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BEAUTY NEWS

Il percorso di Angel Chen sembra inarrestabile e in ascesa verso il successo internazionale: dal suo inizio a diciassette anni alla Central Saint Martins, ai primi passi nella Grande Mela, fino al debutto sulle passerelle di Milano. La designer originaria di Shenzhen propone una moda sempre più matura in cui riassume ogni aspetto della propria vita a cavallo fra Est e Ovest, dalla Cina passando per l'Italia e gli Stati Uniti, ha affermato il suo nome fra i creativi più brillanti della rinomata fashion scene cinese, grazie al taglio espressivo e colorato delle sue collezioni.

Fra le novità più recenti, oltre alla partecipazione alla serie di Netflix ‘Next in Fashion’ nel 2019, Angel Chen inizia la collaborazione con adidas che porta alla realizzazione di quattro nuove sneakers, presentate in due colori ciascuna, in un mood pop fra lo stile anni ‘80 e ’90.

La capsule prende ispirazione dalla calligrafia cinese e dagli sport più in voga nell’Est come il ping pong e il kung- fu, trasformati attraverso il design delle scarpe in grafiche ricche di colori e silhouette esagerate. Proprio come nella moda di Angel Chen anche le sneakers risaltano per i forti contrasti cromatici in cui spiccano in un effetto color block il giallo caldo del modello Ozweego (che si ispira alle arti marziali cinesi), il rosso dei manici delle racchette da ping pong per  Magmur e il blu elettrico delle Kiellor. Il modello Sleek, invece, ricalca i classici del brand adidas, rivisitati attraverso delle grafiche visibili in trasparenza dalle suole.

La capsule collection adidas Originals by Angel Chen sarà disponibile worldwide dal 9 luglio 2020 online e negli store Adidas.

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Sono passati quasi vent’anni dalla prima intervista che feci a Guè Pequeno, all’epoca noto ancora come Il Guercio e membro del trio Club Dogo (assieme a Jake La Furia e Don Joe), il gruppo che più di ogni altro ha contribuito a traghettare il rap in Italia da feticcio per pochi carbonari a linguaggio intragenerazionale. Non so se all’epoca Guè credesse di diventare mai un punto di riferimento per la scena musicale italiana – io di certo no, visto quanto era conservatore l’ambiente discografico dell’epoca e quanto fosse difficile uscire dai soliti giri dell’underground.

Ma negli anni, prima frequentandolo, poi lavorandoci insieme, infine assistendo alla sua crescita da distanze crescenti, ho potuto constatare come una visione artistica a 360°, unita a un’etica lavorativa da professionista (che oggi troppi dimenticano di sottolineare, quasi che il successo gli sia caduto in mano dal cielo), stesse facendo breccia attraverso le numerose barriere culturali che fino ad allora avevano consentito solo successi più o meno passeggeri a pochissimi artisti. E questo fin dal principio, quando di soldi ce n’erano pochi e improvvisazione tanta: ricordo i brainstorming per il logo dei Dogo, le idee per i concetti dei primi set fotografici (li chiamo così, ma è fargli un complimento) e dei video e soprattutto, una volta arrivati i primi successi, ricordo i racconti di pellegrinaggi attraverso la penisola fatti per consolidare un successo che non era mai dato per garantito.

Ecco: per tutti questi motivi non sono affatto meravigliato di ritrovare Guè, quasi dieci anni dopo l’ultima volta in cui ci eravamo visti di persona, non più in un parco o in un pub, bensì in uno studio con tutti i crismi e assistenti che servono da bere, con il settimo album da solista – Mr. Fini – uscito da pochi giorni, e con un Datejust al polso che segna in dodici rate del mutuo i gradi di separazione tra le nostre vite.

Ecco: se non sapessi la fatica che c’è dietro a quel segnatempo, forse rosicherei. Invece sono curioso di sapere cosa lo ha spinto a lanciarsi in un nuovo giro di giostra discografico quando, a ben pensarci, a questo punto della carriera ha solo da perderci.

