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BEAUTY NEWS

Fotografando le creazioni di Charlotte Dauphin, scoprirai nuove luci, insospettati riflessi magici, splendori di un’eleganza diversa e misteriosa.” – con queste parole Paolo Roversi ha descritto il libro celebrativo dei cinque anni di Dauphin.

Il volume presenta i modelli Saskia De Brauw e Guinevere Van Seenus, indossati dalla figlia del fotografo, Stella Roversi. Le immagini sono state disegnate da Hannes Hetta, make-up ed hairstyling di Julien D’Ys.

La direttrice e designer artistica di Dauphin, Charlotte Dauphin de la Rochefoucauld, ha confessato a WWD: “Gli ultimi cinque anni sono stati fondamentali per perfezionare l’estetica di Dauphin, per offrire una visione alternativa. Il contributo di Paolo Roversi è stato importante per forgiare l’immagine della casa. È quindi naturale celebrare questo traguardo con una pubblicazione, sia come esplorazione degli archivi della casa sia come una riflessione sull’evoluzione del mio lavoro per Dauphin “.

Il libro è disponibile dell’e-commerce maisondauphin.com e presso Dover Street Market.

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Emma Stone Emma StoneEmma StoneRachel Weisz Amandla StenbergAmandla StenbergAmy AdamsRegina KingCarey MulliganCarey MulliganChloe Grace MoretzCicely TysonConstance WuEmily BluntFelicity Jones Gemma ChanHilary SwankKathryn Hahn Ava DuVernayKiki LayneLady GagaLady GagaLaura DernKesha Lucy BoyntonLupita Nyong'oMaggie Gyllenhaal Michelle YeohNicole Kidman Rashida JonesLily CollinsZoe Kazan Rosamund Pike

Poco noto ai più, il red carpet dei Governors Awards ci regala spunti beauty per le prossime feste di Natale e Capodanno. Evento satellite degli Oscar (che si terranno il prossimo 24 febbraio), assegnano Oscar alla Carriera attribuiti dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences e rappresentano un buon indicatore dei volti e dei film che saranno protagonisti della Award Season 2019.

Il red carpet di Los Angeles ha brillato non solo grazie a una serie di abiti scintillanti e bejewelled. Emma stone, oltre ad un bellissimo chignon realizzato dall’hair stylist Mara Roszak, ha sfoggiato un ombretto dorato decisamente eye-catching. Di NARS è stato steso ad arte sulle palpebre – e sotto le ciglia inferiori – dalla make-up artist delle celeb Rachel Goodwin. Quasi allo stesso modo è stato “dipinto” il bel ombretto verde sparkling sugli occhi di Chloe Grace Moretz. Mentre le scintillantissime palpebre di Lady Gaga hanno accolto colori Marc Jacobs Beauty. Sarah Tanno, la sua make-up artist, li ha usati per realizzare occhi smokey intensi, dominati da un rosa-fucsia steso su tutta la palpebra fissa.

Sul fronte delle acconciature i capelli afro hanno dato il meglio. Gli updos di Lupita Nyong’o, di Regina King e di Kiki Layne sono stati la “tela” perfetta su cui ricamare con passamanerie, cristalli e fili d’oro. Il risultato? Vere opere d’arte. Un po’ come la maxi ponytail a torchon sfoggiata da Amandla Stenberg e realizzata dall’hair stylist Lacy Redway.

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Photo © Instagram @iamtomwalker

Lanciato da Coco Chanel, interpretato magnificamente da Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, il Little Black Dress, si conferma un grande classico senza tempo, perfetto per ogni occasione. Non stupisce, quindi, che anche il mondo Royal ne sia attratto. E l’ultima a sceglierlo è stata Meghan Markle che lo ha indossato per l’esclusiva cena della Royal Foundation. La Duchessa ha sfoggiato un abito di Roland Mouret con bustier tagliato a V e gonna ampia. Ha completato il look con una clutch di colore nero.

Presente alla serata, naturalmente, anche la cognata Kate Middleton, che invece ha preferito riciclare un abito già indossato nel 2016. Un bellissimo vestito di Preen rosso acceso.

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I had the absolute honour of performing for and meeting The Duke and Duchess of Cambridge & The Duke and Duchess of Sussex for the annual @kensingtonroyal #RoyalFoundation dinner last night. Thanks to the super talented @thatsingingbird bird from @wearefulleffect for joining me for my last song.

Tom Walker (@iamtomwalker) on Nov 16, 2018 at 9:25am PST

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Fortunato Depero, Venditrice di ciambelle e fiori di carta, 1930 Chi ha paura del disegno?Domenico Gnoli, Caprice n. 6 - The apple, 1955 Carol Rama, Senza titolo, 1977Bruno Munari, Senza titolo, 1937Alighiero Boetti, Senza titolo, 1965Fabio Mauri, Schermo Fine, anni '60Umberto Boccioni, Controluce, 1910Giuseppe Uncini, Senza titolo, 1977

Si fa presto a dire disegno. Il disegno non è pittura. Il disegno non è scultura. Il disegno non è dipinto. Il disegno non è tutto questo. Eppure, al contempo, lo è. Il disegno è una forma artistica che da sempre intimidisce per la sua apparente semplicità, per il suo essere a suo modo primordiale, opera in divenire, scheletro e corpo insieme. Eppure l’arte del disegno vanta innumerevoli e straordinari artisti come Savinio, Fontana, Boccioni, Rama, Castellani, Mauri e Schifano che hanno reso grande la “scuola italiana” rendendola sinonimo di eccellenza.

Oggi le opere di questi grandi maestri, appartenenti alla Collezione Ramo, sono protagoniste della mostra Chi ha paura del disegno? al Museo del Novecento di Milano: più di cento capolavori su carta si svelano agli occhi del pubblico, per la prima volta, in una grande esposizione unica nel suo genere. Non solo maestri indiscussi ma anche artisti da scoprire e riscoprire per la prima volta in un contesto artistico diverso rispetto a quello che li ha resi celebri come nel caso dei disegni del pittore Burri o degli scultori Marini e Consagra.

Per l’allestimento, la curatrice Irina Zucca Alessandrelli ha deciso di scegliere opere che potessero raccontare temi in grado di raccontare trasversalmente la storia dell’arte italiana del secolo scorso, raggruppando diversi periodi storici e consentendo di entrare nel cuore della creazione su carta attraverso anche la combinazione tra parola e tratto.

