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07 Dec 16

Questi sono i BRAND
(di Prodotti, Accessori e Arredamento per Parrucchieri)
che si sono meritati l'ECCELLENZA per il 2017

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07 Dec 16

The idea beneath “Paradise” was to create a commercial collection inspired in a holidays world. The tones chosen, inspired in the Caribbean, magenta, blue and green taken from tropical birds intermingle with yellow papaya and sandy blond. We wanted to present young and fun woman without losing the “hi-fashion” touch.

HAIR: Imanol Oliver @ Oliver Estilismo – ES
Collection: Paradise
Ph: C14photography
Make-up: Violeta Oliver
Styling: Mamen Garcìa

hair-collections

07 Dec 16

Hair: Robert Braid – UK
Ph: Liam Oakes

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07 Dec 16

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07 Dec 16

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I prodotti professionali FANOLA sono studiati e formulati per la cura e la bellezza di tutti i tipi capelli.

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Beauty news
December 11, 2016
Attività fisica
Se avete scelto il tennis come attività sportiva di riferimento, magari spinti dal desiderio di emulare i colpi elegantissimi di Roger Federer, il gancio mancino di Nadal, il rovescio bimane spolvera-righe di Djokovic, il...

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Beauty news
December 11, 2016

Elena Santarelli, trucco e parrucco time



Bigodini in testa e spennellate di trucco. La showgirl si prepara per andare sul set



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Beauty news
December 11, 2016

Calendario Pirelli 2017, 14 bellezze autentiche



Nel nuovo Calendario Pirelli, le super belle vengono ritratte al naturale. Le quattordici dive scelte dal maestro della fotografia Peter Lindbergh mostrano rughe, occhiaie e colli segnati dal tempo. Eppure incantano. Di più, emozionano



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Beauty news
December 11, 2016

Rughe e brufoli?  Colpa di lui



La vostra dolce metà potrebbe essere la causa delle imperfezioni della vostra pelle. Le più caustiche tra voi già lo sospettavano. Ecco i sei modi in cui il vostro partner starebbe attentando alla bellezza della vostra pelle



0f77a1e0-66ae-4a59-bb25-80fa3df8b1c4 2Parigi interno giorno. Al Ritz va in onda la sfilata, pardon le Défilé, di Chanel: Métiers d’Art Paris Cosmopolite. Una cornice suggestiva, storica, resa ancora più intrigante da una curiosità: Madamoiselle Coco visse qui per molti anni. Ecco perché lo show “coreografato” dallo stilista Karl Lagerfeld ha in questa occasione maggiore intensità. Come passerella un percorso fra i tavoli dove sfilano elegantissime silhoutte dall’allure chic e sensuale. Scollature vertiginose e schiene nude sono abbinate a un makeup molto curato che alterna labbra scarlatte a lipstick rosati, mentre il trucco degli occhi è caratterizzato da un tratto bianco e una sfumatura più scura. L’incarnato è impeccabile, come da tradizione.

L'articolo Chanel trucco occhi e rossetto: il backstage della sfilata a Parigi sembra essere il primo su Vogue.it.



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Beauty news
December 11, 2016

Sabato shopping



La nuova t-shirt dei Rolling Stones, la felpa d'artista e l'underwear da sci firmato Alberto Tomba. Sono solo alcuni dei nostri 10 consigli per gli acquisti di questo weekend



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Beauty news
December 11, 2016
Hakali, il massaggio messicano con il cactus
“Il mondo è bello perché è vario”, recita un vecchio adagio molto popolare. Quest’affermazione si potrebbe estendere anche all’arte del massaggio, a giudicare dalle disparate modalità tramite le quali i massaggi vengono eseguiti nei...

Capelli e make-up, un anticipo della primavera-estate 2017



Due i mood imperanti la prossima stagione. Da una parte l'esplosione del colore su occhi e labbra che si accompagna a tagli netti, decisi, quasi geometrici. Dall'altra, è l'avvento dell'effetto nude e di chiome scomposte, volutamente messy



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Beauty news
December 11, 2016

Drew Barrymore, Natale al naturale



Iniziano i primi selfie natalizi. Ecco quello dell'attrice senza un filo di trucco davanti al suo albero



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Beauty news
December 11, 2016

Natale 2016: le idee regalo beauty per lei



Il Natale è alle porte e la lista delle persone a cui pensare si allunga sempre di più? Il mondo della bellezza viene in soccorso con tantissime idee per tutti i gusti e tutti i prezzi



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Beauty news
December 11, 2016

Si avvicina Natale, la wish list al Level Kids di Dubai si esaudisce così: idee per una festa speciale che fanno felici grandi e bambini.