Gué Pequeno, Mr. Fini
Gué Pequeno, Mr. Fini

La prima impressione che ho avuto al termine dell’ascolto di Mr. Fini è che è un album denso. Forse più di quelli attualmente in circolazione, sicuramente più del tuo disco precedente, Sinatra. 17 tracce sono tante, oggigiorno… Quando l’ho concepito avevo in mente certi classici di metà anni Zero come Tha Carter I e II di Lil’ Wayne. La tendenza contemporanea – il disco da dieci tracce da tre minuti l’una – non m’interessava, perché volevo fare un disco che da un lato sottolineasse il mio status, e dall’altro racchiudesse tutte le influenze che compongono la mia identità artistica. In altre parole, non mi interessava seguire l’hype e mettermi in competizione diretta con l’ultimo degli esordienti, ma fare qualcosa che suonasse senza tempo. Difatti dentro puoi sentire influenze che vanno dal pop anni ’80 al reggae, alla dub, al rap puro e così via. Però non è un compendio per nostalgici, capiscimi bene, a me la roba attuale piace tantissimo, semplicemente non l’ho replicata 1:1 ma l’ho reinterpretata.

In effetti c’è poco autotune – perlomeno rispetto alla media. Però tra tutte quelle influenze che hai citato mi pare che manchi il rap classico, col quale pure sei cresciuto, e che anche commercialmente sta tornando in vista da qualche anno a questa parte. Invece c’è, nella misura in cui alcuni pezzi sono rappati dall’inizio alla fine – come Il Tipo – oppure dove campiono un loop di chitarra come si faceva nella seconda metà degli anni ’90, tipo Nas con The Message o AZ con S.O.S.A. Se invece ti riferisci all’estetica vintage fatta di beat senza batteria e campioni cupi, non la seguo perché non m’interessa. La trovo manieristica tanto quanto la trap più banale e, anzi, rispetto a quest’ultima è pure un po’ ipocrita. Perché se da un lato c’è la fila per perculare il ragazzino che copia tutto dagli americani, dallo slang ai gang sign – e ci sta, eh, è oggettivamente ridicolo – dall’altro c’è un’aura di rispettabilità immotivata. Cos’è, solo perché in America sta roba la spinge Virgil Abloh allora è lecito copiarla? Alla fine si torna sempre al discorso dell’hype e degli endorsement: ti garantisco che se oggi mi mettessi a dire su Instagram che tu sei il nuovo Post Malone o che io mi merito il Premio Strega, parecchia gente ci crederebbe.

Volendo vedere il bicchiere mezzo pieno, di buono c’è che, a differenza di un tempo, oggi è più facile avere uno sbocco professionale. Ma infatti non vorrei scadere nella diatriba generazionale, anche perché pur non essendo mai stato un fan del rap italiano, oggi lo trovo migliore di quello di un tempo, malgrado vi sia un generale appiattimento su uno specifico suono e su uno specifico stile. Detto questo, trovo improduttivo focalizzarsi negativamente sui mille cloni di uno Sfera Ebbasta, perché così si trascurano le qualità di quest’ultimo e non si impara niente. Guarda infatti le critiche: per una fetta d’Italia il problema di Sfera sarebbe che usa trenta parole in una canzone, magari pure semplici, e questo non fa abbastanza intellettuale. Però le sue trenta parole sono evocative! E chiunque abbia mai preso una penna in mano dovrebbe sapere che essere sintetici è molto più difficile che dilungarsi – io stesso non sempre ci riesco e compenso in altri modi, ma sta di fatto che non mi si può dire che uno come lui non sia bravo solo perché altri lo copiano male, men che meno che un intero sottogenere sia una schifezza.