La mostra Chi ha paura del disegno?, arricchita anche dalla pubblicazione di un prestigioso volume dal titolo Disegno Italiano del XX secolo, a cura di Irina Zucca Alessandrelli, edito da Silvana Editoriale, sarà inoltre l’occasione di celebrare la figura del collezionista Giuseppe Rabolini (artefice della Collezione Ramo) scomparso recentemente e rimarrà aperta fino al 24 febbraio 2018.

 

 

Chi ha paura del disegno? Opere su carta del ‘900 italiano dalla Collezione Ramo a cura di Irina Zucca Alessandrelli Museo del Novecento 23 novembre 2018 – 24 febbraio 2019

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“Ragione e sentimento” questo il titolo della speciale “Conversation with” che vedrà protagonisti domani 20 novembre in Ied Milano Massimo Giorgetti e Serena Tibaldi. Appuntamento allo Spazio Teatro di via Pompeo Leoni 3, a Milano, presso la sede di Ied Moda Milano. In cattedra, a raccontare alla fashion editor di D La Repubblica le sue esperienze nella moda e a discettare di cuore, passione e ragione nel mondo della moda vi sarà il designer che ha fondato MSGM nel 2009 e che dal 2015 al 2017 è stato direttore creativo di Pucci, prima di decidere di concentrarsi sul successo del suo brand amatissimo anche dalle celebrity.

Per tutte le info sul progetto Conversation With inaugurato nel 2016 da IED Milano

Appuntamento alle 18 in IED Milano, ingresso libero.

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Prima del taglioPrima del taglio

Il cambiamento è quasi impercettibile ma a uno sguardo attento si fa notare: Meghan Markle, in occasione dell’apertura annuale del Field of Remembrance a Londra, è apparsa con un taglio di capelli più scalato sul davanti, con ciuffi più corti del solito, che arrivano al mento.

Se il cambiamento è minimo c’è una ragione: probabilmente la duchessa di Sussex sta seguendo le orme di  Kate Middleton (e prima di lei di Diana) scegliendo di sistemare i capelli in piccolissimi step, quasi impercettibili, per non suscitare clamori e non distrarre le persone dai suoi ruoli e impegni come membro della famiglia reale.

Il “nuovo” look di Meghan Markle è un ottimo modello per le donne in gravidanza: le lunghezze sono le stesse di prima, ma i ciuffi frontali – i suoi amati “tendrils” che ha scelto anche nel giorno del suo matrimonio – sono più scalati, con le ciocche più corte che arrivano al mento.

Quello di stratificare i capelli è infatti uno dei segreti hairstyle delle donne incinte: visto che durante la gravidanza, a causa degli ormoni, i capelli crescono di più diventando più spessi e folti, il taglio “stratificato”, già provato e collaudato da Kate, aiuta a gestire il volume. Oltre a quello di Meghan Markle, nella gallery sotto 40 tagli lunghi e scalati a cui ispirarsi per rinnovare l’hairstyle questo inverno.

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Lady GagaEmma StoneLily CollinsChloe Grace MoretzTimothee ChalametSaoirse RonanThomasin McKenzie Governors Awards 2018Alfonso CuaronAva DuVernayMaggie GyllenhaalViola DavisChadwick BosemanNicole KidmanMelissa McCarthyRami MalekRachel WeiszKiki LayneHarrison Ford, Calista FlockhartMichael B. JordanConstance WuAmy AdamsSpike LeeRegina KingEthan HawkeWillem DafoeEmily BluntFelicity JonesJohn C. ReillyJohn David WashingtonHilary Swank, Philip SchneiderRami MalekKeshaCarey MullighanDamien ChazelleMichelle YeohZoe KazanRashida JonesGemma Chan

Prove tecniche di Oscar 2019. Nella notte del 18 novembre, a Los Angeles, sono andati in scena i Governors Awards, gli Oscar alla carriera assegnati, ogni anno, dall’Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Un evento che, seppur percepito come fratello minore della grande cerimonia che ogni anno illumina Hollywood, permette già di fare il punto della situazione sulle uscite cinematografiche che si renderanno protagoniste della prossima Awards Season.

Guardando infatti al ricco red carpet dell’evento non si può non notare la presenza all’evento dei nomi di Lady Gaga, Timothée Chalamet, John C. Reilly e Rami Malek, protagonisti dei film più “discussi” della stagione. Mentre infatti sul palco dell’evento venivano premiati l’addetto stampa Marvin Levy (il primo addetto stampa a ricevere un Oscar), il compositore Lalo Schifrin e l’attrice Cicely Tyson, tra il pubblico di sicuro c’era chi stringerà la propria statuetta il 24 febbraio 2019 giorno in cui verranno assegnati gli Oscar 2019.

Guardate con noi il red carpet dei Governors Awards 2018.

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Al posto dei folletti di Babbo Natale, gli artigiani gioiellieri che realizzano dei monili d’oro, d’argento e di platino. E per festeggiare, un tea party organizzato dal “cappellaio matto” Naomi Campbell. Un viaggio che parte dallo storico flagship store di Fifth Avenue, al fianco di un’eccentrica manager (la modella Xiao Wen Ju) che tiene in braccio un coniglio bianco. Presto si scopre essere un sogno di Zoë Kravitz, fatto sulle note della storica canzone Dream On del gruppo Aerosmith.

Con questo spot di Natale, Tiffany & Co. celebra l’artigianalità di ogni singolo gioiello, realizzato con amore e magia.

Il video Believe in Dreams comprende le diverse collezioni, fra cui Tiffany Paper Flowers™, Tiffany City HardWear, Tiffany T, Return to Tiffany® e Tiffany Keys. La scenografia trae ispirazione dalle collezioni di accessori e per la casa, con prodotti a grandezza naturale che aggiungono altri elementi di surrealismo.

Lo spot di Natale Tiffany & Co. è stato diretto da Mark Romanek, recentemente noto per aver ideato il video Lemonade di Beyoncé.

Guardate anche:

Natale 2018: le tendenze più cool e le campagne pubblicitari

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Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018Fiorucci Fall 2018

Arriva la collezione Autunno Inverno 2018 2019 firmata Fiorucci, con pantaloni di vinile rossi, gonne, giacche impermeabili e molto altro ancora.