L'articolo The choise of Level Kids sembra essere il primo su Vogue.it.



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Beauty news
December 11, 2016

Brownsville, Brooklyn – insomma, New York City. È il giorno dopo le elezioni americane e ironicamente, dopo giorni di sole e temperature estive, il cielo è plumbeo e si gela. Matteo Callegari ed io scendiamo dal J train e passiamo per un quartiere meravigliosamente decadente, un po’ come mi piace immaginare il Bowery ai tempi di William Burroughs, sino ad arrivare ad un grande edificio industriale in fase di ristrutturazione. Noto che da qui a Londra il leit motif architettonico per gli studi d’artista – struttura commerciale riconvertita a spazio di lavoro in zona periferica – non è poi dissimile, nonostante le celebri, celebrate differenze tra le scene artistiche delle due città. Dall’altro lato della strada una chiesa diroccata troneggia placidamente su questo scenario metafisico, uno dei due campanili curiosamente avvolto in un telo nero.

Matteo Callegari ha recentemente trasferito il suo studio qui, al secondo piano: in un’ampia stanza con grandi finestre e molta luce, l’artista ha creato una narrazione spaziale per dare vita ai suoi dipinti, organizzando per atti il suo lavoro. Da un’ampia area per dipingere e proiettare immagini ad una scrivania ed un divano per leggere e pensare, sino alla classica rastrelliera – archivio in continuo arrangiamento e aggiornamento. A prima vista, si potrebbe pensare ai dipinti a gradiente dell’artista come a lavori puramente astratti. Tuttavia, la loro superficie nasconde le tracce amplificate di un immaginario figurativo ben più classico, talvolta marcatamente europeo in termini di referenze culturali. La luce nuda di questa giornata strana si riflette, argentea e violacea, su alcuni dei lavori più recenti, per i quali Callegari ha sperimentato un nuovo tipo di pigmenti. La tonalità di colore primaria infatti, una volta colpita di traverso dal riflesso della luce naturale, crea un’impressione visiva che intreccia la tonalità di pittura originale con un nuovo colore, finendo quasi col sembrare una fonte di luce a sé stante, ibrida, psichedelica. Questa luminescenza mi ricorda l’entusiasmo dell’artista per i neon di Dan Flavin alla Chinati Art Foundation di Marfa, la cui qualità pittorica mi era forse sfuggita fino ad oggi.

Continuiamo la nostra chiacchierata sul tetto del palazzo, esperienza squisitamente terrificante – per chi soffre di vertigini – ma senza dubbio ne vale la pena. Scopro cosí un nuovo paesaggio, la New York che non mi aspettavo. Manhattan è appena visibile, un’entità che brulica in lontananza, mentre intorno a noi solo una cisterna si erge immediatamente più alta della terrazza. Da qui, lo sguardo dell’artista è libero di spaziare, guardando oltre torri su torri di condominii: blocchi malinconici di poesia concreta, di inaspettata bellezza.

Cosa ti ha portato a New York, tredici anni fa?
Dall’Italia mi immaginavo, pur con quel poco che sapevo, di essere molto lontano dal luogo in cui le cose potevano succedere, dove la maggior parte degli artisti importanti si poteva trovare, e pensavo che New York fosse quel posto. Cosí mi sono trasferito qui, da un paesino di campagna, senza conoscere praticamente nessuno. Da allora, con le dovute tempistiche, ho avuto modo di vedere mostre importanti e conoscere artisti veramente speciali, visitarli nei loro studi e svilupparci delle conversazioni. Mi rendo conto ora di come sia stata una mossa un po’ folle, partendo da zero senza alcun tipo di educazione artistica. Ho cominciato a considerare il mio lavoro accettabile dopo un anno dalla fine del mio Master all’Hunter, trovo che sia stato terribile per almeno otto anni. Senza la possibilità che mi ha dato New York, di essere sempre in dialogo con artisti per me importanti, non so se sarebbe stato possibile altrettanto.