Beh, quello è un problema di critica. Un tempo c’era, nel bene e nel male, mentre adesso mediaticamente non esiste più. Mah, si è passati da un estremo all’altro. Oggi vale tutto, mentre all’epoca dei Club Dogo c’era chi ci faceva storie perché parlavamo di far soldi o di droga, e questo per alcuni era copiare. Quando in realtà noi adattavamo una grammatica – sicuramente! – americana, ma ciò che descrivevamo era al 100% italiano.

Un’efficace traduzione culturale è forse esattamente ciò che ha segnato tutto il tuo percorso artistico, prima nei Dogo e poi da solista. E con successo, direi. Dopo 20 anni che fai musica è cambiato qualcosa? L’unica cosa cambiata è che adesso, pur restando un artista da classifica, sono abbastanza tranquillo da guardare oltre alla competizione più immediata. Intendiamoci: voglio comunque avere dei bei risultati, e l’ansia da prestazione c’è sempre, ma non sento più di dovermi misurare con la qualunque. Perfino in Italia, ormai l’hip hop ha un bacino di ascoltatori che va dai 10 ai 40 anni e copre tutti i ceti sociali – dall’operaio al gallerista fino al criminale – quindi è possibile sviluppare individualità e percorsi che rispecchiano età, esperienze e gusti diversi. Lo dimostra, in tempi recenti, il successo avuto da Marracash, la cui maturazione artistica è innegabile. Ecco: penso che quella che ho dimostrato io in Mr. Fini sia paragonabile alla sua, ovviamente muovendomi su un percorso parallelo.

Musica
Intervista a Marracash: il nuovo album Persona
“Mancavo da talmente tanto tempo sulla scena che quando ho iniziato a scrivere i pezzi mi sono trovato nella situazione privilegiata di quello che non ha niente da perdere”

Parlando di maturazione: ho notato una certa amarezza di fondo in molti tuoi pezzi, anche quelli formalmente più materialisti, come se un po’ ti fossi stufato di certe cose. È vero? A livello introspettivo? Ti riferisci a Stanza 106? Beh ma quello l’ho sempre fatto, fin dai tempi de La stanza dei fantasmi

No: quelli erano episodi circoscritti. Qui invece l’atmosfera pesante avvolge quasi tutto l’album, con pochissime eccezioni. Magari è un aborto della mia fantasia, per carità… Ok, ora capisco cosa intendi. Le risposte sono tante: banalmente, la prima è che comunque la vita che conduco non è una passeggiata di salute. Di esperienze negative sul fronte degli amici, delle donne, dei soldi e altro ne ho avute, perciò è inevitabile che in qualche modo perfino i pezzi più sboroni rispecchino questi aspetti. In secondo luogo, per come sono fatto io e per quelle che sono le mie influenze musicali e letterarie, di scrivere di quanto sono felice e contento non me ne frega assolutamente niente e, anzi, è proprio quando riporto i miei momenti più oscuri che sento di riuscire a comunicare meglio. In generale penso che sia il lato oscuro delle cose quello che consente a chiunque di esercitare e provare empatia col prossimo. Infine, forse proprio perché scrivo di tante cose materiali, mi viene spontaneo stemperare un po’ con una dose di realismo e riequilibrare la narrazione, altrimenti diventerebbe posticcia. È come nei film di gangster americani e quei personaggi a tutto tondo che li abitano…

In effetti anche la copertina è un riferimento al Padrino, oltre che, volendo, al tuo disco del 2015, Vero. Esatto: puoi considerare Mr. Fini quasi come il sequel spirituale di quell’album, che, per inciso, è la mia opera preferita. E quanto al Padrino, ho voluto usare un esplicito riferimento cinematografico perché il mio disco è strutturato come un film.