È proprio il pvc a dominare la nuova collezione del mitico marchio italiano, label di culto negli anni Novanta che da qualche stagione è tornato a conquistare le nuove generazioni con una linea che rimanda allo stile di quegli anni che l’hanno reso celebre, reinventata con forme, colori e materiali di tendenza.

Tra i capi imperdibili della collezione i pantaloni di vinile rossi, disponibili anche in versione bicolor (bianco e nero) o total black, da indossare con una delle t-shirt e felpe stampate con gli iconici putti Fiorucci.

Sempre in vinile sono disponibili anche le gonne mini e midi (sopra il ginocchio) con la zip centrale, il giubbino con le tasche a toppa e la giacca piumino.

Completano la collezione i capi in denim chiaro stampati con gli angioletti, con due modelli di jeans a vita alta, e il cappotto in pelliccia sintetica disponibile in nero o neon orange.

Guardate la collezione per scoprire tutti i pezzi firmati Fiorucci con gonne e pantaloni di vinile per l’autunno inverno 2018 2019.

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Modalità aereo è la storia di Ana e Becky, due amiche che scappano dalla Terra e dal caos. Guardate il video e le immagini per scoprire come trovano un modo per volare via. Cécile Togni è la fondatrice di un’agenzia creativa a Parigi: Bureau Cécile Togni. Fra le attività principali quella di scoprire e supportare giovani talenti. Con il suo team crea storie, conosce fotografi e giovani designer per realizzarle attraverso immagini e video davvero incredibili.

CREDITI Art direction & Production: BUREAU CECILE TOGNI Cécile Togni, Benjamin Purtschet, Fanny Hochard, Inès Leger, Elsa Bernini Photographer : Inès Leger Brand Brand: Vanessa Schindler Film: Hugo Campan Music: Antoine Hajje Hair: Pierre Saint Sever using Mr Smith products @The Art Board 
Make Up: David Lenhardt @The Art Board 
Models: Becky Skirrow @The Face Paris; 
Ana Ostroski @Mademoiselle Un ringraziamento speciale a Mr Loublier & aerodrome Soissons – Courmelles

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Due donne, un set fotografico, un gioco di sguardi. Guardate Hannelore Knuts e Julia Banas interpretare una modella e la sua fotografa, scambiandosi i ruoli, in questo video di Christian Ferretti, realizzato in esclusiva per Vogue Italia.
Video by Christian Ferretti @christian_ferretti
Styling Michaela Dosamantes @micalovesthis
Full credits:
Models Hannelore Knuts @hanneloreknuts
Julia Banas @banasjulia
Make-up Kabuki Starshine @kabukinyc
Hair Hiro + Mari @hiromari8787
Casting Edward Kim @edskimstagram

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È Beatrice Manca, di Viterbo, la vincitrice della borsa di studio che Accademia Costume & Moda di Roma ha istituito in collaborazione con Vogue Talents per il Corso di Alta Formazione in Comunicazione di Moda.

Beatrice – una laurea magistrale in Editoria e Giornalismo conseguita presso l’Università di Verona con 110 e lode/110 , finalista al Diversity Awards nella categoria “Miglior articolo di Informazione” e proveniente dalla Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia dove studia e lavora come praticante, inizierà  tra pochi giorni il corso dedicato alle strategie comunicative digitali e al giornalismo di moda, allo styling, ad attività di PR ed ufficio stampa, all’organizzazione di eventi, al Fashion Marketing e alla Fotografia di Moda.

Ecco la motivazione della giuria “Giornalista praticante con una laurea in editoriale e un perfezionamento in giornalismo, Beatrice Manca ha realizzato un articolo, con linea editoriale ispirata a Vogue Italia, dal tema “genderless nella moda”. La composizione, il tono e il linguaggio utilizzato sono stati particolarmente apprezzati. La scrittura ricercata e fresca ha impressionato positivamente la commissione”.

Congratulazioni alla vincitrice!

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Dopo Toronto, Singapore e Los Angeles, Carré Club, l’evento che rende omaggio all’amato e celebre carré in seta di Hermès, approda a Milano, esattamente a Palazzo Bovara, dal 23 al 25 novembre.

Lo spazio che ospita il progetto – ideato da Bali Barret, direttore artistico delle collezioni donna Hermès – evoca un club, un laboratorio di un artista e un appartamento privato, e ospita una serie di attività interattive che raccontano la cultura della maison tra arte, artigianalità, creatività e heritage.

Tra le aree del percorso, una sala di registrazione rivestita di seta per il karaoke, un caffè con specialità sul tema carré e naturalmente un atelier con designer e artisti che lavoreranno live alle creazioni. Tra i protagonisti, Gianpaolo Pagni, Cyrille Diatkine, Alice Shirley, Liz Stirling, Ugo Gattoni, Jean-Simon Roch e Pierre-Marie.

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L'attimo preciso della creazioneL'attimo preciso della creazioneL'attimo preciso della creazioneL'attimo preciso della creazioneL'attimo preciso della creazioneL'attimo preciso della creazioneL'attimo preciso della creazione

The Imaginary parla del processo e del percorso che portano alla creazione di una visione. Si tratta di quello stato onirico in cui le cose non sono ancora chiare, ma al contempo ci si sente fortemente attratti verso quel promettente prodotto finale.

Questo servizio fotografico ci fa vedere il momento preciso in cui un’idea o un’ispirazione nascono nella mente di un designer/artista, di come la disegnino velocemente su un pezzo di carta, dove l’idea prende vita e forma.

Sono sempre stato TRASPARENTE nei miei lavori, che – è chiaro – riflettono dove sono o le sensazioni che provo in un dato momento della mia vita, e credo che questo servizio parli di me, di me che prendo in esame tutte le incredibili possibilità che ho davanti a me, per quanto siano ancora confuse e indistinte in quel momento.

