capi nascono per essere mescolati, stratificati, sovrapposti liberamente. Le grosse maglie lavorate conferiscono sensibilità ai maglioni e agli abiti, mentre rasi lucenti, velluti sensuali e frange scintillanti esaltano l’inconfondibile allure che, da sempre, distingue il brand milanese. Tra ricami di cristalli e visioni tie-dye, ganci e moschettoni aggiungono un tocco urban agli elementi sartoriali, dal tailoring minimale ai drappeggi spontanei.

The Attico Fall Winter 21
The Attico Fall Winter 21

In un perfetto quanto inatteso scenario per la prossima stagione invernale, i toni neutri delle coste rocciose, come il kaki, il beige e il bianco, incontrano il blu delle profondità del mare e gli accenti vivaci del tramonto, dal turchese, al lilla, al pistacchio, e dal fucsia all’arancione e al rosso.

La collezione Come As You Are è già disponibile online, sul sito ufficiale del brand e presso i retailer selezionati.

The Attico_Fall Winter 21_01.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_02.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_03.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_04.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_05.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_06.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_07.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_08.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_09.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_10.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_11.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_12.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_13.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_14.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_15.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_16.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_17.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_18.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_19.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_20.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_21.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_22.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_23.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_24.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_25.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_26.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_27.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_28.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_29.jpgVito FernicolaThe Attico_Fall Winter 21_30.jpgVito Fernicola


Continua a leggere

Semmai dovessimo nominare un’artista che ci è venuta in soccorso durante la pandemia, questa è proprio Miley Ray Cyrus. Durante quei primi mesi, la cantautrice, attrice, attivista e filantropa ci ha intrattenuti e istruiti grazie alle serie andata in onda live su Instagram – e vincitrice di un Webby - Bright Minded, con ospiti come Selena Gomez, Hailey Bieber, la drag queen Trixie Mattel, lo YouTuber Rickey Thompson e tanti altri ancora.

Nel corso della sua carriera, la pop star (28 anni) ha mantenuto la capacità di intrattenere il pubblico, a suon di mega hit tra cui Wrecking Ball e la più recente Midnight Sky, ma anche di educare attraverso la sua organizzazione non profit Happy Hippie Foundation, che appoggia i giovani nella lotta contro le ingiustizie affrontate quotidianamente dai senza tetto, dalla comunità LGBTQ+ e, in generale, dalle persone più vulnerabili.

Il 10 giugno, collaborerà insieme al gelato Magnum per dare vita ad un concerto virtuale in 8D. Durante il Miley x Magnum, la cantante si esibirà in alcuni dei suoi più grandi successi tratti da Plastic Hearts (che include duetti con Dua Lipa e Billy Idol) e in una cover esclusiva di un classico targato 1986, Midas Touch di Midnight Star, ribattezzato Miley’s Touch.

In questa intervista in esclusiva per Vogue, Miley Cyrus si apre per parlare di fama, moda e famiglia.

Durante il lockdown, hai creato una serie TV, Bright Minded, di cui sono una grande fan. Come definiresti quell’esperienza con il senno di poi?

Bright Minded è stata concepita per incoraggiare la gente a utilizzare quel momento – che non ci dava altre scelte se non quella di interiorizzare – per guardarci dentro e esplorare noi stessi. Allo stesso tempo non c’erano molte altre esperienze all’esterno che potessimo fare, il che ci ha dato l’opportunità di scoprire noi stessi, strato dopo strato, spingendoci nel profondo e andando a sondare anche ciò che non avevamo mai avuto tempo di approfondire in passato”.

Si parla molto dell’impatto dei social media. Bright Minded è stato un ottimo esempio di come utilizzarli in maniera positiva. Come approcci gli aspetti più negativi dei social?

“I social media rappresentano uno strumento importante per connettersi agli altri e iniziare conversazioni interessanti. Danno voce alla gente. Sono anche un modo per riflettere su chi sei, rivelare qualcosa di te, raccontare una storia e, in generale, entrare in contatto con persone affini”.

Miley Cyrus.jpgVijat MohindraIn cosa la tua splendida madrina, la leggenda del country, Dolly Parton, è per te fonte di ispirazione?

“Lo è in tantissimi modi: Dolly mi ha spronata a esprimere e celebrare ogni strato del mio essere e ogni versione di me. Ha avuto una carriera stabile ma anche un’evoluzione incredibile. C’è stata coerenza e crescita allo stesso tempo. E sia che si parli di lei come performer, attrice, musicista, attivista, della sua autoironia o del suo rapporto con la propria identità e immagine, quello che ne risulta è una persona estremamente multi sfaccettata”.

Cosa ne pensa Dolly della cover che hai realizzato della sua Light Of A Clear Blue Morning per il Saturday Night Live ?

“Le è piaciuta tantissimo! Mi ha mandato un fax per dirmi che si sentiva onorata per il fatto che, nel giorno della Festa della Mamma, avessi scelto di dedicarla proprio a lei. La mia madrina”.