Non è però un concept album. Assolutamente no, è molto più elastico, però la parabola dell’antieroe c’è eccome: infatti si apre con dei pezzi molto swag e, man mano che prosegue, s’incupisce fino a chiudersi con l’introspezione più buia. Questo dell’approccio cinematografico è da sempre l’elemento che preferisco dell’hip hop, che, se ci fai caso, è l’unico genere che consente all’artista di esprimere una narrazione ritmata e coerente senza per questo dover restare sullo sfondo come sola voce narrante. Un esempio che mi viene in mente è quel classico dei Clipse, Hell Hath No Fury, che comincia con loro che vanno a comprare la coca dal sudamericano, e termina con Nightmares, un pezzo tutto sulla paranoia di essere traditi e incarcerati. Ecco: nel rap è possibile mettere in musica una serie di Netflix, e a me questa roba fa impazzire, da sempre. Non solo perché è divertente da fare, ma anche perché ti permette di essere creativo con la scrittura e lasciare messaggi, senza per questo dover salire in cattedra a spiegare all’ascoltatore come gira il mondo, che è una cosa che odio.

Ce l’hai un po’ ‘sto terrore di essere considerato un artista engagé, eh? Guarda, a me fa godere la ricerca stilistica, lo storytelling, il racconto, la musicalità che si crea tra le parole… E al di là di quello non sento di avere nulla da insegnare, né men che meno sento il dovere di farlo. È per questo che non mi vedrai mai scrivere pezzi carichi di retorica o fare post paraculo su Instagram sull’ultimo avvenimento di attualità.

Però il rap, a differenza di altri generi, ha sempre saputo restare ancorato anche nell’attualità. Se fosse solo escapismo sarebbe scomparso come sono scomparsi mille altri generi negli ultimi cinquant’anni e, vista la situazione attuale, direi che sarebbe il momento peggiore per una fuga nella fantasia. Ma infatti ritorniamo alla questione dell’intrattenimento, in senso lato. Ti faccio un esempio: a Napoli esiste la camorra, ci sono i morti in strada, e tanta gente con quella roba ci convive, suo malgrado o meno, ok? Beh, pensi che là non guardino Gomorra? Se lo fanno è perché quella serie parla di una situazione tremenda ma lo fa con diverse sfaccettature, inserendo piccole lezioni in un discorso complessivo che è comunque di intrattenimento. E la stessa cosa vale, che ne so, per The Irishman, che al di là di avere dei tic stilistici che soddisfano i fan di Scorsese – Joe Pesci che fa il matto, o quel mito di Bobby Cannavale che dà freschezza al tutto – racconta comunque una storia che va al di là della trama stessa.

Tuttavia, se un artista ha lo spessore personale e il curriculum giusto per esporsi in prima linea su un argomento, perché non dovrebbe? Nessun motivo, però, appunto, deve avere lo spessore personale. Alla fine si ritorna sempre lì: devi parlare delle cose che fai e che sai. Io magari ho una fissa coi fintoimpegnati, ma se vuoi questo discorso lo possiamo estendere ai tanti sedicenti criminali che senti in giro, da Tekashi 69 in giù, dove chiunque abbia due occhi in testa e due esperienze di vita dovrebbe riconoscerli per quello che sono.