Dal tuo punto di vista, quali sono stati i maggiori cambiamenti nella scena artistica, da quando ti sei trasferito qui?
A New York tutto cambia di continuo ma devo dire che, secondo me almeno, il principale scossone per il mondo dell’arte è stato il virare l’enfasi dal valore simbolico di un lavoro al suo valore di scambio, divenuto principio guida per qualsiasi sorta di valutazione.
Il capitale derivatone ha implementato logiche speculative in un mercato molto opaco e spesso non regolato; in questo, le case d’asta sono risultate l’unica arena visibile, dove tuttavia si continua ad affibbiare un crudo valore monetario a qualsiasi lavoro, in maniera direi pornografica. Direi anche che c’è stata una professionalizzazione della figura dell’artista, a suo discapito però, dovuta a quanto sopra… e quindi un aumento spropositato di artisti e gallerie. Siccome gli artisti buoni sono e son sempre stati pochi, c’è un sacco di spazzatura che viene prodotta, esposta e venduta. Comunque adesso gli affitti son andati alle stelle, come conseguenza delle speculazioni immobiliari sugli studi per gli artisti, e un po’ tutti stanno scappando a Los Angeles. Nel miglior scenario possibile, spero sarà una spinta per altri artisti verso lo sviluppo di pratiche alternative, più immateriali.

Considerando che stiamo parlando – letteralmente – all’alba del post-elezioni americane, tutto ciò risuona ancor più distopico del solito nella mia testa. Potremmo andare avanti ore, come testimonia un nostro precedente pomeriggio di conversazione, a base di John Giorno e rosè. Ma parliamo del tuo lavoro! Da dove prende origine la tua palette di colori, a dir poco vivida?
Non saprei di preciso…direi che sono sempre stato attirato dai colori molto forti. Nei miei quadri cerco sempre di avere un impatto cromatico molto intenso e di creare uno spazio immersivo, per cui il colore diventa un elemento fondamentale.

Di recente, hai esposto una serie di nuovi lavori nel contesto di una tua personale a Dallas, in Texas – il cui titolo in qualche modo definisce la tua pratica come Sistemi di pittura avanzati. Potresti spiegarmi meglio questo termine?
Stavo pensando a come il mio lavoro si sia sviluppato in maniera sistemica negli ultimi cinque anni, con diversi gruppi di lavori che sono regolati da procedure standardizzate. Trovo che queste ultime siano un po’ simili a delle equazioni – forse retaggio dei miei anni italiani passati a studiare i modelli di riduzione di complessità. Se si cambiano i valori delle variabili (colore, immagine di riferimento, livello di distorsione, composizione, prospettiva, etc), vengono prodotti dei quadri con una buona gamma di variazione, a volte inaspettata. Li ritengo avanzati, un po’ per scherzo, un po’ anche per davvero perché son sempre volti avanti, verso il futuro: questo per me è la chiave di tutto, dal momento che mi annoio facilmente e posso solo continuare a lavorare su qualcosa di eccitante.

Di quali componenti del tuo armamentario artistico non puoi fare a meno?
Direi del mio proiettore da scuola media. Lo uso spesso perché lavoro alle composizioni per i quadri in Photoshop, stampandole poi su acetato e proiettandole sulla tela per poi tracciare il disegno. Cosí elimino la parte arbitraria ed espressiva all’inizio, per poi reinserire la mia mano nel momento in cui dal digitale passo alla dimensione fisica del quadro.