Più che un fotografo, sono un visionario. Creo immagini, creo una visione.

ph + art       MJSuayan (Artists & Co. Manila) assistant     Meryll Soriano makeup       Xeng Zulueta (A&CM) hair               Cats delRosario (A&CM) setdesign    Justine Arcega-Bumanlag (A&CM) models       Hannah Locin (LVX Models) | Philippe Escalambre (State Mgmt. NY) designers  HAMU | John Herrera | Mara Chua | Jail Jeans | Kim Gan | Renan Pacson studio         ACM Studio

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Foto da Monica Bolzoni

Una monografia in forma di glossario è la perfetta quadratura del cerchio. Dedicata a Monica Bolzoni e al suo storico marchio Bianca e Blu, protagonista della scena milanese anni Ottanta e contributo sui generis alla storia locale e internazionale della moda, trascende cronologie e modelli in ordine di apparizione, per privilegiare invece una sequenza alfabetica di parole chiave. Nomi comuni e nomi propri, di persona, di città o di altri brand, sostantivi e aggettivi, definizioni di tecniche, pattern o colori, titoli e sigle di opere, performance, installazioni o progetti espositivi, icone di stile e figure d’artista, art director o copywriter, che l’approccio alla moda di Monica Bolzoni liberano dai vincoli del tempo e dai suoi prodotti. Date di fatti, stagioni o collezioni che passano in secondo piano, per trasformare il libro “Monica Bolzoni – Bianca e Blu” (a cura di Davide Fornari, ed. écal, Losanna-Rizzoli International, in uscita a marzo 2019) in un vocabolario personale. Lo scheletro portante di una visione del vestire che diviene modulare articolazione di forme e motivi, moduli e modelli, referenti e ricordi, esperienze e ispirazioni. Un linguaggio che genera da ciò che “c’era già”, con accezioni femminili e maschili, ricercatamente ambiguo, ovvero anche versatile, aperto a infinite interpretazioni e declinazioni, all’origine di un progetto e di un marchio, Bianca e Blu, con sua omonima indimenticabile boutique-atelier in via De Amicis 53, e informato da un’appassionata e appassionante appropriazione di étant donné.

Archetipi della moda, figure e forme paradigmatiche, che spaziano dal basic al tailoring, e dal vichy al panno Lenci, al pvc, evocando Chanel e Roger Vivier, Poiret e i maestri del costume design hollywoodiano, non senza mettere a frutto le innovazioni di Elio Fiorucci o di Comme des Garçons, per dare vita a un canone contemporaneo, sofisticato e sintetico di eleganza. Un modo di vestire che si declina, da Grace a Brigitte, e da Cinderella a Suzie Wong, in una serie codificata di fogge, realizzate in materiali diversi, ordinate per colore su rack e ripiani, che rimbalzano e si riflettono all’infinito nel “magic box” tappezzato di specchi dell’archivio-boutique-atelier Bianca e Blu. Per lungo tempo una tappa obbligata dello shopping milanese postmoderno. E BBLand (aperto nel 2009), di un modo unico di vestire, uno statement di stile capace di attrarre e conquistare un pubblico femminile vasto ed eterogeneo. Ma anche e soprattutto un osservatorio, un luogo di studio e di ricerca, nel quale la memoria e i codici della moda appaiono liberi di incontrarsi, intrecciarsi, reinventarsi all’insegna di un intrigante democratico pick-and-mix.

«Leggo questo libro», osserva Monica Bolzoni, «come un ponte gettato tra la mia storia di fashion designer e l’attuale processo di culturalizzazione della moda, tra il mio sentire e quello di chi indossa i miei abiti, tra passato e presente. Non puoi fare una cosa nuova se ti riferisci a ciò che esiste già, però puoi formulare un concetto nuovo. Non ho mai fatto oggetti nuovi, mi interessava una diversa modalità, un recupero». Tra scientificità e gioco, creatività e comunicazione, memoria collettiva e interpretazione personale, il modo di vedere di Bolzoni prende forma sul filo di due illuminanti deduzioni. Da un lato, lo statement «le memorie dovrebbero essere trasformate in progetti» di Pierre Bergé e, dall’altro, quello di Paul Klee «io sono il mio stile», che perfettamente ne definiscono lo spirito e il programma. Una ricerca che mette a frutto il passato, ma si nutre dell’energia e vitalità del suo tempo. Tra collaborazioni con Manuela Pavesi o Miuccia Prada. E interazioni, in tempi non sospetti, con il lavoro di artiste come Vanessa Beecroft, Claudia Losi o Letizia Cariello. Incontri di corpo e abito, esteriorità e interiorità in opere a sua perfetta misura.

 

Vogue Italia, novembre 2018, n.819, pag.82

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Adottare qualcosa di banale, onnipresente: come le strisce pedonali, o un fumetto manga. E renderlo significativo − facendone un segno di moda, o un’opera d’arte. Secondo “Time” Takashi Murakami e Virgil Abloh sono tra i personaggi più influenti di oggi. Ecco, in un’intervista esclusiva, cosa li accomuna.

«Collaborando con Virgil volevo costruire un ponte più solido e nuovo tra l’arte e un pubblico generico, tra la moda e la subcultura; volevo che tra vent’anni anni un artista potesse guardare indietro avendo la sensazione che tutto è possibile. Mi sono fatto carico della responsabilità di sapere che come vivo e lavoro oggi condizionerà l’ampiezza e la profondità delle scelte creative delle future generazioni di artisti. Diciamo che sto se-minando per loro».«Interpretare la società contemporanea, darne una lettura è al centro della mia ricerca. Takashi e io siamo estremamente consapevoli dell’era nella quale viviamo e cerchiamo costantemente di tradurla nel nostro lavoro. Proprio questo ci ha fatto incontrare».Indicati da “Time” tra i personaggi più influenti della nostra società, Virgil Abloh e Takashi Murakami condividono una capacità diabolica di fondere categorie considerate distinte, se non opposte, e così di interpretare e trasformare il contemporaneo. Americano di origini ghanesi, Abloh, 38 anni, ha una laurea in ingegneria e una in architettura, ed è forse questa diversità dal mondo moda ad avergli regalato la peculiare abilità di entrare in sintonia con ciò che i diversi pubblici vogliono: creative director del rapper Kanye West, dj, fondato-re dell’etichetta Off-White, Abloh è l’“araldo del cool immediato” (come lo definiva su queste pagine Angelo Flaccavento nel numero di maggio), allo stesso tempo direttore artistico per il menswear di Louis Vuitton e creatore per Ikea di una linea di arredo dedicata ai millennials in uscita nel 2019. Di Takashi Murakami si è detto tutto: 56 anni, è il più noto artista giapponese, miscelatore di cultura alta e bassa, oriente e occidente, tradizione e manga. Ha unito il concetto di factory radicato nell’artigianato giapponese, quello di Warhol e i sistemi produttivi del cinema di Hollywood, arrivando a fondere arte e mercato e vendere insieme sculture e quadri da milioni di dollari con prodotti di massa come magliette e portachiavi.I due sono amici da anni, e da anni guardano al lavoro l’uno dell’altro con ammirazione, influenzandosi a vicenda. Hanno deciso di collaborare realizzando una serie di mostre nelle gallerie di Larry Gagosian: il ciclo, cominciato a Londra a febbraio con l’esposizione “Future History”, è arrivato in estate a Parigi (“Technicolor Two”), per concludersi pochi giorni fa con “America Too” nella sede di Beverly Hills. Obiettivo, come raccontano in questa intervista doppia a Vogue Italia: evidenziare i numerosi vasi comunicanti tra i loro eccentrici linguaggi.