Tu sei sempre stato un personaggio un po’ controverso, in questo senso, perché le tue frequentazioni hanno un certo spessore penale. Eppure, tu non provieni da quel mondo lì: come vivi questa sorta di doppia personalità? E: come vivi il privilegio oggettivo di sapere che tu, da un momento all’altro, potresti distaccarti da quell’ambiente, mentre i tuoi amici no? Parto dalla fine: è una contraddizione di cui sono conscio e con cui convivo, però sono proprio quelle persone che si gasano quando sentono che parlo della loro realtà nei miei pezzi, perché lo faccio bene e soprattutto lo faccio in modo autentico e rispettoso, senza fingermi Al Capone ma neanche facendo la morale. E questa autenticità e questo rispetto mi vengono naturali perché sono da sempre, come tanti, anche tu, attratto dall’underworld. Senonché il mio non è solo fascino voyeuristico, ma la voglia di provare esperienze che – ne sono convinto – arricchiscono la percezione della realtà, mia e di chi mi ascolta. In questo senso mi sento vicino a molti scrittori milanesi del passato come Scerbanenco o Pinketts, che hanno descritto così bene certe realtà proprio perché le vivevano in prima persona, non si limitavano a raccontarle. Per non parlare del Dino Buzzati di Un amore. Il privilegio di cui dici tu quindi c’è, ma si accompagna a quello di avere i mezzi per raccontare delle realtà che altrimenti resterebbero confinate nel loro mondo di origine, oppure che sarebbero anche raccontate, ma solo per chi già vi appartiene. Il mio è un circolo virtuoso: quello che prendo dalla strada cerco sempre di restituirlo, e lo faccio con rispetto e con onestà, tanto che i primi ad apprezzarmi sono i diretti interessati. E ricevere l’amore dalla strada per me è fondamentale.

Quest’intervista uscirà in concomitanza con Mr. Fini. È il tuo settimo disco da solista: dopo così tanto tempo ti è rimasta qualche paura? Rimasta no, ne ho una nuova…

Sarebbe? Che nel futuro possa capitarmi, com’è successo a certi rapper miei ex idoli, che un giorno si sono svegliati e di botto hanno smesso di essere capaci di rappare. Quello mi fa paura.



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I Royal hanno ripreso le loro attività, e per la prima volta dall'inizio del lockdown dovuto al Coronavirus, Kate Middleton ha lasciato la sua residenza di campagna situata ad Anmer Hall, dove si era ritirata con William e i bambini, per un evento in esterna. L'occasione è stata la conclusione della Children's Hospice Week. La Duchessa di Cambridge ha incontrato uno dei piccoli pazienti ricoverati presso la struttura The Nook del network EACH, di cui lei è patrona dal 2012.

Per regalare positività alle persone incontrate durante la sua visita, Kate ha scelto un look coloratissimo: ha sfoggiato un abito floreale midi con maniche a palloncino e scollo a V di Faithfull The Brand. La Duchessa di Cambridge lo ha abbinato a un paio di espadrillas con zeppa e cinturino alla caviglia. 

Faithfull The Brand ©net-a-porter.com
Faithfull The Brand ©net-a-porter.com
Copia il look
Amal Clooney: il look floreale per l'ufficio
Non solo tailleur. Anche un abito può diventare il capo perfetto da indossare al lavoro

Durante la sua permanenza nel centro, Kate Middleton si è dedicata anche a lavori di giardinaggio insieme al team di EACH.

"La Duchessa si è unita alle famiglie e ai volontari per dar vita a un giardino pensato per divertire i bambini e le persone vicine ai piccoli pazienti", si legge sul profilo @kensingtonroyal. "Le piante utilizzate sono state acquistate dalla Duchessa durante la sua visita al Fakenham Garden Center la scorsa settimana. Ha anche incontrato il personale di EACH che si occupa dell'assistenza dei pazienti per ringraziarli dell'incredibile lavoro svolto. Organizzata dall'associazione benefica britannica Together for Short Lives, la Children's Hospice Week raccoglie fondi per 54 strutture del Regno Unito".

Duchess of Cambridge Delivers Plants To EACH HospiceWPA PoolDuchess of Cambridge Delivers Plants To EACH HospiceWPA PoolDuchess of Cambridge Delivers Plants To EACH HospiceWPA Pool

Vi piace lo stile della Duchessa di Cambridge? Ecco 3 look che provano che la camicia di pizzo di Sangallo firmata M.i.h Jeans, indossata da Kate Middleton durante la videocall per la Volunteers’ Week (la settimana dei volontari), è il must-have della Primavera Estate 2020. 

Dai red carpet agli eventi pubblici alle foto di famiglia, guardate anche i suoi look più belli qui.