Nel 2015 hai curato una mostra a Milano, il cui titolo veniva da una raccolta di poemi di John Giorno, pubblicata nel 1994, Per risplendere devi bruciare. Per l’occasione, John ha anche prodotto per te il suo primo lavoro in italiano, dal titolo omonimo. Metaforicamente parlando, cosa significa per te questa frase? Come ti senti rispetto alla curatela dalla posizione dell’artista?
Ho curato sporadicamente delle mostre, considerandola una maniera di pensare a certi aspetti o attitudini connessi al fare arte. Tendo ad includere il mio lavoro, dato che questo mi dà la possibilità di osservarlo a confronto con la pratica di artisti che in quel momento trovo rilevanti rispetto al mio percorso. Mentre studiavo, ad esempio, ho curato due piccole mostre concentrandomi su artisti come Joe Bradley, Chris Martin, Andy Kaufman e Michael Krebber. Una volta diplomato, la mia prima mostra a New York è stata con Esther Kläs e Ugo Rondinone, ed era maggiormente legata ad un mio desiderio di mostrare il mio lavoro assieme a quello di due artisti che seguo e con cui ho anche un rapporto personale.

Infine, la mostra che ho curato a Milano – Per Risplendere Devi Bruciare – è stata un po’ diversa, dal momento che volevo fare qualcosa con i miei contemporanei e portare a Milano alcuni bravi artisti che non si erano ancora visti lí. Nel ricercare le potenziali connessioni tra i vari lavori ho guardato ancora una volta alle raccolte di John Giorno. Sinceramente, appena ho letto quei versi mi sono innamorato, specialmente per la musicalità della traduzione, con le due R di RISPLENDERE e BRUCIARE e il modo in cui connettono insieme i due verbi in maniera dinamica. M’è sembrata un’immagine semplice ma molto intensa…capace di aprire una dimensione molto profonda. Personalmente, mi ha riportato a tutte le esperienze difficili che ho passato, per anni, pur continuando a spingere me stesso avanti, nella convinzione che alla fine sarei riuscito a dipingere dei lavori molto forti. Sono andato a trovare John e l’ho pregato di realizzare un pezzo con quelle parole. All’inizio era riluttante, perché l’italiano non è la sua lingua; tuttavia, è un artista molto generoso e alla fine ha realizzato il lavoro per la mostra.

Cosa tiene in serbo per te il futuro?
In questi dodici mesi ho fatto tre personali (tra Milano, Londra e Dallas), avuto una presentazione individuale durante Liste a Basilea e lavorato con Front Desk Apparatus al design per la pubblicazione di un mio libro con Flash Art Books, uscito di recente. Ogni mostra è stata diversa, rispondendo di volta in volta all’architettura dello spazio, il che è stato piuttosto impegnativo ma anche divertente. Adesso voglio solo concentrarmi sul lavoro in studio, svilupparlo ulteriormente, iniettando una dimensione nuova, più poetica. Mi sto interessando di concrete poetry e neuroplasticità, quindi per la maggior parte del tempo me ne sto a leggere. La mia metodologia per spingere avanti il lavoro è molto fluida ed organica, richiede molte false partenze, errori e fallimenti; ed è proprio in questi ultimi che finisco sempre col trovare qualcosa di nuovo e inaspettato, e comincio a lavorare da lí.

Hai dei rituali nello studio? Cosa significa per te l’andare in studio?
Rituali veri e propri direi di no, ma forse l’andare a studio sempre e quanto più mi risulta possibile è la cosa che più si avvicina ad un rituale. Per me lo studio è lo spazio in cui posso pensare all’arte attraverso l’attività manuale del dipingere: per ore, giorni, mesi e anni.

Matteo Callegari è un artista italiano che vive e lavora a New York. Dopo una laurea in Economia alla Ca’ Foscari di Venezia, si è trasferito negli Stati Uniti, ha cominciato a dipingere e ha conseguito un MFA all’Hunter College. I suoi lavori sono stati esposti, oltre che negli Stati Uniti, in tutt’Europa ed in particolare a Londra, Parigi, Tokyo, Milano e Basilea, tra gallerie commerciali e istituzioni pubbliche, quali anche il Palais de Tokyo (2013). Ha curato varie mostre collettive e pubblicato di recente un libro d’artista, ‘Matteo Callegari’, a cura di Flash Art Italia.

Testo Matilde Cerruti Quara
Fotografia Elena Tavecchia
Art direction Matilde Cerruti Quara
Immagini per gentile concessione dell’artista

L'articolo Intervista in studio: Matteo Callegari sembra essere il primo su Vogue.it.



Inspiration from the Archive vuole dare ai lettori di Vogue.it la possibilità di riscoprire gli shooting più iconici di Vogue Italia.