La tua prossima cover sarà quella di Midas Touch di Midnight Star in occasione del concerto virtuale. Come è la tua voce in 8D e come mai hai scelto questa canzone?

“L’ho scelta perché mi ha permesso di personalizzarla e renderla Miley's Touch. L’esperienza del suono in 8D è molto immersiva. Sono molto contenta che i miei fan possano ascoltarla in questo formato in quanto la sensazione è quella di avere il pubblico accanto a te e alla band e il risultato è quello di una performance molto intima. Proprio grazie alla tecnologia 8D l’esperienza del suono diventa ‘multistrato’”.

Che rapporto hai con la moda e come si è evoluto il tuo stile?

“La moda per me è un po’ come portare la propria pelle al contrario. Significa indossare le tue emozioni, le sensazioni di pancia, i tuoi valori, la tua identità. È come ‘avere addosso’ il proprio dolore e la propria gioia. È un processo quasi fanciullesco. Quando ti vesti, da bambino, ti senti portentoso. Non presti attenzione a cosa penserà di te la gente o a come ti giudicherà. Vestirsi è una semplice espressione di te stesso e di come ti senti quel giorno. Quindi, quando mi vesto, cerco di mettermi nei panni del fanciullino che è dentro di me e di essere onesta e autentica indipendentemente da cosa indosso”.

Le persone sono formate da tanti strati. Quali parti di te hai tenuto segrete e come mai?

“Beh, se rispondessi a questa domanda non terrei nulla di segreto per me! Ho un rapporto molto intimo e stretto con la mia famiglia. Ma, come tutte le famiglie, siamo anche un’entità complessa e accettiamo e celebriamo le reciproche diversità. Io e i miei fratelli e le mie sorelle abbiamo tanto in comune e anche grandi cose che ci differenziano. Lo accettiamo e non ci giudichiamo. Nella nostra famiglia l’amore incondizionato viene sopra ogni altra cosa”.

Vijat MohindraDi recente hai dedicato un post al quarto anniversario di Malibu, una delle tue canzoni d’amore più schiette e vulnerabili. In che modo la musica ti aiuta a dare un senso alla vita, all’amore, alla perdita, al dolore, alla gioia e a ogni altra emozione?

“Credo che la sofferenza sia diversa per ognuno di noi. Proviamo tutti l’esperienza del dolore, della perdita e della tristezza nel corso della nostra vita ma anche quella della gioia, dell’amore e della felicità. Quella canzone è dolceamara in quanto rappresenta una riflessione su un periodo pieno di amore e vita ma che ora ha significato molto diverso rispetto a quando l’ho scritta. È un testo complesso perché ha in sé tutta una gamma di sentimenti diversi”.

Plastic Hearts attinge a piene mani dal glam anni 80 e dal pop antemico mentre in passato ti eri fatta coinvolgere da sonorità hip-hop, rock e country, ovviamente. Cosa ascolti al momento e in che modo troveremo i tuoi gusti riflessi nel tuo prossimo album?

“Amo la musica da quando sono nata ma non si è mai trattato di un genere specifico. Ho sempre ascoltato, amato e trovato qualcosa con cui identificarmi in ogni tipo di musica, dal country, al blues passando per il jazz e il pop. Mi ritrovo in tutto”.

Hai collaborato con tantissime star - Joan Jett, Dolly, Stevie Nicks, Elton John, RuPaul ma anche Dua Lipa, Mark Ronson, Ariana Grande e Britney Spears. C’è ancora qualcuno con cui vorresti lavorare?

“Ci sono sempre nuovi artisti emergenti molto interessanti. Adoro Billie Eilish. La trovo assolutamente cool. Amo lei e il suo messaggio. Mi piacerebbe molto lavorare assieme”.

Rock o pop? Puoi sceglierne solo uno.

“Dipende dal mio stato d’animo. A volte la decisione più dura della giornata è scegliere tra Britney [Spears] e Courtney [Love]. Sono queste di solito le mie decisioni più difficili. I miei dilemmi più grandi”.

Che consiglio ti daresti per i prossimi 10 anni?

“Mi consiglierei di rimanere aggiornata, di continuare a informarmi e di non smettere mai di imparare. Di evolvere e essere consapevole delle evoluzioni che accadono intorno a me. Mi direi di restare al passo con la prossima generazione, guardando cosa fa e a cosa si interessa. Va bene rispettare e celebrare ciò che è stato ma cosa succede se non guardi avanti? Diventi come Billy Ray Cyrus [suo padre] che non ha il wifi (ride)”.

Qual è un consiglio che non dimenticherai mai?

“È qualcosa che mi ha detto mio papà: ‘Un periodo difficile non deve diventare un motivo per darsi per vinti’”.