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Il 26 giugno Kanye West ha annunciato su twitter l'inizio della collaborazione tra Yeezy e Gap svelando il logo della nuova collezione YZY, la prima immagine della linea e alcuni dettagli sulla nuova label prodotta dal colosso del casual wear americano.

Il logo YZY è la fusione tra il nome del brand di sneakers e apparel fondato da Kanye West nel 2015 Yeezy e il famoso logo Gap. La scritta bianca in stampatello YZY è racchiusa in un quadrato stondato dai lati inclinati in maniera irregolare, ispirato al classico riquadro del logo Gap.

YZYGAP LOGO PRESS REL

La prima immagine della collezione YZY svela un design oversize caratterizzato da un mix di colori pop, classici per Gap, e toni naturali che da sempre contraddistinguono le linee a marchio Yeezy. Il look è composto da giacca imbottita, felpa con cappuccio, pantaloni cargo, anelli vistosi e una duffle bag con la scritta YZY GAP DEVELOPED BY YEEZY AND GAP IN CODY WY 062520.

In un altro tweet Kanye West ha annunciato che a disegnare la collezione YZY Gap, sotto la sua direzione creativa, sarà la giovane stilista di origini nigeriane Mowalola Ogunlesi. Proveniente dalla Central Saint Martins di Londra, Ongulesi ha già collaborato con la famiglia West realizzando dei capi del suo brand Mowalola per tutta la famiglia di Kanye.

Contemporaneamente sul sito ufficiale del musicista e stilista è stata pubblicata una lettera scritta a mano da Kanye West firmata YZY Yeezy, in cui l'artista esprime le sue emozioni sulla collaborazione. Successivamente la lettera è stata stampata su un enorme manifesto esposto nel negozio Gap di Chicago frequentato dall'artista durante la sua adolescenza.

Secondo quanto riportato dal New York Times, un comunicato ufficiale del brand di West conferma che per la collezione YZY Gap è stato firmato un accordo rinnovabile di 10 anni. La collezione includerà capi e accessori per uomo, donna e bambino e i primi capi arriveranno nei negozi e online nella prima metà del 2021.

Tornate su questa pagina per tutti gli aggiornamenti sulla collaborazione Yeezy Gap.



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Irina Shayk testimonial del nuovo reggiseno di Intimissimi

Intimissimi ha scelto Irina Shayk, già volto da diverse stagioni del celebre marchio italiano di lingerie, per presentare una serie di straordinarie novità, tra nuovi modelli e tessuti leggeri e impalpabili, pensate appositamente per celebrare l’arrivo della stagione estiva.

La supermodella, infatti, è la protagonista degli scatti di Rowan Papier, che la mostrano mentre indossa il nuovo reggiseno di Intimissimi Sveva. Il modello new entry è un balconcino con coppa preformata, con un ferretto avvolgente, spalline regolabili e una lavorazione inedita del tessuto sullo scollo, che forma un bordo dall’aspetto lucido e funziona come un elastico, ma senza segnare. Lo slip abbinato è tagliato a vivo e presenta fianchetti progettati proprio come le spalline del reggiseno, così impalpabili da non sentirle sulla pelle.

Intimissimi: il nuovo spot con Bruna Marquezine  
Intimissimi introduce il nuovo cotone Ultrafresh Supima con una linea di maglieria e una campagna pubblicitaria che ha per protagonista Bruna Marquezine

La collezione è realizzata con un leggerissimo tulle di microfibra perfetto per le stagioni più calde: soffice al tatto, delicato sulla pelle, dalla finitura quasi invisibile. Un tessuto che nella sua semplicità, è pensato per i gusti più discreti e raffinati. Il nuovo tulle è stato utilizzato per dar vita alla nuova linea Invisible Touch, comprensiva di reggiseni, slip, culotte e body così leggeri da risultare perfetti da indossare sotto gli abiti. Tra questi, il reggiseno Sveva e lo slip con fianchetto, un grande ritorno all’interno delle collezioni Intimissimi.