Lavorate con grandi squadre, come in una bottega rinascimentale. Quanto è importante questo aspetto collaborativo?

Takashi Murakami. Da sempre ho sentito che la figura dell’artista solitario non faceva per me, mentre l’idea della bottega mi sembrava molto più congeniale. Così, ho cominciato a praticarla e la mia l’ho chiamata Kaikai Kiki, che significa eccentrico e meraviglioso. Sono termini che venivano tradizionalmente usati in riferimento all’artista Kano Eitoku, della Kano School, una bottega specializzata in arte decorativa fondata prima del periodo Edo. Questo sistema collaborativo non era però comune nell’arte contemporanea o nell’arte giapponese al tempo del mio debutto; ho dovuto costruirlo e lottare per affermarlo. Spero che viva se non per 300 anni come la scuola di Kano, almeno per 100 come la Disney! Virgil Abloh. La nostra pratica condivisa è legata a ciò che produciamo. Grandi équipe sono assolutamente vi-tali per lavorare a determinate scale di grandezza, sia fisiche sia produttive, e raggiungere certi risultati. La collaborazione tra noi è basata sulla totale inclusione dei nostri team che lavorano come fossero uno solo.

Entrambi utilizzate simboli, icone riconoscibili che diventano i vostri inconfondibili marchi di fabbrica.

V.A. Nel mio caso parte tutto da Duchamp e dalla nuova possibilità espressiva che ci ha dato attraverso il ready-made. Ho traslato il suo linguaggio nel mondo di oggi scegliendo per esempio di usare le strisce di attraversamento pedonale come simbolo. Ho adottato qual-cosa di banale, onnipresente, pronto all’uso e con la sua ripetizione l’ho reso parte significativa del mio lavoro. T.M. Ho cominciato a raffigurare i miei personaggi per raccontare come, dopo la Seconda guerra mondiale, il Giappone si sia focalizzato nella creazione di questi graziosi/inquietanti pupazzetti; un mondo complesso che rappresenta una delle nostre originalità culturali più forti, per questo ho voluto trasformarne i protagonisti in icone.

Abloh, nel suo linguaggio lei usa molto il lettering e le virgolette, c’è una volontà dadaista in questa scelta?

V.A. L’uso di questa tipografia mi consente di essere figurativo e letterale allo stesso tempo, mi aiuta a ricontestualizzare oggetti o concetti, consentendomi di sviluppare una dimensione ogni volta nuova in cui creare.

Nel suo lavoro spesso rivela parte del suo processo creativo, perché?

V.A. Mi offre la possibilità di umanizzare ciò che sto facendo e di avvicinare le persone. Mi affascina l’idea che una connessione umana possa scattare attraverso strumenti inanimati.

Nel 2002, Murakami comincia una collaborazione con Vuitton che ha totalmente rivoluzionato l’immagine del brand. Marc Jacobs – all’epoca direttore creativo – disse: «Questa esperienza è stata un monumentale matrimonio tra arte e commercio». Che cosa ricorda?

T.M. Come Sting era un inglese a New York, Marc Jacobs era un americano a Parigi e cercava di affermare la sua identità statunitense in Francia. La sua prima collaborazione con Stephen Sprouse e i suoi graffiti derivano proprio da questa necessità. L’esperimento tra arte e moda ebbe un tale successo che ne nacquero altri, tra cui il mio. È chiaramente stato un passaggio epico. Ora le collaborazioni sono all’ordine del giorno, ma dovremmo sempre ricordarci chi ne è stato un pioniere. V.A. È stato un esperimento totalmente rivoluzionario. Mischiare arte e moda e farlo senza alcun compromesso. Quello fu un momento nodale anche per lo sviluppo della mia creatività. La capacità di decostruire di Murakami, la sua libertà estetica e concettuale sono state per me di assoluta ispirazione.

Oggi è Abloh il direttore artistico della linea maschile di Louis Vuitton. Cosa pensa di questa coincidenza?

T.M. Che la sua posizione non è molto diversa da quella di Marc al tempo. Anche il lavoro di Virgil sta segnando un’epoca: un afroamericano alla guida di una maison parigina. Mi aspetto che spinga sempre più forte la sua identità in questo senso. Si tratta di un passaggio che segna l’instabilità positiva della moda, sottolineando come continui sempre ad assorbire stimoli diversi per evolversi in maniera spesso anche più libera dell’arte.

Tra le opere che avete presentato c’è un lavoro in cui un autoritratto di Bernini si sovrappone con Mr. DOB, il primo personaggio creato da Murakami ispirato ai fumetti manga. C’è una relazione particolare con il celebre architetto italiano?

V.A. Bernini è stato un artista multidisciplinare e si lega alla mia sensazione personale che la società contemporanea stia vivendo una sorta di Rinascimento. Anche se sul piano storico è una figura del pieno Barocco, per me, metaforicamente, incarna lo stesso spirito di rinnovamento e modernità che era cominciato nel Quattrocento. Volevo legare ciò che Takashi e io stiamo facendo oggi a quel tipo di approccio e creatività sperimentale.