Miley Cyrus collabora con il gelato Magnum per diffondere il messaggio del #ShowYourLayers e del rimanere autentici rispetto a ciò che ci dà piacere. Il 10 giugno alle 20.30 sul suo canale YouTube si esibirà in un concerto esclusivo in 8D.



Continua a leggere

Solace LondonNeedle & ThreadAlice + OliviaRixoLà FuoriFederica TosiVernisseAtelier EméDiane Von FurstenbergMax MaraMajeTwinset MilanoSister JanePinkoHot SquashSelf-PortaitLes CopainsGantSandro ParisRalph LaurenLuisa SpagnoliBeatrice .bAmoteaL'Autre ChoseReformationWeili ZhengSfizioTory Burchforte_forteTrussardi

Ci siamo: l’invito al matrimonio di un vostro amico o di un parente è arrivato. E insieme a esso, la voglia – finalmente – di indossare qualcosa di bello, qualcosa di nuovo, togliendosi uno sfizio fashion. Già avevamo selezionato per voi 30 abiti giusti anche per una cerimonia importnate come un matrimonio, ma per tutte le tasche (ovvero sotto i 200 euro). Ma ci sono donne che non si accontentano. Che temono, forse, di non essere all’altezza delle altre invitate o, addirittura, di essere magari vestite con il medesimo look di un’altra ospite. O, semplicemente, per le quali ogni invito a nozze è una ghiotta occasione per un bel giro di shopping. Il loro desiderio, insomma, è di essere la più bella del ricevimento, meglio se con un abito elegante e, possibilmente, griffato. Ecco, per loro, questi altri 30 abiti dal budget più importante ma che comunque non superano i 500 euro.

Sono tutti modelli eleganti ma diversi tra di loro, adatti per ogni stile. E sono accomunati dall’essere in perfetta tendenza Primavera/estate 2021. Lunghi fino al ginocchio oppure oltre la caviglia, monocolore o dalle stampe variopinte, a manica lunga o monospalla, più casual o elegantissimi: nella gallery troverete il vestito che vi farà sentire la più bella dalla cerimonia al party, e che potrete tranquillamente indossare per tutta l’estate, che voi siate in città oppure in vacanza. Garantiamo noi, ne varrà l’investimento.

LEGGI ANCHELe amiche della sposa: quando l'invitata al matrimonio vuole essere anche posh

LEGGI ANCHEAbiti da sposa: è il momento di un modello romantico à la «Bridgerton»



Continua a leggere

Proud to be uniqueProud to be uniqueProud to be uniqueProud to be uniqueProud to be uniqueProud to be uniqueProud to be uniqueProud to be uniqueProud to be uniqueProud to be uniqueProud to be uniqueProud to be uniqueProud to be unique

Tutta la moda rainbow, nel servizio del numero 24/25 di Vanity Fair in edicola fino al 22 giugno 2021.

Servizio di Gaia Fraschini, foto Alberto Zanetti.

Hanno collaborato: Greta Tedeschi, Angelica Torelli e Martina Amato. Make-up: Chiara Guizzetti@ greenappleitaly.com. Hair: Alessandro Squarza@ greenappleitaly.com per James Parrucchieri@Wella Professionals Italia e Liv Holst@ W-MManagement using Mr Smith. Nail Artist: Simone Marino@ greenappleitaly.com. Manicure Jessica Iaquinangelo @EtoileManagement e Lorena Del Salto @greenappleitaly.com. Body Artist: Lorenzo Zavatta per wemakeup.it. Talents: Jibriil Ollow@Brave, Alina Egorova@Fabbrica, NyawargakGatluak@Select, Marie Louwes@Fashion, Abril@Persona, Renda@DManagement, Paula Soares@ Elite, Khris@Street People Casting, Yana Dobrolyubova@ Select, Makenna Cart@ Fabbrica, Mira Meijer@ DManagement, Pak@Crew, Samuel Love@The Claw, Daria Zolotova@Monster, Aron Vitor@ILove, Martina De Pretto@Fabbrica, Davy Swart@ Urbn, Guilherme Keim@Crew, Clara@Street People Casting, Mahdi Mezzoudji@Women, Rebecca De Luca e Giulia Cappelletti. Per Thomas Costantin, Nicole Orlando e Stephanie Glitter si ringrazia Stefano Manclossi – New Media Talent Management. Grazie anche a Living Suites e Bar, Slowear e Spazio Pio XI.

Per abbonarti a Vanity Fair clicca qui.



Continua a leggere

Avete i capelli ricci ma desiderate siano riccissimi? Avete una capigliatura a boccoli ampi e regolari e volete più definizione? Siete delle chiome mosse e sognate beach waves da mare? La schiuma per capelli è il prodotto per lo styling che fa al caso vostro. Vediamo come utilizzarla in questa guida all'acquisto, dove troverete anche una classifica delle migliori marche di schiume per capelli in commercio, selezionate in base alla tipologia di capelli e alla professionalità del prodotto.Continua a leggere

Continua a leggere