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Lo scivolo è uno dei giochi preferiti dai bambini di tutte le età. Che abbiano 3 o 10 anni, la sensazione di libertà e leggerezza in fase di discesa è sempre emozionante. Oltre a rappresentare un buon passatempo, consentono ai bambini anche di fare attività motoria e di sviluppare equilibrio e coordinazione. Ecco allora i 10 migliori scivoli per bambini da acquistare.Continua a leggere

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Jennifer Hudson sarà la scintillante Aretha Franklin, scomparsa il 16 agosto 2018, nell'emozionante film sulla vita della regina del soul di Memphis, previsto per fine anno e diretto da Liesl Tommy, regista sudafricana proveniente dal mondo del teatro. Ad affiancare la Hudson saranno Mary J. Blige, Marlon Wayans e Marc Maron che completano il cast del film biografico. "Devi interrompere la pace quando non riesci a ottenerla": con questa frase Jennifer/Aretha presenta Respect nel trailer che catapulta immediatamente nella potente vitalità di una donna forte, icona della cultura musicale e attivista per i diritti civili. Il premio Oscar Jennifer Hudson (Miglior attrice non protagonista in Dreamgirls), ex finalista della terza edizione di American Idol, trasmette già da una manciata di secondi tutta l'irruenza e l'intensità di Ree (come era affettuosamente chiamata Aretha), scomparsa il 16 agosto 2018 dopo una lunga e carriera iniziata nel 1956. 

L'uscita del suo primo album Songs of Faith rivela l'influenza religiosa dovuta al padre, Clarence LaVaughn Franklin, reverendo carismatico, pastore di successo di una chiesa battista. La vita, i momenti difficili e i successi della Regina del Soul, da giovanissima cantante nel coro della chiesa a star internazionale, saranno ripercorsi in questo biopic, genere ormai cavalcato nel mondo cinematografico, capace negli ultimi anni di raccontarci il volto meno conosciuto dei giganti della musica, con le loro irrequietezze e i loro lati più  fragili. Così è stato per Bohemian Rhapsody sui Queen e in particolare sul frontman Freddy Mercury e per Rocketman, dedicato a Elton John.

Jennifer Hudson91st Annual Academy Awards - Arrivals
Jennifer Hudson
Frazer Harrison


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Fino ad oggi siamo sempre stati abituati a vedere store o quanto meno scaffali separati per le taglie regolari e per quelle "forti", ovvero che arrivano fino alla 52-54, presto, però, potrebbe non essere più così. Il mondo della moda ha intenzione di dare spazio all'inclusività, dicendo addio a questa distinzione discriminatoria.Continua a leggere

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David Beckham: outfit da lockdown

Passeggiate nei campi vicino alla casa di famiglia e una serie di outfit molto british: durante il lockdown, David Beckham si è divertito a pubblicare su Instagram una piccola serie di ritratti in cui posa come il prototipo del perfetto gentiluomo di campagna. In particolare, ha voluto divertirsi sfoggiando una piccola collezione di cappelli (i maligni sostengono che li indossi solo per nascondere la calvizie che avanza), Li abbiamo analizzati, insieme a tutti i look.

 1. Cappello di tweed + impermeabile

Tipico tempo inglese, brumoso e umido, cielo minaccioso. Ecco il capo e l'accessorio perfetti: l'impermeabile con mantellina per protezione extra e il cappello in tweed dalla tesa leggermente spiovente. Con lui la figlia Harper, con coppola di lana e Barbour. Ai loro piedi, le tre bellissime cagnoline di famiglia.

Da Instagram @davidbeckham
Da Instagram @davidbeckham
2. Cappello, giacca & T-shirt

Stesso cappello ma outfit più leggero: è uscito il sole e David, accanto a Victoria, lo abbina a una giacca destrutturata in lana indossata sopra a una T-shirt bianca con taschino. Completano il look un paio di pantaloni in velluto a costine e cintura in cuoio intrecciata.