L’opera più rappresentata nelle mostre in multiple versioni di colori, materiali e supporti è la semplice intersezione dei vostri simboli più inequivocabili: le quattro frecce di Abloh e il fiore che sorride di Murakami, una sorta di nuova icona composta a sua volta da icone.

T.M. È un gesto emblematico, volevamo davvero rendere inscindibili i nostri linguaggi. Credo che l’arte di valore si possa valutare solo dopo anni dalla sua realizzazione e non nell’immediato. Vorrei che il pubblico del futuro guardasse al nostro lavoro pensando alla fine di un’era in cui l’arte era ancora protetta in un santuario e in cui noi lavoravamo incessantemente per farla uscire.

Vogue Italia, novembre 2018, n.819, pag.60

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Avete problemi di brufoli e foruncoli? La guida di Vogue per dire addio ad acne e brufoli è quello che fa per voi. Purtroppo acne, brufoli e brufoletti non riguardano solo gli adolescenti. I casi di acne in età adulta infatti aumentano sempre più: secondo i dati dell’International Dermal Institute, il 40%-55% della popolazione adulta di età compresa tra i 20 e i 40 anni ha un’acne importante e persistente e pelle grassa, mentre il Journal of American Academy of Dermatology ha rilevato che il 54% delle donne dai 25 anni in su ha problemi di acne.

Purtroppo l’acne non può essere semplicemente coperta sotto strati e strati di correttore. Per andare alla radice del problema, occorre adottare un approccio combinato che unisce una meticolosa cura della pelle, alla scelta di prodotti e trattamenti precisi, oltre che ad un’alimentazione corretta.

COSA CAUSA L’ACNE? «Si tratta di un’infiammazione che può essere ormonale nel caso dell’acne cistica, ma può anche essere scatenata di pori occlusi da sebo in eccesso, cellule morte e sporcizia», spiega la Dr Dendy Engelman, dermatologa certificata e chirurgo specializzato in tecnica di Mohs per la rimozione di tumori della cute.

La maggior parte dei casi di acne può essere attribuita a stress e ormoni. Come afferma la Dr Engelman, «Il corpo risponde allo stress producendo più cortisolo (l’ormone dello stress) che causa una sovra-stimolazione delle ghiandole sebacee il cui sebo ostruisce i pori intrappolando batteri». La comparsa del brufolo è dovuta alla lacerazione del poro e alla infiammazione del suo contorno che causa una ciste. La ciste in superficie si presenterà come come un brufolo.

QUANTO DURA UN BRUFOLO? Al primo stadio il brufolo non si nota nemmeno: si parte con un’infiammazione attorno al follicolo pilifero che prepara le condizioni per la comparsa del brufolo.

Nella fase successiva noterete una piccola protuberanza rossa. A questo stadio il miglior approccio è mantenere l’area pulita e libera da trucco o qualsivoglia prodotto che potrebbe irritare ulteriormente la zona.

Quindi il follicolo si riempirà di sebo e/o sporcizia causando l’ostruzione del poro.

A questo punto si ha l’eruzione vera e propria con la formazione e sviluppo di bozzoli rossi e accumuli di pus.

Nell’ultima fase si forma una ciste sottocutanea che si riempie di sebo, si ostruisce a causa della sporcizia e si infiamma. Se pulito accuratamente e delicatamente, il brufolo guarisce in tre/sette giorni. Se toccato ripetutamente o schiacciato, può richiedere settimane e la ciste durare persino un mese o più.

I SISTEMI MIGLIORI PER LIBERARSI DALL’ACNE •    Pulizia Questo è il primo passo, e il più importante, per prevenire l’accumulo di batteri e la conseguente comparsa di brufoli. Adottate una buona routine di pulizia della pelle che rimuove detriti e impurità in profondità. Anche l’irritazione da agenti chimici può causare eruzioni cutanee; assicuratevi quindi di utilizzare formule non-comedogene e non-irritanti. Nonostante la tentazione, evitate un’esfoliazione troppo aggressiva in quanto gli esperti hanno scoperto che trattamenti troppo severi possono indebolire la capacità di guarigione della pelle, rendendola più suscettibile alla formazioni di ulteriori brufoli. •    Gli ingredienti da utilizzare Assicurarsi di utilizzare gli ingredienti giusti per la nostra pelle è di vitale importanza se vogliamo mantenerla sana e senza imperfezioni. Utilizzate il retinolo per promuovere il ricambio cellulare, l’acido glicolico per esfoliare in maniera non abrasiva e l’acido salicilico per purificare e liberare i pori ostruiti. •    Idratanti per una pelle tendente all’acne Non rinunciate alla crema idratante, basta semplicemente scegliere formulazioni leggere che non ostruiscono ulteriormente i pori.  Marchi dermatologicamente testati senza profumazioni quali Cetaphil, La Roche-Posay, Avène e Vichy sono tutti ottimi. •    Un trucco delicato sulla pelle Il miglior make-up da scegliere che lascia respirare la pelle garantendo al contempo una buona copertura è il trucco minerale. Inoltre, le polveri minerali opacizzano l’incarnato coprendo i segni dei brufoli.

COME PREVENIRE L’ACNE Oltre ad una meticolosa pulizia del viso, a mantenere i livelli di stress sotto controllo e ad evitare squilibri ormonali, un apparato digerente sano e un sistema immunitario forte contribuiscono in maniera significativa alla prevenzione dei brufoli dal momento che un ambiente intestinale squilibrato causa infiammazioni in tutto il corpo, pelle inclusa.

Un recente studio coreano su 56 pazienti affetti da acne ha rilevato che l’assunzione giornaliera di una bevanda a base di fermenti lactobacillus aveva ridotto in maniera significativa la gravità delle lesioni da acne e diminuito la produzione di sebo nell’arco di un periodo di 12 settimane. Uno studio italiano in cui ad una metà dei pazienti era stato somministrato un probiotico per via orale in aggiunta al trattamento dell’acne tradizionale e dell’acne rosacea e nulla all’altra metà, ha dimostrato che coloro che hanno assunto il probiotico hanno visto una miglior riduzione e un miglioramento dei sintomi da acne e rosacea.