Se la moda è da sempre specchio del tempo, la fotografia di moda diventa un’arte che raffigura e interpreta le implicazioni sociali, culturali, economiche e psicologiche del periodo in cui vengono scattate.

Questa settimana abbiamo scelto il servizio di Mert & Marcus, con la top model Natalia Vodianova, dal numero di marzo 2003.

Gli scatti realizzati dal celebre duo fotografico, immortalano la top model di origine russa in una sequenza di immagini iconiche senza tempo. Il corpo statuario della modella riempie lo spazio con tridimensionalità indossando capi essenziali che disegnano silhouette a tinte forti come il verde smeraldo o il fuxia, abbinati con accessori in pelle specchiata argento oppure bangles neo-tribali in texture esotiche. L’incarnato ambrato è illuminato da bagliori metallizzati come raggi di sole generando un contrasto surreale con il fondale grigio dello studio fotografico.

Scopri oltre 50 anni di moda sul Vogue Archive.

L'articolo Natalia Vodianova by Mert & Marcus ● Vogue Italia, marzo 2003 sembra essere il primo su Vogue.it.



Lagos ha visto nascere alcuni dei migliori stilisti del mondo. E la città conosce bene il mondo della moda, grazie anche a una serie di eventi fashion in calendario ogni anno. Ma il GTBank Fashion Weekend non ha solo presentato abiti meravigliosi e persone alla moda – ha catturato la vera essenza della moda, il suo significato e le esigenze dell’industria stessa.
Di solito non si pensa al sistema bancario e alla moda come due entità che possano coesistere nel medesimo settore, sembrano due mondi distanti che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altra. Ma, ironicamente, è proprio il business che li fa avvicinare. Il presupposto di questo evento fashion era infatti quello di  celebrare la vitalità della moda africana, dando sostegno alle piccole imprese locali per rafforzare il loro sviluppo economico. Sono lontani i giorni in cui la moda era vista come qualcosa di frivolo,  e le migliaia di persone che hanno partecipato alla due giorni per acquistare, imparare e fare networking sono la dimostrazione che la moda e l’economia vanno a braccetto, come uno stilista e la sua musa: possono esistere separatamente, ma insieme sono molto più forti.
Con oltre 90 gallerie di abbigliamento da cui scegliere, clienti entusiasti hanno potuto fare una straordinaria shopping experience grazie a brand nigeriani e internazionali.
Gli imprenditori della moda hanno avuto l’opportunità di imparare da leader global  come Caroline Rush del British Fashion Council e Dylan Jones, direttore di GQ UK, fra gli altri. Fra gli argomenti trattati,  le nuove sfide e opportunità nell’intera catena del valore dell’industria, fra cui crescita e redditività, il perfezionamento del design, l’e-commerce e molti altri.
Quattro stilisti hanno proposto le loro creazioni con una presentazione: le modelle si sono fatte strada fra i clienti meravigliati, sono salite su di un palco per poi mettersi in posa con aria fiera. Forse la mannequin challenge più fashion mai vista finora.
Ogni giornata dell’evento è stata chiusa da una sfilata, aperta dallo stilista Julien McDonald e che ha visto partecipare anche stilisti nigeriani: Lanre DaSilva e Ejiro Amos Tafiri, Senegalese, Adama Paris, del Mozambico, Taibo Bacar. La sfilata conclusiva ha avuto come protagonista il designer sudafricano David Tlale.
by Nicole Asinugo

L'articolo GTBank Fashion Weekend: le proposte Primavera/Estate 2017 sembra essere il primo su Vogue.it.



VI00506D0112_011310MEISEL-2sqA prima vista sembra una semplicissima palla di ghisa dotata di maniglia ma, come spiega bene Pavel Tsatsouline, “È una palestra completa che si tiene in una mano”. Parliamo del kettlebell, di quello strumento utilizzato oltreoceano da modelle come Iza Goulart e da attori come Zac Efron e, pian piano, sempre più presente nelle nostre sale fitness e nelle nostre case.