Da Instagram @davidbeckham
Da Instagram @davidbeckham
3. La coppola stile Peaky Blinders

Come nella serie tv inglese Peaky Blinders, David ha ceduto alla coppola in lana a otto spicchi dal sapore vintage. Ma lui può fare quello che vuole: la porta indubbiamente bene abbinata al maglione in shetland verde prato (coordinato con lo sfondo) e i pantaloni stretti in velluto marrone. La didascalia su Instagram recita: “Another day , another walk & another hat” 🎩

Da Instagram @davidbeckham
Da Instagram @davidbeckham
4. Niente cappello (ma l'altro accessorio non manca mai)

A David piace giocare e così nel penultimo scatto della "serie" si è postato senza cappello: “No hat but sunset”, scrive su Instagram, e si mostra sorridente con giacca, camicia, i pantaloni in velluto questa volta beige e un paio di scarponcini allacciati. Ah, l'avrete notato anche voi: negli scatti non manca mai il rusticissimo bastone da pastore, fedele compagno delle passeggiate nei campi. (Sì, David, ci stai simpatico).

Da Instagram @davidbeckham
Da Instagram @davidbeckham
5. Cappello “abbinato” al cardigan

Torna la coppola dei Peaky Blinders, questa volta però in un abbinamento a sorpresa che, dichiara David su Instagram, NON ha avuto l'approvazione di Victoria. A non piacerle è il cardigan tricot “fantasia”. Noi però ci sentiamo di essere in disaccordo: il look nell'insieme, funziona. Notevoli come sempre gli accessori: l'immancabile bastone da pastore e le Stan Smith. We  💚David

(Nell'ultima foto in basso, una “bonus track”: l'inverno è passato, ma il berretto di lana a coste color senape merita, non potevamo non includerlo in questa rassegna dedicata ai copricapi di Mr. B).



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Tendenza moda estate 2020: top bianco. Qui una selezione di 10 modelli per realizzare altrettanti outfit

Nell'indecisione, indossa un top bianco. Può essere di cotone leggerissimo, di lino garzato, pizzo San Gallo, raffinata seta o lavorato a uncinetto, ogni declinazione rappresenta una precisa sfumatura di carattere del basico “top bianco”. 

E poi c'è la variante taglio/modello: se la camicia bianca è un must have del guardaroba femminile che non teme stagioni, in estate la moda propone svariate proposte. Il 2020 è stato l'anno del bralette, dei crop top o bra sportivi che mostrano il punto vita o la pancia e persino delle canottiere utility. 

LONDON, ENGLAND - MAY 20: Catherine, Duchess of Cambridge attends her Back to Nature Garden at the RHS Chelsea Flower Show 2019 press day at Chelsea Flower Show on May 20, 2019 in London, England. (Photo by Karwai Tang/WireImage)
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3 look che provano che la camicia di pizzo di Kate Middleton è il must-have dell'estate
La Duchessa di Cambridge aveva già indossato il capo di M.i.h Jeans al Chelsea Flower Show nel 2019

Ogni top bianco prevede un outfit diverso, mentre il non-colore è un jolly per la calda stagione, ideale per i week-end o un piccolo bagaglio. Infatti questo fashion items si adatta a tutto: ai jeans, alle gonne lunghe o midi, ai bermuda e persino alle salopette

Street Style - Berlin - June 23, 2020Jeremy Moeller

Un tocco white è sempre una buona idea, soprattutto se non si ha dimestichezza con la questione “abbinamenti colori”.

GanniGanniValentinoValentinoCecilie BahnsenCecilie BahnsenAdriana DegreasAdriana DegreasSirSirVeronica BeardVeronica BeardLoup CharmantLoup CharmantJil SanderJil SanderVinceVinceGalvanGalvan


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