I probiotici sono un ottimo sistema per distruggere i batteri cattivi nell’intestino. I loro benefici antimicrobici possono essere somministrati sia per via interna che per via topica: si è scoperto che quando certi tipi di probiotici, venendo a contatto con le cellule della pelle, calmano le parti che reagiscono ai batteri cattivi. «I probiotici frenano l’invio dei messaggi di “attacco” dalle cellule al sistema immunitario, quelli dunque che portano alla formazione di acne o di rosacea», spiega la Dr Engelman.

Provate il detergente Probiotic Clay Cleanser, il siero SuperStart Serum e la maschera Probiotic Bio Cellulose Face Mask di Elizabeth Arden: i probiotici contenuti all’interno di questi prodotti rafforzano le barriere e le difese della pelle. Avere una buona barriera epidermica significa avere una pelle più sana.

COME ELIMINARE I BRUFOLI IN FRETTA Sfortunatamente, così come richiedono tempo per formarsi, richiedono tempo anche per scomparire. Non esiste una soluzione veloce ma le iniezioni di cortisone e la PDL (Pulsed Dye Laser) somministrate da un dermatologo vanno ad agire sulle zone arrossate colpendo la componente del sangue che trasporta l’ossigeno e contribuendo a far sparire rossore e gonfiore.

Testo di Emma Strenner

Foto in apertura David Slijper, Vogue Italia, giugno 2003

Il make-up per chi ha problemi di acne, 18 prodotti

Anche le celeb hanno – o hanno avuto – problemi di acne…

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Foto Mert & Marcus

Anna Ewers, 25 anni compiuti lo scorso marzo, deve la sua carriera di modella a una fotografia caricata su un blog e scovata nel 2013 dallo stilista Alexander Wang. A differenza di molte top della sua generazione, però, la sua popolarità è cresciuta a prescindere da like e follower su Instagram, dove lei invece posta solo scatti di lavoro. «I social hanno cambiato molto l’industria della moda: rispetto le colleghe che condividono tutta la loro vita sui social, ma io tengo molto alla mia privacy», racconta. Timida e riservata, preferisce Brooklyn a Manhattan «perché c’è un’atmosfera più rilassata», adora andare in bici, nuotare, fare lunghe passeggiate o «stare a casa ad ascoltare vecchi dischi, tipo “Rumours” dei Fleetwood Mac». Davanti all’obiettivo dei fotografi si trasforma e rivela tutta la sua carica seduttiva. Dsquared2 l’ha scelta come volto del nuovo profumo Wood: «Le fragranze sono collegate alle emozioni. La prima volta che ho sentito Wood mi hanno colpito le note di mandarino e, in generale, quelle fruttate. E il pensiero è andato subito all’Italia, alla freschezza e alla sensualità».

L’ultimo libro che ha letto, “Il caffè dei perché” di John P. Strelecky, racconta di un uomo che si prende una pausa dal lavoro e cambia prospettiva di vita. Un libro premonitore? «Ho iniziato a fare la modella perché non ero sicura di cosa volessi studiare. Per ora rimango concentrata su questa carriera, poi si vedrà».

Vogue Beauty/Allure novembre 2018, pag.28

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Freddie Mercury con giacca di pelle, 1984Celine Spring Summer 2019 1977: Freddie Mercury al Madison Square Garden di New York CityBalmain Spring Summer 20191985 Freddie Mercury performing live al Live Aid at WembleyMugler Primavera Estate 20191982 tourBalmain Autunno Inverno 2018-191977, Inglewood, CaliforniaVivienne Westwood, Primavera Estate 20191970Vivienne Westwood, Primavera Estate 20191977: Madison Square Garden New York CityStella McCartney SS 2019Bohemian Rhapsody 2018 - Rami Malek as Freddie Mercury Bohemian Rhapsody 2018 - Rami Malek as Freddie Mercury

Fu un grandissimo successo della band nel 1975. Ed è diventato il titolo del biopic su Freddie Mercury, il frontman dei Queen, al cinema dal 29 Novembre: Bohemian Rhapsody – che ha come protagonista Rami Malek – racconta la vita del cantante step by step fino alla leggendaria performance al Live Aid del 1985. Da vedere, dicono unanimi i critici. E noi di Vogue aggiungiamo: “Notando i suoi più straordinari costumi di scena».

Del resto la superstar – che ha composto e cantato alcuni dei brani pop-rock più amati della storia – è subito diventato un’icona di stile, sfoggiando outfit da spettacolo tra i più belli dell’epoca: dalla tuta aderente completamente ricoperta di paillettes, poi apparsa sulla cover di Classic Rock, alle giacche militari dalle spalline maxi con frange fino al travestimento da casalinga repressa (gonna in pelle, top rosa e enormi orecchini a disco) per il video di I Want To Break Free.

«Lo stile di Freddie? Senza compromessi, e sempre molto attillato», afferma la stylist e consulente creativa Charlotte Pilcher, che sottolinea la predilezione del cantante per pantaloni bianchi aderenti e micro canotte «in stile Chips, la serie TV americana anni 70 con i poliziotti in moto e con un tocco di glamour targato Versace», dice Pilcher, descrivendo con precisione lo stile del cantante.

E si tratta di elementi stilistici che i fashionisti hanno ritrovato nelle ultime sfilate, dall’Autunno Inverno 2018 – 2019 (in vendita in questo momento) alla Primavera Estate 2019: Balmain, per esempio, con le collezioni disegnate da Olivier Rousteing e che hanno la musica come ispirazione. Non un caso che fossero dei brani dei Queen a fare da colonna sonora – scelta da Junya Watanabe – per l’ultima sfilata. Ma se Balmain, così come Faith Connexion, Redemption e AMIRI, si sono ispirati alle giacche di Mercury, tutte spalline over e décor preziosi, Moschino e Andreas Kronthaler per Vivienne Westwood hanno rivisitato le mantelle fluttuanti e le tute sinuose che rievocano il suo lato glam-rock.

E se il ‘travestitismo’ alla Mercury è un tema ricorrente in Gucci, altre griffe hanno invece preso in prestito elementi precisi dello stile della rockstar.  Sulle passerelle uomo abbiamo visto sensuali toraci esibiti, in stile rock ’n’ roll da Ann Demeulemeester, o ricoperti di glitter da Saint Laurent. Da uno showman all’altro: Hedi Slimane, il nuovo stilista di Celine, ha dato il meglio di sé con una serie di giacche in pelle stile anni 80 che sembravano disegnate per la rockstar.