Sì perché il kettlebell è la valida opzione per chi non ha voglia di muoversi e preferisce allenarsi fra le calde mura della propria dimora. Una soluzione economica e dal risultato garantito, “Ideale per chi desidera essere più forte, più esplosivo, più tonico e con qualche chilo in meno”, aggiunge la Biologa Nutrizionista Silvana Cristino (qui il suo sito), che spiega come le origini di questo strumento siano molto più antiche di quelle che pensiamo. “Era già utilizzato dai monaci Shaolin per migliorare la resistenza muscolare, mentre la Russia ha introdotto il kettlebell nell’addestramento scolastico e, addirittura, militare.

Al giorno d’oggi i Girya sono alla base dei traning dei preparatori atletici, delle forze armate e di tantissimi appassionati attenti a tonificare il proprio corpo e tenere sotto controllo la linea. Ma come funziona l’allenamento con questa palla molto simile a quella dei cannoni? “Parliamo di un allenamento estremamente faticoso, ma che garantisce risultati incredibili anche dopo la prima settimana di training – continua la dottoressa Cristino -, senza contare la comodità di utilizzarlo a casa o al parco”. Ovviamente il peso e gli esercizi del kettlebell variano in base al soggetto e all’obiettivo da raggiungere: il potenziamento degli arti superiori, gli addominali più tonici, i chili di troppo da smaltire e così via.

“Ogni esercizio che altera positivamente la nostra struttura è una forma di condizionamento. Il suggerimento più prezioso è quello di programmare i workout di settimana in settimana in modo che i primi 7 giorni siano di ‘shock’ e i successivi 7 di ‘consolidamento’. Bisogna, quindi, evitare di stressare troppo il corpo dosando, pian piano, le ripetizioni degli allenamenti e i tempi stessi del training”. L’importante rimane creare onde di diversa intensità, con momenti metabolici che coinvolgano tutto il corpo e con particolare attenzione ai muscoli che si vogliono potenziare. “Occorre dosare l’intensità, che sarà maggiore per i muscoli che ci interessa sviluppare e minore per il resto del corpo”, aggiunge la dottoressa Cristino.

Dopotutto, gli Home Workout stanno prendendo piede in maniera incredibile, con un semplice obiettivo alla base: ottenere ottimi risultati con esercizi in successione che rispettino il programma prefissato. E, in questo, il kettlebell si conferma l’alleato più prezioso per tornare in forma.

Foto di Steven Meisel
Vogue Italia, giugno 2006

L'articolo Esercizi facili per allenare tutto il corpo con il kettlebell sembra essere il primo su Vogue.it.



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Beauty news
December 11, 2016

Nel libro “Fuga dal natale” il novellista dei legal thriller John Grisham cambia genere, e lo fa per raccontare la divertente storia dei coniugi Krank, che approfittano dell’assenza della figlia Blair per investire l’equivalente della somma spesa l’anno precedente tra addobbi, cene, e regali, in una crociera ai Caraibi. Ma fiction a parte, per tutti coloro che desiderano solo svegliarsi al 7 di gennaio, saltando a piè pari cenoni, veglioni e lo stressante tran tran dei regali, la fuga in un paradiso tropicale è una reale ancora di salvezza. Ma cosa aspettarsi oltre a sabbia bianca e mare blu dall’Eden? Lusso sfrenato, ma anche scenari unici che solo chi visita questi ipnotizzanti ecosistemi può descrivere senza cadere nel cliché. Di seguito tre spettacolari resort dove aspettare Babbo Natale sorseggiando un cocktail sotto l’ombrellone

Water Villa alle Maldive: acqua trasparente e come una piscina e un’intera isola (Huvahendhoo nell’atollo Dhaalu Alifu) adibita a resort. Le water villa del Lily Resort & Spa sono una soluzione ideale per una vacanza con la famiglia. Lussuosi bungalow  costruiti su  palafitte a strapiombo sul mare, con camere separate per i bambini. Ma anche kids pool, tante attività per i più piccoli e baby sitter su richiesta. La spa è specializzata in trattamenti balinesi. Un’occasione per indimenticabili immersioni tra i tonni e altri predatori.