Senza dubbio, Freddie Mercury – che viene addirittura menzionato nel nuovo singolo “Danny Nedelko” degli Idles – ha spianato la strada a molti performer di oggi dal look teatrale e deciso, come Perfume Genius o Jake Shears dei Scissor Sisters. La sua influenza è stata fondamentale anche per il rebranding del colosso britannico high-street John Lewis, il cui recente spot televisivo è interamente incentrato sulla colonna sonora del film Bohemian Rhapsody. E non possiamo certo dimenticare il suo straordinario collega artista e promotore di uno stile altrettanto teatrale in scena, David Bowie, che una volta disse: «E ovviamente, mi sono sempre piaciuti gli uomini in collant».

Proprio come accade per il video di I Want To Break Free, Mercury non si faceva certo problemi a prendere in prestito abiti femminili,  ‘breaking free’, liberandosi dagli stereotipi di genere, giocando con essi, in un modo che oggi ci sembra naturale. Il fatto che il suo stile comprendesse menswear e womenswear è significativo:  date un’occhiata ai completi total white canotta e pantaloni  della nuova collezione di Casey Cadwallader per Mugler, alle giacche militari in velluto di Saint Laurent, alle mantelle con ruche di Y/Project e all’omaggio agli anni 80 che abbiamo ammirato di recente sulla passerella di Isabel Marant. Insomma oggi lo stile di Freddie Mercury, per citare il brano Bohemian Rhapsody , è davvero ‘the real life, not just fantasy’. Tutti pronti dunque a sfogliare la nostra gallery, dove si alternano i suoi costumi di scena più belli e i look contemporanei che proprio a quelli si sono ispirati

Testo di Jessica Bumpus

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Foto Matthew Priestley.

Voce del verbo abbracciare. Non in senso fisico, ma figurato. Accogliere, fare proprio, accettare, senza l’accezione negativa della rassegnazione. In inglese si dice embrace e rende perfettamente l’idea del nuovo approccio all’aging che si sta diffondendo. In una società dove l’invecchiamento demografico è in crescita (nel 2050 il 21% della popolazione mondiale, 1 persona su 5, sarà over 60, secondo l’Oms) e l’aspettativa di vita aumenta ogni anno (secondo l’Mpi for Demographic Research), è evidente che l’invecchiamento non riguardi più solo il singolo individuo, ma sia diventato di interesse pubblico, con implicazioni nella sfera sociale, politica, culturale e anche cosmetica. Il German Ageing Survey ha riportato come negli ultimi decenni la salute fisica degli anziani sia molto migliorata.

«L’aspettativa di vita più alta è dovuta non solo ai progressi della medicina e alle migliori condizioni di vita, ma anche alla loro attitudine più positiva e alla minor paura di essere emarginati nella società», ha dichiarato Alice Pawlik, curatrice della mostra “Grey Is the New Pink – Moments of Ageing” al Weltkulturen Museum di Francoforte (fino all’1/9/19) che si interroga sulla sfida di affrontare l’invecchiamento con ottimismo. Per farlo, parte dal capire chi possiamo considerare vecchio in questo momento storico, dove la terza età è ben diversa dagli stereotipi che l’hanno a lungo caratterizzata. Non esiste un concetto globale di “old”, quindi chi, dove e quando è vecchio oggi? Per cercare di rispondere, la mostra racconta diversi modi di affrontare l’invecchiamento, con un’antologia di opere che esplorano tematiche dell’età avanzata come lo stile di vita, l’amore, il sesso, la salute, la malattia e ovviamente anche la bellezza. Fotografie, video, disegni e studi si alternano in un percorso geograficamente trasversale. Ne emerge una nuova percezione sociale dell’invecchiamento. Fino a qualche anno fa l’anzianità aveva un connotato anche estetico negativo nell’opinione pubblica, caratterizzata da senso di perdita e declino. Assistiamo ora invece a un processo inverso: i nuovi “anziani attivi”, come li ha definiti l’Oms, si sono liberati dei preconcetti che li relegavano a pesi per la società e hanno la joie de vivre, sono in forma, si godono la vita, in una rinnovata serenità, data dal riconoscimento di un ruolo in famiglia e in comunità. Così non è un caso, per esempio, che da alcune stagioni, i capelli bianchi siano diventati di tendenza. E se chi li ha già smette di tingerseli, chi non li ha si sottopone a estenuanti processi di decolorazione pur di ottenere il bianco desiderato.Perseguire un buon invecchiamento per ottenere la miglior aspettativa di vita è il tema analizzato invece da Dan Buettner, studioso e autore di best seller sulle “blue zones”, le aree del mondo più longeve. Tra di esse anche la Sardegna e la cosa non sorprende. L’Italia è infatti il paese più longevo al mondo dopo il Giappone, secondo l’Istat. «Il Danish Twin Study», racconta Buettner al Global Wellness Summit 2018 «ha dimostrato che la longevità dipende solo per il 20% dai geni e per l’80% dallo stile di vita».

Quest’informazione non poteva che avere ripercussioni anche a livello cosmetico. Se l’aging della pelle dipende più dal lifestyle che dagli anni che passano le formule e i concept si devono adeguare. Così il nuovo atteggiamento dei brand non si concentra più strettamente sulla lotta contro i segni dell’età, ma propone visioni più olistiche. Non è un caso che si parla di trattamenti “slow age” e di “chrono beauty” (termine coniato dal brand giapponese Kanebo): cosmesi, cioè, che punta ad aiutare le donne ad avere la miglior pelle possibile a ogni età. Più quindi dei ritmi anagrafici, contano quelli circadiani, mensili e stagionali. «Bisogna sentirsi bene con la propria pelle, per offrirle ciò di cui ha bisogno in ogni fase. È la consapevolezza che ci permette di invecchiare meglio prevenendo e ritardando i segni del tempo. Per troppi anni non è stato consentito mostrarci per quello che siamo, proponendo di adeguarci a ideali irreali», dice Floranna Cassano, training manager Kanebo. Adesso invece qualcosa sta cambiando. E, oltre ai capelli bianchi, prima o poi c’è da scommettere che saranno di tendenza anche le rughe

Veronica Cristino, Vogue Beauty/Allure novembre 2018, pag.130

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