Come Marlon Brando: Tetiaroa, a soli 30 miglia a nord di Tahiti, è un atollo di isole, circondano una laguna spettacolare, scelto da Marlon Brando come suo santuario personale. Oggi ospita un resort, il The Brando, con aeroporto privato, per lusso e confort senza limiti. 35 ville in tutto, ognuna con la propria spiaggia privata e piscina per bambini. E anche due ottimi ristoranti: Les Mutinés by Guy Martin fe il Beachcomber Café. La cucina si ispira a ricette della tradizione poliniseiana, fusion e della tradizione francese. Sia frutta che verdura sono organiche e a km 0. Disponibile anche un menù vegano, ideato dallo Chef  Kelvin Au-Ieong.

Spirito delle Seychelles: il Sainte Anne Resort Hotel, sull’isola di Sainte Anne, è l’ideale per una fuga romantica. Ville nel cuore della vegetazione tropicale, a strapiombo su una riserva marina. Wellness e trattamenti personalizzati alla spa con prodotti Clarins

L'articolo Natale Tropicale. Per una fuga nell’Eden sembra essere il primo su Vogue.it.



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Beauty news
December 11, 2016

Una vita in bianco e nero.

È vero, il colore caratterizza ogni look e stile: basta pensare quanto sia specifico il blue navy per il sailor style o il rosa pastello per un’anima più romantica. Anche il bianco e nero può avere il suo fascino e la moda inverno 2017 ce lo ripropone con elementi grafici, abbinamenti basici adatti a più occasioni. Insomma: se non sai cosa indossare, questo binomio aiuta in più occasioni.

È rigoroso, certamente, impattante con la sua netta alternanza di bianco e di nero: diventa eclettico, poliedrico, emblema della donna più classica che non scende a compromessi (anche in fatto di colore).

Per la stagione troviamo le righe di Salvatore Ferragamo e Max Mara, ma anche abiti sartoriali con profili a contrasto, proprio come Sportmax e Anteprima. Davvero affascinante la versione contemporanea del rococò tra pizzi, trasparenze, maniche rigonfie e fiocchi: Chloé, DAKS e Y/Project.

Il nero e il bianco simboleggiano rispettivamente il maschile/femminile che coesistono in look pensati per la donna ma ispirati chiaramente al guardaroba dell’uomo: è la proposta di Ports 1961, del tailleur di BOSS e del completo di Narciso Rodriguez.

Grafico e assolutamente couture le proposte di Issey Miyake e Haider Ackermann.

L'articolo Tendenza moda inverno 2017: bianco e nero sembra essere il primo su Vogue.it.



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Beauty news
December 11, 2016
Segno di eleganza, raffinatezza e di un certo gusto bon ton. O, più semplicemente, accessorio indispensabile per affrontare il freddo? Molto probabilmente entrambe le qualità e necessità, se pensiamo ai guanti visti sulle passerelle dell’autunno inverno 2016 2017.
Eppure questo accessorio era indispensabile alle donne per mostrarsi in pubblico fino a un secolo fa (nella seconda metà dell’800 l’etichetta prescriveva che la mano della signora dovesse essere coperta), al di là del modello che seguiva le mode: lunghi, corti, di panno, di pelle o di tulle.
Per l’inverno 2017 si riscopre questo accessorio che ingentilisce anche il tailleur più metropolitano o rende accurato anche il look più sportivo, casual.
Ritorna il guanto lungo, lunghissimo, adatto per una sera importante: negli anni ’50 veniva indossato con abiti couture da cocktail, oggi copre le braccia, là dove una manica è troppo corta o tagliata a tre quarti.
Ritornano i modelli di maglia, grazie al trend knitwear: sono guanti e manicotti di maglia che diventano protagonisti con i loro colori e la loro lavorazione hand made, da Prada a Chanel.
Bellissime le proposte di Delpozo, Rodarte e Loewe che rendendo il guanto l’elemento centrale del look, con ruches, applicazioni floreali o tagli artistici che ne modificano la struttura stessa.
E poi c’è il guantino che diventa l’accessorio-status: è piccolo, prezioso come quello di Oscar de La Renta, e non serve necessariamente a scaldare le mani, ma più a proteggerle con garbo e fascino, proprio come fanno i modelli di tulle di Marc Jacobs, Gucci e Dries Van Noten.

L'articolo Accessori inverno 2017: i guanti sembra essere il primo su Vogue.it.



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